Scandalo concerie, la verità di Ledo Gori: "Fu Giani a volermi al suo fianco, io ne avrei fatto volentieri a meno"

L'ex capo di gabinetto del presidente della Regione respinge l'accusa di corruzione: "Ma quale scambio di favori, chiese la mia riconferma mezza Toscana. E non ho mai visto né conosciuto l'uomo vicino alle cosche"

Si difende, dice che «chiarirà». Nega l’accusa di corruzione e soprattutto di essersi messo a disposizione dei conciatori per ricevere in cambio la riconferma da capo di gabinetto. Dopo vent’anni trascorsi come braccio destro di Enrico Rossi, lui quel posto – giura – non lo aveva neppure chiesto. Era «un incarico che notoriamente io non volevo». È stato Eugenio Giani «a chiedermelo». Ed è stato lui, Ledo Gori, a volere la revoca del suo contratto. Un modo per togliere dall’imbarazzo il presidente ma pure per rivendicare la sua innocenza.

Gori, Giani ha prima annunciato di volerla sospendere e poi ha revocato il suo incarico da capo di gabinetto. Si aspettava un atteggiamento più garantista?


«No, non mi ha sorpreso, perché il pm scrive che l’atto criminoso di cui sono accusato potrebbe perpetuarsi. Era chiaro che un provvedimento si dovesse prendere. La sospensione non c’è mai stata. Ho detto che non sarei stato disponibile a dimettermi perché non ho fatto nulla. Comprendo l’imbarazzo, per questo sono stato io a chiedere un provvedimento di revoca. Ma ciò che non mi va giù sono le accuse».

I magistrati l’accusano di corruzione.

«Guardando l’ipotesi di reato, ho creduto mi accusassero di aver preso soldi. Ma ero sicuro: in mano non mi è mai arrivato nulla, e ci mancherebbe. Poi ho creduto che si riferissero all’associazione creata con Enrico Rossi per la campagna elettorale del 2015. Ma lì i finanziamenti si fermano al 2016. Infine ho capito che si trattava del mio ruolo da capo di gabinetto».

Avrebbe favorito le concerie in cambio del rinnovo dell’incarico, per cui gli imprenditori si sarebbero impegnati a convincere Giani. Come risponde?

«I magistrati ipotizzano la corruzione in virtù di uno scambio di favori che non c’è stato e per un incarico che notoriamente io non volevo. Lo sa mezzo mondo in Toscana. Io avevo suggerito che fosse Paolo Becattini, attuale capo segreteria di Giani e suo capo di gabinetto in consiglio regionale, a prendere il mio testimone. Mi ero reso disponibile a dargli una mano per un po’ di tempo. Avrei potuto diventare consigliere del presidente, in un ruolo simile a quello che Rossi attribuì a Gianfranco Simoncini per il lavoro. Poi Eugenio mi chiese di farlo perché mezza Toscana glielo aveva chiesto, perché tutti mi conoscono come uno impegnato a dare risposte».

Stando alle carte avrebbe aiutato gli imprenditori del Cuoio finiti agli arresti con autorizzazioni e deroghe fuori dalle regole.

«Non è così e lo chiarirò. Le autorizzazioni le rilascia il dipartimento dell’Ambiente e le leggi le cambia il consiglio regionale».

Sempre secondo i magistrati, li avrebbe anche aiutati suggerendo emendamenti alla legge sulla tutela delle acque.

«Fui contattato dai conciatori che mi spedirono una mail con gli emendamenti. Non feci che girarla a Bernini (dirigente dell’Ambiente, indagato per abuso d’ufficio, ndr) e chiedergli: “Sono accoglibili?”. E poi partecipai a un incontro con lui, Andrea Pieroni e Alberto Benedetti, il consulente dei conciatori. Benedetti spiegò le ragioni delle loro richieste a Pieroni. Punto. Devo essere accusato di corruzione per aver organizzato una riunione? Intrattenevo rapporti con loro? Se un distretto importante come quello della Concia mi chiede un incontro, io devo rifiutare? Chiunque si rivolga a un capo di gabinetto o cerca sostegno economico per i propri progetti o fogli. Io ascolto e cerco una soluzione. Se è lecita, bene, altrimenti faccio presente che non è possibile».

Quindi rivendica di aver fatto solo politica?

«Certo, ho governato al fianco del presidente, come ho sempre fatto con tutti, con il distretto orafo, quello cartario, tutti: ascolto e cerco di trovare una soluzione. Se la trovo bene, sennò pazienza. È una lezione che ho imparato al fianco di Rossi fin dai tempi in cui era sindaco a Pontedera. Enrico ogni sabato mattina riceveva venti persone. Una volta gli chiesi chi glielo facesse fare. Rispose che anche solo ascoltare le persone risolveva già la metà dei problemi. E io ho sempre fatto mio quell’insegnamento».

C’è un’intercettazione che la colloca ad un pranzo a cui parteciparono Rossi, Piero Maccanti e Aldo Gliozzi, direttore e vice del consorzio Acquarno, subito dopo l’elezione di Giani, a ottobre 2020. In quell’occasione lei li ringrazia per aver sponsorizzato la sua riconferma con Giani.

«È vero, l’ho organizzato io quel pranzo. Rossi voleva continuare a fare politica e chiedeva legittimamente contributi. Ma preciso subito che il contributo non è mai stato erogato».

E i ringraziamenti?

«Di persone che avevano chiesto la mia riconferma ce n’erano state moltissime, semplicemente il mio è stato un ringraziamento da persona civile. Ho detto anche che se fosse stato per me non avrei voluto tornare a fare il capo di gabinetto e che comunque sarei rimasto per poco».

E le pressioni sui funzionari regionali e il direttore di Arpat Marcello Mossa Verre per convincerli a non rimuovere ispettori graditi ai conciatori?

«Alessandro Sanna ha già dichiarato di non aver mai ricevuto pressioni in 21 anni. Con Marcello ho parlato tante volte, e credo che possa dire lo stesso. Su Arpat non ho mai esercitato nessuna ingerenza».

Allora che idea si è fatto dell’inchiesta?

«C’è dietro qualcosa che non capisco. In tutta onestà, credo che sia Maccanti che Gliozzi siano persone perbene. I rapporti che ho avuto con loro sono sempre stati corretti. Che siano stati capaci di avvelenare mezza Toscana mi pare strano ma sarà la magistratura ad accertarlo. Che poi mi abbiano messo in contato con Francesco Lerose (imprenditore calabrese finito in carcere, accusato di esser vicino alle cosche ndr), non è assolutamente vero. Non l’ho mai visto né conosciuto. Noi abbiamo solo promosso un protocollo d’intesa che consentiva ai conciatori di utilizzare la discarica di Rosignano. E per poterlo fare si impegnavano a fare un investimento da 80 milioni e a creare un impianto moderno per l’eco-espanso. Abbiamo fatto un accordo per un materiale che sapevamo potesse essere smaltito a determinate condizioni. Se queste condizioni non sono state rispettate che colpa ne ha la Regione?»

Certo emerge molta confidenzialità fra rappresentanti della pubblica amministrazione e imprenditori. Un’anomalia?

«Ho letto l’editoriale del direttore Stefano Tamburini. E ha perfettamente ragione, ci deve essere un ricambio ai vertici della pubblica amministrazione. È normale, in vent’anni di governo, maturare confidenza con gli attori sociali ed economici. Certo, alle cene dei conciatori c’erano in tanti, mi son trovato allo stesso tavolo con Pieroni e perfino con Susanna Ceccardi della Lega. Ma se ho commesso un errore è proprio quello di non aver smesso una volta concluso il mandato di Enrico. Ma ripeto, è stato Giani a chiedermelo. Mi disse: “Mi serve la tua esperienza”. Come facevo a dirgli di no?».

E ora cosa farà?

«Ho affidato alcuni appunti al mio avvocato, depositerò un memoria e chiederò di essere sentito dai magistrati. Chiarirò. La revoca dell’incarico per me è già acqua passata, ho voltato pagina, si va avanti». —

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