Treedom l'azienda nata per gioco ha Generali nel capitale e ha piantato 2 milioni di alberi

Federico Garcea, amministratore delegato di Treedom

Federico Garcea, amministratore delegato dell'azienda fiorentina, che coniuga business, ambiente e sociale racconta i retroscena della sua azienda

C’è chi lotta contro il tempo, chi granellino dopo granellino, prova a svuotare di anidride carbonica il nostro pianeta. È un movimento che giorno dopo giorno è andato crescendo da quel 1970 quando nacque la giornata della Terra, che oggi cade ogni 22 aprile. “Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita” ha twittato Papa Francesco. Greta Thunberg, la giovane che sui temi ambientali ha unito i giovani (e non solo) spargendo quei granelli di sensibilità in ognuno ha ricordato ai grandi della terra che non stanno facendo abbastanza.

Ci crede e investe cuore e testa Federico Garcea, amministratore delegato dell’azienda fiorentina Treedom. Una sfida cominciata quasi 10 anni fa: far sì che si potessero acquistare alberi da piantare negli angoli più remoti. Ne sono stati piantati quasi due milioni. Regali di compleanno, di Natale, di San Valentino. Progetti per migliaia di piante dei più grandi marchi industriali. Un inizio, che ricorda il garage di Zuckerberg, con ventimila euro investiti e oggi un recente aumento di capitale di 8 milioni di euro di cui 3 coperti da un fondo di Generali, la prospettiva di sbarcare in Borsa, investitori-corteggiatori all’estero che chiedono di entrare nella società. Un embrione di un nuovo modo di rispettare il luogo che abitiamo, di fare business, di riconoscere i diritti al lavoro, di passione.


Garcea, quando ha pensato di costituire un’azienda che “vende” alberi da piantare in tutto il mondo?

«L’idea è nata mettendo insieme alcune esperienze, tirando una riga tra due punti. Tra il 2006 e il 2010 stavo lavorando a due progetti in Africa, su biocombustibile ed energia, in quei villaggi isolati ho visto come funziona la deforestazione illegale. C’erano aziende che si presentavano nei villaggi e compravano la terra dagli abitanti. Molti di loro riuscivano a vivere svendendo la foresta senza rendersi conto del significato di quanto stava accadendo. Vivono in mezzo alla foresta e per loro il mondo è tutta una foresta. Lì ho pensato di fare un progetto che invertisse la tendenza. Ma cosa?»

Secondo punto, quindi. In molti sognano un mondo migliore ma fondare un’azienda che contribuisce a migliorarlo è un passo che invece in pochi hanno fatto davvero.

«Giocavo su Farmville, il gioco di Facebook. Ero appassionato. Ci giocava la ragazza che mi piaceva e io piantavo gli alberi, pagandoli. Un mio amico mi prendeva in giro: “Non la conquisterai mai anche se hai la più bella fattoria di Farmville”. L’idea del gioco, la forestazione, il fatto che ci fossero persone che erano disposte a pagare per piantare alberi virtuali: ho cominciato a pensarci sul serio. Cercare chi è disposto a pagare per piantare alberi non per tagliarli. Ci abbiamo messo qualche soldo, ventimila euro, confidando che sempre più persone si sarebbero interessate ai nostri progetti».

E cos’è accaduto?

«La ragazza che mi piaceva si è sposata con un altro ma ha regalato un albero a ogni invitato al matrimonio».

Ha regalato alcuni dei vostri un milione e 800mila alberi, quindi. Treedom è nata nel 2012, la sensibilità ambientale non era ancora un fenomeno di massa. Una bella sfida.

«Negli ultimi tre anni, grazie a Greta, siamo cresciuti tanto. Siamo 62 dipendenti, divisi tra l’ufficio di Firenze e un ufficio vendita con cinque persone in Germania. Abbiamo appena aperto a Londra, apriremo a Parigi. C’è l’obiettivo di diventare la prima piattaforma in Europa».

Qual è il segreto di tutto questo.

«Non esisteranno più aziende nel futuro che non penseranno alla sostenibilità. Quindici anni fa se ne occupavano solo quelle prese di mira perché inquinavano, oggi è diventato imprescindibile. Dieci anni fa un’azienda su dieci si occupava di ambiente, oggi solo una non lo fa. Il movimento Fridays for Future di Greta Thunberg ha spostato il tema: da sensibilità di nicchia, governativo, a interesse di tutti. C’è un trend che va verso i prodotti sostenibili e per rimanere sul mercato per le aziende è obbligatorio attrezzarsi, comunicarlo, investirci. È molto bello che il movimento sia partito dal basso costringendo anche il mondo della finanza a inserire la sostenibilità tra i parametri da tenere in considerazione nelle loro offerte».

Ma non è ancora sufficiente per cambiare il mondo, per invertire la tendenza.

«No, certo. Ma ora c’è un trend molto più potente che ci investe: è quello finanziario. Tutti hanno inserito i valori ambientali nelle loro scelte di investimento perché garantiscono rendimenti più alti. Se un’azienda vuole avere accesso alla Borsa deve tenerne conto. Inoltre ogni azienda, anche la più piccola, ha una linea di prodotti green, biologici sempre più diffusa».

Nella sua azienda c’è anche un’attenzione al lavoro.

«Lavoro da quanto ho 16 anni, avrò fatto 50 lavori. Ho realizzato che far star bene chi lavora con te è funzionale. L’ufficio di Treedom è la nostra casa: c’è il biliardino, il ping pong, abbiamo la piscina, ci sono gli olivi e raccogliamo le olive tutti insieme. Il senso di comunità e una missione dell’impresa e ci crediamo. Fin dal primo momento in cui ho cominciato a lavorare ho pensato che più ricevevo dai miei capi, più riuscivo a dare. Più mi davano e più mi sentivo parte del progetto. A Treedom sta funzionando. Abbiamo un programma di welfare, la totale flessibilità degli orari, il venerdì breve».

E la bellezza che valore ha? La nuova sede è un luogo straordinario in mezzo al verde sulle colline di Firenze. .

«Un luogo bello può attrarre talenti. Firenze non è il centro dell’innovazione ma fonda il suo nome sul bello, sull’arte, sui suoi panorami. Questo poteva invogliare a scegliere di lavorarecon noi».

C’è chi ancora oggi, anche in Italia,non sa cosa sia quello di cui le ci ha parlato.

«Ci sono due tendenze. Chi, come Treedom lavora sui diritti e sul valore del tempo, chi invece (ed è il caso di molte aziende della logistica e della distribuzione) ha un orientamento opposto: controllare orari, consegne, lasciare poco spazio per farle. Nel 2014 sono stato in California ho preso ispirazione da lì, da Google, da Facebook. Non c’è controllo dei dipendenti ma i ragazzi hanno obiettivi trimestrali. Loro sono liberi di trovare i mezzi per raggiungerli, lavorando quando gli pare. Dipende però dal settore: se vai su mercati inesplorati come facciamo noi è più semplice. Non avendo competitori non basi il tuo lavoro sul prezzo. Se i ci si inventa un lavoro e un mercato in cui muoverti sei libero di organizzare come vuoi. Questo è un modello».

Qual è il suo sogno?

«Vogliamo creare la community green più grande al mondo. È ancora la tecnologia migliore per arrestare i cambiamenti climatici. Piantare un albero è un gesto, nel caso del baobab ad esempio, che rimarrà per migliaia di anni».

Treedom è un’azienda che di fatto fa Politica. Lei però non parla di politica.

«Non abbiamo rapporti con la politica perché pensiamo rallenti molto il nostro lavoro. Finanziamo cooperative di contadini del mondo per essere più rapidi. Non credo sia un gesto politico, semplicemente si fanno cose positive».

Facciamo un gioco. Ha la lampada di Aladino. Tre desideri.

«Uno. Vorrei per l’Italia e l’Europa dei politici seri, un cambiamento della classe politica con persone competenti. Vorrei che l’interesse pubblico venisse prima dell’interesse privato. Non accade spesso. Due. Vorrei si cercasse di utilizzare la tecnologia e l’innovazione per fini positivi, per preservare la natura e la nostra specie e metterla al servizio di qualcosa che serve per il bene globale. Tre. Vorrei meno burocrazia, più semplificazione».

Lei sta guadagnando molto. Come utilizza i suoi soldi.

«I soldi non cambiano radicalmente la vita della nostra azienda ma ci consentono di pianificare al meglio le spese giuste da fare anche per diminuire il rischio: non siamo più quattro ragazzi. Sentiamo la responsabilità per i nostri dipendenti e per le loro famiglie. I soldi non sono il male, se utilizzati bene. Per fare le cose belle».

Ci dica cosa ha comprato per sé. Col famoso primo stipendio di peso.

(imbarazzo) «Non ho niente».

Niente?

«Mi sono comprato la macchina elettrica». —

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