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Scandalo concerie, l’aiutino della Regione per inquinare meglio: così si aggiravano le regole

L’impianto ex Ecoespanso

Il depuratore Aquarno senza valutazione ambientale, deroghe ai limiti delle sostanze pericolose: le conversazioni telefoniche e gli atti illegittimi per smaltire i rifiuti secondo le accuse della Procura

Sanno di inquinare con gli scarichi di conceria. Il depuratore industriale Aquarno «non ha mai avuto la valutazione di impatto ambientale» scrive la Procura. A fine 2019 «non è stata neppure richiesta» l’Autorizzazione integrata ambientale per «valutare tutti i potenziali fattori di inquinamento ambientale» di tutti gli impianti di trattamento degli scarti di conceria. Tutto il sistema di smaltimento dei rifiuti pericolosi, inquinanti e avvelenati con cromo, arsenico, metalli pesanti – accusano Procura e Direzione distrettuale anti-mafia di Firenze – è basato su atti «illegittimi» della Regione, rilasciati in deroga alle leggi nazionali. Magari dietro «indebite pressioni» (e anche corruzione). A uno scopo solo: illeciti profitti. Smaltire rifiuti pericolosi di conceria in modo illecito fa spendere meno: 58 euro a tonnellata (per le ceneri di fango) invece che 220 euro.

COME AGGIRARE LE REGOLE


Il sistema “Santa Croce” – liberarsi a poco di rifiuti pericolosi, a discapito dell’ambiente – si baserebbe su un sodalizio collaudato fra Associazione conciatori di Santa Croce, Consorzio Aquarno (da cui dipendono gli impianti di smaltimento) politici e funzionari pubblici. I reati contestati – da quelli ambientali alla corruzione – servirebbero (secondo la procura) ai conciatori per: 1) farsi rilasciare «dalla Regione atti autorizzativi illegittimi» per sforare i limiti di concentrazione di sostanze pericolose negli scarichi industriali e per non obbligare l’inceneritore Ecoespanso a effettuare il “test di cessione” sulle ceneri da smaltire: l’analisi che attesta la possibilità di riciclare i fanghi inceneriti perché privi (o quasi) di sostanze inquinanti; 2) per firmare accordi e protocolli con la Regione «sull’adeguamento tecnico degli impianti (depuratori, inceneritori), funzionali solo a continuare la gestione illecita dei rifiuti»; 3) ottenere da funzionari della Regione, come il capo di gabinetto del presidente, «dilazioni e posticipazioni illegittime della scadenza delle autorizzazioni ambientali o del termine per adottare le valutazioni di impatto ambientale». Ecco come si spiegherebbe, ad esempio, la possibilità per il depuratore di Aquarno di funzionare senza Valutazione di impatto ambientale. Inoltre – insiste la Procura – l’amicizia fra imprese e Regione sarebbe servita «a eludere i controlli ambientali sull’impianto Aquarno e sullo scarico, accordandosi su chi avrebbe effettuato i controlli a sorpresa dell’Arpat». O per provare a far rimuovere gli ispettori “riottosi”: quelli che i controlli li volevano fare davvero.

L'ARPAT CI REMA CONTRO

Non a caso, in una conversazione del 9 novembre 2018, fra Nicola Andreanini, direttore del trattamento acque del depuratore Aquarno e Antonio Lasi, direttore del trattamento fanghi all’inceneritore ex Ecoespanso si dice: «È Arpat che ci rema contro». «Sono gli addetti dell’Arpat di Pisa che si divertono a metterci in difficoltà». In realtà, Arpart e carabinieri – a più riprese – non fanno che chiedere conto di come vengano smaltiti i resti di conceria, di perché le ceneri (il Keu) contengano cromo quando escono dall’impianto Ecoespanso e perché siano ancora inquinate quando escono dal piazzale di Francesco Lerose, imprenditore vicino alla ’ndrangheta (secondo la Dda). Questo imprenditore, invece di rendere innocui gli scarti delle concerie, li mischia a laterizi triturati e poi li ricicla per le massicciate delle strade o per i riempimenti ambientali. Fino a quando la catena viene interrotta a forza. A metà 2019.

IL FAVORE L'ABBIAMO PAGATO

Si comprende da una telefonata di giugno 2019 sempre fra Lasi e Andreanini: «È vero che lui ci ha fatto un favore in tutti questi anni, è vero che noi si è sempre pagato questo favore...E quindi la convenienza è sempre stata reciproca». Lerose è nervoso. Ha perso il “giro” dei rifiuti conciari che gestiva dal 2012. Ma la Regione, in quel momento, non può fare altrimenti. A marzo 2019 impone al Consorzio Aquarno di presentare un’autorizzazione ambientale integrata (anche se in attesa del rilascio concede altre deroghe ai limiti tabellari per la concentrazione delle sostanze nocive); il 29 maggio 2019 la Regione invia un’ulteriore diffida al Consorzio per correggere il tiro dello smaltimento. E quindi a giugno 2019 il keu di Ecoespanso viene mandato in discarica, all’impianto della Portamb srl a Mazzano, in provincia di Brescia a 70 euro alla tonnellata; sempre di più delle 58 euro pagate a Lerose, ma meno dei 220 euro a tonnellata chiesti da Waste Recycling.

LE PRESSIONI

Il Consorzio Aquarno fa di tutto per evitare la discarica. Ci sono mesi di pressioni sulla Regione. La Procura le ricostruisce. Al centro c’è il problema delle ceneri di Ecoespanso: Arpat dice che Ecoespanso «non può neppure uscire (dall’impianto, ndr) con il Keu». Infatti il 5 dicembre la Regione manda l’ennesima diffida «affinché il Keu in uscita da Ecoespanso rispettasse il test di cessione» (insomma venisse sottoposto al test per individuare le sostanze pericolose).

Scatta allora una telefonata tra Alessandro Francioni, presidente dell’Associazione Conciatori di Santa Croce e Andreanini, visto che il giorno prima c’era stata una riunione con la Regione sullo smaltimento dei rifiuti conciari: «Bisogna cercare il presidente della Regione Rossi, non servono più solo le 140mila tonnellate (di Aquarno), ma 70.000 tonnellate in più di Ecoespanso... dobbiamo chiedere a Rossi anche lo spazio per i fanghi». Poi scatta la caccia a chi ha firmato la diffida: «Arriva dal settore di Andrea Rafanelli, ma non è firmata da nessuno... Con Rafanelli ci parlerà Edo Bernini (dirigente regionale all’Ambiente)». Subito dopo, proprio Francioni chiama Piero Maccanti, direttore adell’Associazione conciatori per informarlo: «Siete obbligati a far partire il Keu con tutte le caratteristiche idonee (perché prima allora non le avevano?, ndr)... l’unica soluzione è parlare con Rossi».

SE LE IMPRESE FUNZIONANO DA CONSULENTI DEL PUBBLICO

Si mette in moto la macchina: l’11 dicembre si svolge una cena dell’associazione conciatori alla quale prendono parte anche alcuni funzionari regionali. La mattina dopo, il capo di gabinetto di Rossi, Ledo Gori informa Maccanti che Edo Bernini lo avrebbe contattato «per cercare di inventarsi qualche cosa su quella partita lì (di ceneri)». C’è la telefonata fra Andreanini e Bernini: i due si accordano per sentirsi la settimana successiva «dopo che il dirigente regionale avesse studiato la questione sulla scorta di una relazione che Andreanini gli avrebbe trasmesso». Andreanini, inoltre, aggiunge di aver parlato con Rafanelli (il funzionario del settore che aveva inviato la diffida) il quale riteneva «di non poter confermare per il futuro “l’architettura” (del sistema di smaltimento) e chiedeva tempo per approfondire la questione».

Inoltre Bernini invita Andreanini a inviare anche una memoria difensiva da studiare, soprattutto dopo che Rafanelli «ha ammesso che non esiste norma nazionale che impone a Ecoespanso di sottoporre il Keu a un test che confermi che sia un rifiuto idoneo al riciclo». Rafanelli avrebbe ammesso che «anche Arpat nella sua relazione (sulla diffida) tiene conto delle linee guida di Ispra, neppure lette correttamente», chiosa Andreanini. Perché è quello che vogliono gli imprenditori: ottenere dalla Regione l’autorizzazione a fare uscire dagli impianti i rifiuti senza test specifici. Senza tenere conto del Testo unico sull’ambiente. Una norma su misura, in effetti, l’hanno ottenuta. Per la Procura, avrebbero pagato un consigliere regionale del Pd per portarla in aula. Non per scriverla. Il testo è dell’avvocato Alberto Benedetti, consulente del Consorzio Aquarno. —

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