Contenuto riservato agli abbonati

Il politologo Tarchi: «Errori sui vaccini? Giani e Pd perderanno inizialmente consensi ma possono risalire»

Marco Tarchi

Secondo il professore possibili ripercussioni già alle comunali. «Ma cinque anni sono tanti, non è in gioco la sua rielezione»

FIRENZE. «L’impatto dei disservizi e delle polemiche» sulla gestione delle vaccinazioni in Toscana «potrebbe riflettersi sul consenso di Giani», dice Marco Tarchi, professore di Scienze politiche dell’università di Firenze, e «perfino su quello del centrosinistra già a partire dalle prossime amministrative». Non solo. Gli errori sulla pandemia potrebbero restare nella memoria dei toscani per cinque anni e condizionarne la rielezione. Ma il presidente, spiega il politologo, ha il tempo per recuperare terreno. 

Professore, in Toscana da giorni si sollevano proteste e polemiche per i ritardi nelle vaccinazioni degli over 80 e delle persone più a rischio. Perfino Giani ha ammesso «alcuni errori». Che impatto potrebbe avere questo sul consenso del centrosinistra in regione e del governatore stesso?

«Abbiamo già visto nel recente passato, in altre regioni, che la gestione della sanità è uno di quei temi ai quali i cittadini prestano maggiore attenzione al momento della scelta di voto. L’impatto dei disservizi e delle polemiche di questi giorni potrebbe quindi riflettersi negativamente sul consenso nei confronti di Giani, che fra l’altro in campagna elettorale aveva puntato molto sul suo aspetto di persona competente ed efficiente. Per sua fortuna, però, il suo mandato si è appena aperto e non deve quindi temere il responso delle urne».

La rabbia e la delusione fra i cittadini potrebbero risvegliare un sentimento sovranista, egoista o comunque populista che in Toscana è stato sconfitto nelle elezioni di settembre o il grande dramma della pandemia farà prevalere comunque le ragioni della solidarietà?

«Al di là della retorica massmediale e istituzionale, a me non pare che la pandemia abbia avuto ricadute positive sui rapporti interpersonali, né in Toscana né altrove. È vero il contrario: fra paure e distanziamento sociale, fra la gente comune si sta instillando un sentimento di “sì salvi chi può” che oggi gioca a favore di chi governa – da cui ci aspetta la risoluzione di ogni problema – ma domani potrebbe rovesciarsi di segno».

Una sanità d’eccellenza è sempre stata uno dei puntelli più forti per il centrosinistra. Il Pd e la sinistra rischiano di aver perso una cartuccia politica ed elettorale?

«Perso non direi. Diciamo che lo strumento si è ammaccato e la diffidenza è cresciuta. Ma i problemi non sono mancati neanche in altre regioni con amministrazioni di colore diverso, il che attenua in parte le delusioni di chi aveva creduto in una Toscana in posizione di assoluta eccellenza in questo settore».

C’è un rischio imminente di sconfitta nelle città alle prossime amministrative anche legato alla povertà crescente? 

«In una certa misura, sì. Ma molti elettori probabilmente addebitano la deteriorata situazione economica attuale a carenze complessive del sistema e ne spalmano la responsabilità sull’intera classe politica, senza troppe distinzioni tra partiti. Bisognerà poi vedere se la crescente protesta si manifesterà in un consenso per le formazioni più critiche verso l’establishment oppure in una più ampia astensione».

La memoria tragica della pandemia e degli errori commessi potrebbe pregiudicare una rielezione di Giani o fra cinque anni i toscani si saranno dimenticati come spesso capita con gli “scivoloni della politica”?

«Cinque anni sono tempi lunghissimi per la politica. Il ricordo o l’oblio dipenderanno da ciò che l’amministrazione regionale avrà saputo fare di qui al 2025. Gli errori di questa fase contribuiranno al giudizio complessivo, ma non potranno, da soli, determinarlo».

Il governo Draghi è stato descritto come l’effetto del default della politica. È d’accordo?

«Non del tutto. Ha pesato soprattutto il clima da “stato di eccezione” che il trattamento ansiogeno della vicenda-covid nei circuiti informativi – dai social media alla tv, dalla radio alla stampa – ha instaurato in Italia (ed altrove). Aggrapparsi a virologi, epidemiologici, infettivologi e specie affini ed assegnare loro un ruolo di star mediatiche, sorta di oracoli del tempo moderno, accogliendone le opinioni e valutazioni più disparati, ha contribuito a sminuire il ruolo dei politici – ai quali dovrebbe autonomamente incombere la responsabilità delle decisioni di interesse collettivi – e a rilanciare, per l’ennesima volta, la narrativa della superiorità e indispensabilità dei tecnici. Da qui è nato il ricorso alla figura quasi messianica del salvatore Draghi».

Quello di Draghi è stato definito anche come “il governo dei migliori”. Ma è davvero così o cambia poco dal Conte bis? E chi rischia di dover mutare di più la propria natura: Salvini, che per farne parte ha riconvertito la Lega all’europeismo, o Pd e 5stelle, entrambi impegnati a ricostruirsi un’identità?

«Grandi discontinuità nell’azione dei due governi finora non ne ho riscontrate, ma c’è un’aspettativa diffusa circa la maggiore competenza del nuovo esecutivo nella scrittura dei progetti per il Recovery Plan. Vedremo se sarà stata ben riposta. Di sicuro, sia la Lega che i Cinque stelle sono stati spinti dalla straordinarietà della situazione a cambi di rotta notevoli. Il M5S aveva già abbandonato molti dei suoi capisaldi al momento della nascita del secondo governo Conte; la Lega lo ha fatto in modo più repentino. Resta da verificare se i rispettivi elettorati apprezzeranno questi cambi di rotta. Il Pd mi pare, per ora, non aver subito particolari cambiamenti: tutt’al più un’accentuazione del ruolo di portavoce di un’ideologia del “politicamente corretto”».

Il profilo di Letta potrebbe far riguadagnare al Pd la parte del campo centrista occupata da Renzi e Calenda? O rischia di far perdere ai dem voti a sinistra?

«Non è improbabile che nessuna di queste due ipotesi si concretizzi e che la situazione rimanga, in termini di consensi elettorali, la stessa di prima. Non sarà Letta a risolvere i problemi strutturali che il suo partito si porta dietro fin dalla nascita, cioè i difetti della fusione a freddo di due culture per più versi eterogenee e di cui non si è vista una sintesi efficace».

Nella sua prima uscita ha chiesto due capogruppo donne e riaperto la discussione nei circoli. Ma servirà davvero a far recuperare al Pd la connessione sentimentale col suo popolo dopo la sconfitta del 2018?

«Ne dubito. Non è stata certo la discussione a mancare al Pd nel corso della sua storia, ma la creazione di un’identità ben definita ed accattivante. Che ancora latita». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA