Studentessa toscana violentata contro Beppe Grillo: «Sei la dimostrazione del perché noi donne abbiamo paura a denunciare»

Luce Scheggi

Luce Scheggi è stata stuprata da un "amico" quando aveva 19 anni ma non è riuscita a farlo processare: «Mi ha convinto che era stato un equivoco»

*Luce Scheggi è una studentessa della provincia di Siena, iscritta a Lettere Moderne a Bologna. Si batte per il rispetto dei diritti civili, la lotta all’omotransfobia e il contrasto alla violenza di genere. Il suo impegno personale nasce anche dalla sua esperienza personale. Il Tirreno pubblica i dati e la foto dell’attivista su sua richiesta: la ragazza ha rinunciato al proprio anonimato nel nome del proprio impegno politico e sociale.

Luce Scheggi è una studentessa toscana “attivista” di 23 anni. A 19 è stata stuprata. Da un “amico”. Ma non è riuscita a farlo processare. Perché ha impiegato un anno e quattro mesi (troppi per la legge) a realizzare di essere stata violentata. Ha impiegato un anno e quattro mesi, centinaia di attacchi di panico, settimane di negazione. Poi l’analisi. Non le sono bastati otto giorni per realizzare che il sesso non era stato consensuale. Neppure ottanta. Non è riuscita finire di guardare il video di Beppe Grillo che urla l’innocenza di suo figlio – accusato di stupro – perché :1) il ragazzo non è stato arrestato; 2) la “presunta vittima” l’ha denunciato dopo otto giorni. «Grillo ha detto quello che ogni donna ha l’incubo di sentirsi dire. Ha dato la prova della ragione per la quale oggi le donne hanno paura a denunciare uno stupro».

Luce perché hai impiegato così tanto a riconoscere di essere stata stuprata?

«Perché non siamo abituate a riconoscere di essere state violentate. È così per come siamo state cresciute. Quello che va considerato quando si subisce una violenza, è il “prototipo” di stupro che ci insegnano da bambine: l’uomo incappucciato nel vicolo. Se si va fuori da questo schema, facciamo fatica a riconoscerlo. Nessuno ti racconta che lo stupro accade ogni volta che qualcuno ti prende senza il consenso. Manca l’educazione al consenso».

Insomma non ci insegnano che dire no è no. E basta.

«La narrazione che ci insegnano fin da piccole è ancora più equivoca: ti dicono che dire di no a un approccio sessuale fa quasi parte del gioco della seduzione. Se dici no, fai la “preziosa”. Così cresci assorbendo questo modello: se dici no è perché non vuoi dire sì subito per non allinearti al prototipo di donna facile. Ci insegnano a “far sudare la conquista”: io partivo da questa percezione dell’approccio sessuale».

È questo che ti ha condizionato nel riconoscere di essere stata violentata?

«Sì. Ma non solo».

Cosa è accaduto?

«Eravamo a Parigi, per un soggiorno studio. Entrambi toscani, amici. Una sera andiamo a ballare. Io vivevo lontano dal centro. Facciamo tardi in discoteca: alle 4 del mattino, mi suggerisce di dormire a casa sua, vicino al locale. “Non mi va che tu prenda i mezzi da sola”. Avevo bevuto molto. Accetto, senza remore. Cado addormentata all’istante. Qualche ora dopo mi risveglio con lui sopra di me».

E?

«Ho avuto una reazione comune a molte vittime: mi sono paralizzata. Ho fatto finta di dormire. Ho trattenuto il respiro. Immobile. Ho solo aspettato che finisse».

Poi c’è stato il risveglio.

«La colazione insieme. La mattina dopo abbiamo parlato. Gli ho chiesto se era consapevole di quello che mi aveva fatto. La sua risposta è stata devastante: “Non sapevo che stessi dormendo. Pensavo che tu stessi facendo la preziosa”, appunto. Ma come: non mi muovo, non ti tocco, non ti bacio. Come pensi che una ragazza ubriaca, addormentata sia d’accordo a fare sesso? Chi ti stupra non considera mai l’assenza del consenso. Nella testa di molti uomini, il rifiuto non è l’assenza di consenso. Coincide con la lotta, i pugni, i graffi, l’abbandono del letto. Invece non è così».

Sei riuscita a fargli capire che ti aveva stuprato?

«Al contrario. Lui mi ha convinto che ero io quella esagerata, isterica. Che era stato un equivoco, che eravamo amici e dovevamo passarci sopra. Ho iniziato a parlarne anche con le amiche: molte esprimevano dubbi, ma nessuna chiamava quello che era successo con il suo nome: stupro».

Come riesci a prendere consapevolezza di aver subito violenza?

«Ascoltando una testimonianza simile alla mia. Mi sblocco. Per tanto tempo il mio cervello aveva provato ad accantonare la faccenda. All’improvviso arrivavano i flash-back».

L’hai denunciato?

«Ormai era passato un anno e quattro mesi: non potevo più denunciarlo».

Non hai potuto fare nulla?

«L’ho cercato. Di nuovo. Mi ci sono confrontata: ma lui nulla. Mi ha detto che lo stupro è un’altra cosa, che stavo usando termini a caso. Che era un bravo ragazzo e che fra noi era successa solo una stupidata. Poi l’ho rivisto fisicamente dopo un anno. In realtà lo vedevo ogni giorno: qualunque ragazzo gli somigliasse mi causava un attacco di panico, per strada. È stato terribile».

Mai più avuti contatti?

«Uno casuale. Ero in un centro sociale, in un ambiente che credevo protetto, a una manifestazione contro la violenza di genere. Appare all’improvviso. Passa per un “compagno”. Di quelli che sfilano per l’8 marzo. Mi sono paralizzata, di nuovo. Non sapevo che fare. Poi gli sono andata incontro e gli ho sputato in faccia. Dopo sono corsa via. E ho pianto».

È andata meglio?

«Non va mai meglio. Lui non ha mai pagato. Io ho sempre la mia sofferenza. Forse sarebbe stato diverso se mi avesse chiesto scusa. Non lo ha mai fatto».

A Grillo che cosa diresti?

«Caro, Grillo deve essere una grande fortuna avere il privilegio di poter dire tutto quello che ti pare per spazzare via ciò che ti destabilizza. Ma io vado avanti a combattere, anche senza di te».

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