Contenuto riservato agli abbonati

Giani “silura” Ledo Gori, l’ex fedelissimo di Rossi

'Ndrangheta in Toscana: il presidente provato dalla maxi inchieste «ma garantista». L’ombra di quella cena coi conciatori

È rimasto scosso, turbato. Ma anche sorpreso nel vedersi citato nelle carte di un’inchiesta come colui che avrebbe accettato di confermare il braccio destro del suo predecessore sotto le pressioni dei conciatori del Cuoio. «Ma di cosa stiamo parlando? Di confermare Ledo me l’hanno chiesto militanti, sindaci e esponenti del partito in tutta la Toscana. E per le sue qualità, non certo per altro». Eugenio Giani si sfoga così con i suoi consiglieri più stretti nei pochi e rari colloqui privati riservati ad una delle giornate più plumbee della sua amministrazione.

Chi ci ha parlato racconta di un presidente provato umanamente dall’inchiesta che vede indagato Ledo Gori, l’uomo macchina rimasto per più di vent’anni al fianco di Enrico Rossi e riconfermato capo di gabinetto all’indomani della sua elezione. Ma proprio l’accusa di corruzione e la pressione mediatica di un’indagine che collega la pubblica amministrazione alle imprese del Cuoio e queste alla ’ndrangheta l’hanno convinto alla scelta più dolorosa.


Quando Giani la comunica a Gori in un incontro a Palazzo Strozzi Sacrati in mattinata, ha già deciso. Ascolta le ragioni di quello che è già un ex, ma non c’è più margine di mediazione. Il regista, il realizzatore, il risolutore di problemi e progetti rimasto ai vertici della Regione per due decenni è fuori. Silurato. La formula ufficiale è quella della sospensione. Fino alla pensione, fra sei mesi. Il messaggio è chiaro: «Ho disposto che le funzioni di capo di gabinetto, fino a ora svolte da Gori, siano attribuite in via transitoria al direttore generale Paolo Pantuliano», dice Giani, che affida la sua decisione a una nota. Al posto del fedelissimo di Rossi un suo fedelissimo. Da poco nominato in un altro ruolo chiave al vertice, Pantuliano è per Giani una specie di bussola amministrativa, fin dai tempi in cui era assessore allo sport a Palazzo Vecchio.

«Non esprimo opinioni su una vicenda seria e complessa – continua il presidente –, ho piena fiducia nella magistratura. Valuteremo già nelle prossime ore un’azione finalizzata ad evitare qualsivoglia infiltrazione vista la capacità delle organizzazioni criminose di penetrare nei tessuti imprenditoriali anche nei nostri territori». Ed è proprio l’ombra delle cosche e dei legami con pezzi dell’economia toscana a preoccuparlo di più e ad averlo convinto di una scelta che coglie di sorpresa molti nel partito. Ma è anche il quadro complessivo di un’inchiesta, accompagnata da rivelazioni, in cui non è indagato ma che lo tira in ballo. Di 80mila euro di contributi ricevuti da Giani per la campagna elettorale, scrive Repubblica, circa 20mila arrivano dalle concerie, anche quelle degli indagati. Quelli che, raccontano le carte, in una cena a marzo 2020, in pieno lockdown, gli avrebbero chiesto di riconfermare Gori. A tavola con Giani ci sono Piero Maccanti e Aldo Gliozzi, direttore e vice dell’associazione che gestisce il depuratore dell’Acquarno. Lì e «in altre visite elettorali» sponsorizzano il Mr Wolf della Regione, l’uomo che secondo i pm li aiuta con autorizzazioni lasche sullo smaltimento dei reflui, che arriva a prospettare un provvedimento disciplinare al direttore di Arpat Marcello Mossa Verre per convincerlo a non rimuovere gli ispettori compiacenti che organizzano falsi controlli a sorpresa, che si prodiga per far ottenere deroghe e iter velocizzati. I due porrebbero a Giani la riconferma di Gori come «condizione essenziale» per avere il sostegno elettorale dei conciatori. Tanto che il 12 ottobre, a elezione (e sua riconferma) avvenuta, dicono le carte, Gori incontra a pranzo Gliozzi e Maccanti in piazza Duomo e a tavola c’è anche Rossi. Li ringrazia per averlo sostenuto, e li esorta ad ascoltare l’ex presidente. Rossi dice ai conciatori di voler continuare a far politica, parla di una sede con un affitto da pagare da 20mila euro, e loro propongono di elargire sei, settemila euro di pubblicità per la rivista della sua associazione. «Non sono indagato e ho chiesto legittimamente contributi per il mio impegno politico», precisa Rossi.

Ma per molti nel partito con la decisione su Gori, Giani apre un fronte: «Se passa il concetto che basta un avviso di garanzia per far saltare la testa, allora chi fa più politica?», c’è chi si sfoga anche fra i componenti della sua giunta. In fondo, la segretaria Simona Bonafè e il capogruppo Vincenzo Ceccarelli rivendicano il «garantismo» dem. Ma nel Pegaso Magico i più sono stati perentori: «Eugenio siluralo o ti trascina con lui». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA