L’arte del restauro? Passione al femminile

La restauratrice Lidia Cinelli

Lidia Cinelli, maestra d’affreschi  spiega ai giovani i segreti del lavoro

L’azzurro polveroso e il rosso ocra delle vesti, l’oro del copricapo, il grigio marmo della cornice: c’è una storia antica di comunità che affiora dai colori della Madonna della Misericordia, l’affresco della grande arte classica che si può ammirare nel museo del Bigallo, a Firenze. E c’è una storia personale, di alto artigianato, nel restauro di quell’opera trecentesca attribuita a Bernardo Daddi, allievo di Giotto.

1342 - 2012: quasi 700 anni dopo Lidia Cinelli, restauratrice di pitture murali e affreschi, sale sulla scala con le ruote e il parapetto in legno e con pazienza riporta alla sua bellezza originaria quel dipinto in cui per la prima volta è rappresentata la città di Firenze ai piedi della Vergine. Insieme al popolo dell’antica Florentia. Uno dei tanti capolavori seminascosti che mani sapienti hanno riportato in vita.


Partiamo da questo intervento a lei così caro per parlare della sua attività di restauratrice. Tra arte e artigianato, dottoressa Cinelli, come funziona e in cosa consiste il suo lavoro? E ci sono opportunità per i giovani?

«È un lavoro di pazienza e di grande bellezza. Ci vuole dedizione e passione. Ma quando sei lì a tu per tu con le opere d’arte non senti neanche di lavorare, è entusiasmante. La sera non vedi l’ora di tornare per finire. I giovani hanno buone prospettive se sono appassionati e volenterosi, ci vuole tanta determinazione. I miei allievi e stagisti lavorano tutti».

Bisogna anche essere un po’ artisti…

«Diciamo che aiuta, io ho sempre avuto una predilezione per l’arte antica e il disegno. Ci vuole una conoscenza dell’arte e della materia su cui si interviene: se è affresco, tempera, se ci sono rifacimenti».

Cominciamo dall’inizio: come ha deciso una ragazzina di Vinci negli anni ’70 di diventare restauratrice di affreschi?

«Dopo le superiori mi sono iscritta all’Accademia delle Belle arti. Ho avuto fortuna perché ho saputo che all’Opificio delle pietre dure di Firenze avevano indetto un concorso per il restauro. Era il 1978: ho partecipato e l’ho vinto, e nell’81 mi sono diplomata in restauro di pitture murali. Lì ho avuto grandi maestri, come Guido Botticelli e Sabino Giovannoni».

Qual è stato il suo primo lavoro dopo il diploma?

«Ho lavorato in una grossa ditta di Firenze, alla cupola e al battistero, in grossi cantieri a Santa Maria Novella. Dal 1998 ho una ditta individuale con la quale ho continuato sempre a lavorare nel territorio tra Firenze, Pistoia, San Miniato, Pisa, Empoli».

Qual è l’opera più importante alla quale ha lavorato?

«Il restauro della Madonna della Misericordia al museo del Bigallo, un intervento finanziato dall’associazione Friends of Florence. Il mio progetto ha vinto il concorso nel 2012. Ci ho lavorato più di un anno, l’inaugurazione è avvenuta nel 2014: è un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione perché è un’opera importante dal punto di vista storico e iconografico. Un affresco trecentesco di tre metri per 2,30 che si trova in un posto molto bello. Per la prima volta in un’opera si vede la veduta di Firenze, simbolica, ai piedi della Madonna. Si vedono le mura, il campanile di Giotto in costruzione, il battistero, la torre d’Arnolfo, la porta della città».

Come avviene un restauro? Con quali metodi e mezzi?

«Dipende dall’opera su cui si interviene, dalla tecnica pittorica, dalle condizioni in cui si trova, se deve essere ripulita, per esempio da polvere o smog. Se ha avuto altri restauri. Dipende anche dai colori, si lavora su colori a zone per riportare alla luce quelli originali…».

Qual è il colore più difficile?

«L’azzurro, perché in generale viene dato a secco».

Come procede il lavoro?

«Finita la pulitura si passa al consolidamento dell’intonaco, alla stuccatura e al restauro pittorico vero e proprio».

Usate anche mezzi tecnologici?

«Possiamo fare indagini diagnostiche, per le quali mi affido a uno studio chimico professionale. Consistono in minuscoli prelievi per capire se ci sono strati sovrapposti e leganti, o vecchi restauri. Si possono usare anche i raggi ultravioletti, con la fluorescenza si vedono i colori aggiunti successivamente sulla superficie originale».

Torniamo alla Madonna del Bigallo. Com’è avvenuto il restauro, è stato difficile?

«L’affresco era molto sporco, coperto da particellato (smog), nerofumo (delle candele) e molte ridipinture. Ma ha recuperato la cromia e la brillantezza dei colori. Le opere devozionali vengono restaurate spesso; d’accordo con la Sovrintendenza abbiamo recuperato le parti originali».

Lei lavora da sola?

«Ho un laboratorio a casa ma al 99% vado sul posto, se l’opera è grande mi avvalgo di collaboratori, sennò lavoro da sola».

Come funziona il suo lavoro? La chiamano anche privati, ad esempio alberghi o altre aziende turistiche o lavora solo con commesse pubbliche?

«Non è facile avere continuità, i lavori oggi sono meno grandi e ci sono meno finanziamenti statali, se si è fortunati si trovano sponsor privati. Si lavora spesso nelle chiese. Io ho lavorato in ex conventi nel centro di Firenze, di recente ho restaurato la cappella del miracolo eucaristico di Cosimo Rosselli (1476) grazie a un finanziamento della ditta Unigum spa».

Com’è cambiato il lavoro in 40 anni, e cosa consiglia ai giovani che vogliono fare i restauratori?

«Prima c’erano molte ditte che assumevano e le commesse erano più grandi, con grossi cantieri finanziati dallo Stato. Ora le ditte sono più piccole, spesso individuali, facciamo parte dell’alto artigianato. Ma il lavoro c’è, basta non arrendersi ed essere molto volenterosi. Capita il lavoro singolo, in appartamenti o alberghi affrescati, ma anche il cantiere completo».

È difficile per una donna fare il suo lavoro? Lei ha famiglia, figli?

«Ho un marito e due figli, che fanno tutt’altro. Il restauro in realtà è un lavoro in cui ci sono molte donne perché richiede pazienza e dedizione. Precisione».

Si guadagna bene?

«Pagate tutte le tasse, non più di un impiegato».

Lati negativi?

«Quando si restaurano volte e soffitti col bisturi in mano c’è il tunnel carpale in agguato».

Quale epoca artistica preferisce?

«Il ’400 fiorentino».

Lei ha lavorato sempre in Toscana. Si sposterebbe per lavoro?

«Se è un lavoro accattivante sì, se è banale no».

Sogno nel cassetto prima di appendere il bisturi al chiodo?

«Un restauro in una chiesa rupestre in Cappadocia». —

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