Cacciato dalla comunità, morto per overdose: «Nostro figlio poteva essere salvato»

I genitori scoprono dopo mesi le cause della morte: dal centro di recupero non ci avevano detto che era stato allontanato

GROSSETO. Il 1° luglio 2020, un mercoledì, un uomo di 40 anni, appena espulso dalla comunità di recupero dalle tossicodipendenze dove si trovava da circa un anno, si ritrova alla stazione di Grosseto. Davanti a lui un bivio: salire su un treno e tornare a casa, nel Fiorentino, dove vivono i genitori che lo sostengono in questo percorso, o imboccare quella strada che stava faticosamente cercando di abbandonare.

Dario Meini, di Pontassieve, 40 anni, è probabilmente arrabbiato, deluso. Sicuramente fragile. E su quel treno non salirà mai. Quella sera stessa, intorno alle 23, muore per un arresto cardiaco provocato da un mix di cocaina, eroina e alcol, in un appartamento del centro storico dove è finito seguendo una coppia appena conosciuta e che aveva avvicinato per chiedere dove poteva procurarsi della droga.


I carabinieri hanno individuato ieri lo spacciatore che ritengono gli abbia venduto le sostanze. E hanno concluso così le indagini iniziate a luglio. A carico dello spacciatore c’è solo l’ipotesi di spaccio; archiviato invece l’altro presunto reato, morte come conseguenza di altro reato.

A nove mesi di distanza, intorno a quel decesso, all’inizio attribuito a un malore, prende forma una storia diversa.

E due genitori, Renza Tanini e Adriano Meini, che finora erano rimasti all’oscuro della sorte del figlio, chiedono risposte a interrogativi che li lacerano: Dario poteva salvarsi? Avrebbe potuto prendere la via di casa una volta uscito dalla comunità? Ma una più delle altre li assilla: «Perché non ci hanno avvertiti che Dario era stato cacciato dalla comunità? È normale mandare via una persona così senza avvisare? non c’è un protocollo?».

«Dario è entrato in comunità a Vallerotana, vicino a Grosseto, a metà 2019 – racconta la mamma – Aveva cominciato a fare uso di droga negli anni in cui aveva vissuto a Londra. Avevamo deciso insieme, io, Dario e suo padre, mio ex marito, di fare questo percorso di disintossicazione e di recupero in comunità. Nel primo periodo si trovava bene. Era sempre stato un bravo ragazzo, con mille interessi. In comunità aveva ricominciato a dipingere, leggeva molto, scriveva».

I genitori vanno a prenderlo e a riportarlo quando capitano dei permessi. A volte torna da solo a Firenze in autobus. Tra la famiglia e la comunità ci sono buoni rapporti. I genitori sono molto presenti e, col permesso di Dario, ottengono di essere informati di eventuali eventi fuori dall’ordinario.

Qualcosa, però, a un certo punto si incrina. Il Covid costringe a rimandare il trasferimento di Dario in un’altra comunità dove avrebbe avuto anche un lavoro. La famiglia percepisce che tra Dario eVallerotana qualcosa si è incrinato.

La situazione precipita il 1° luglio. Quel giorno dopo un periodo a casa, il padre lo riaccompagna in comunità. Ma dopo poche ore riceve una telefonata: Dario è stato espulso.

«L’ho lasciato lì alle 14 – dice il babbo – lo ispezionarono per controllare che non avesse con sé niente di proibito. Era a posto e ci salutammo».

Cosa è successo? Le misure anti-Covid impongono una quarantena di tre giorni, ma Dario viene trovato fuori a parlare con un altro ospite. Ne nasce una discussione con gli operatori, i due vengono riaccompagnati nelle loro stanze e quella di Dario viene ispezionata. Vengono trovate una bottiglia di vodka vuota e una lattina di birra piena. Abbastanza perché la direzione decida di espellerlo. Gli vengono restituiti 100 euro che aveva in deposito e il cellulare e viene portato alla stazione per prendere un treno per Firenze.

A questo punto il racconto della famiglia e quello della comunità divergono. Il direttore della struttura, il dottor Umberto Paioletti, assicura che il padre è stato subito avvertito del provvedimento. «Il padre è stato avvisato che stavamo procedendo all’allontanamento – dice al Tirreno –. Gli sono stati dati i soldi che il padre ci aveva autorizzato a dargli ed è stato portato alla stazione perché prendesse un treno per Firenze. Dario doveva stare in quarantena e non ci stava. Era un problema di tutela sanitaria».

I genitori di Dario, invece, riferiscono un’altra storia. Il padre sostiene di essere stato contattato alle 17,56 dall’operatore che seguiva il figlio. «Mi disse che aveva fatto casino e che con il responsabile della struttura avevano deciso che era fuori. Disse che lo avevano accompagnato alla stazione. Io ero sconvolto. Lo avevo lasciato lì poche ore prima. Ho solo saputo dire: ma quando arriva? Mi rispose che aveva il telefono e che avrebbe chiamato».

La chiamata non arriverà mai. Né i genitori riusciranno più a mettersi contatto con il figlio. Che, alle 23 circa, viene soccorso, purtroppo inutilmente, dal 118 nell’appartamento di Grosseto. Solo con la fine delle indagini, in questi giorni, Renza e Adriano hanno potuto avere una ricostruzione completa di cosa è avvenuto quel pomeriggio. Ma gli interrogativi restano ancora tanti. La famiglia, che si è rivolta all’avvocato Giorgio Ponti di Arezzo, ha deciso di rendere pubblica la vicenda. «Non voglio che mio figlio venga dimenticato. Quello che è successo a noi non si deve ripetere mai più», dice Renza. —

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