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«Ti taglio la gola, lesbica»: cacciata dalla famiglia

Confessa la propria omosessualità e la madre la sfratta e la minaccia. La storia di Malika, 22 anni, operaia di Castelfiorentino

«Ora riesco a respirare, mi sembra impossibile, è come se mi fossi liberata di un peso enorme». Quale? Quello delle menzogne per le emozioni e i sentimenti provati e che Malika, 22 anni, ha dovuto nascondere, rintuzzare dentro se stessa, perché quello che sentiva era “diverso” rispetto a quello delle ragazze delle sua età. Tre mesi fa ha scritto una lettera alla sua famiglia spiegando che si era innamorata di una ragazza. E la risposta dei suoi è stata che l’hanno cacciata di casa, «senza che potessi prendere neppure un paio di mutande» dice lei. Però, se ora da una parte riesce a respirare e a non nascondere più il fatto di amare una persona del suo stesso sesso, dall’altra non può cancellare le ferite che si porta addosso: i calci e i pugni di sua madre che sono stati anche denunciati ai carabinieri di Castelfiorentino (in provincia di Firenze) dove è nata e ha vissuto finora. E poi le offese che avrebbe ricevuto sia da sua madre che da suo fratello: dal “Ti taglio la gola”al “Ma che pensi di andare a fare? A fare la lesbica in giro additata da tutti? E contro la compagna: “Se l’acchiappo le levo il cuore dal petto, la sbrano in mille pezzi”. Il tenore, in alcuni audio, che Malika ha fatto sentire, è questo.

Allora, lei minuta di fisico e che dimostra anche meno di quello che ha, è scappata da Castelfiorentino. Ora vive da amici e ha l’aiuto della sua compagna. Non vuol dire dove si trova, ha paura. Ma, allo stesso tempo, ha deciso di rendere pubblica la sua storia e il dolore che l’accompagna perché «le cose devono cambiare, voglio dare un messaggio anche alle persone che hanno le mie stesse difficoltà e perché la mia famiglia possa cambiare». Ecco, nella sua sofferenza, c’è anche il disperato bisogno di non perdere i suoi genitori: la mamma alla quale era legatissima, il babbo «chiuso che mi offendeva».


Malika Chalky(scriviamo il cognome perché ci ha autorizzato ndr) ha una madre fiorentina e un padre di origine marocchina. A quanto racconta, «fino a quando in casa c’è stata mia nonna non ho avuto difficoltà o dolori. Poi si è rotto qualcosa e mia madre è diventata possessiva nei miei confronti. Mi telefonava continuamente quando uscivo, era assillante senza motivo». «Certo – continua con voce calma e decisa – mi hanno anche fatto del bene».

Poi, però, un anno fa l’equilibrio si finisce di rompere. Da quanto racconta, una sera è costretta ad andare al pronto soccorso per le botte rimediate dalla madre che nella sua macchina aveva trovato scarpe, maglietta e pantaloncini che Malika usava per giocare a calcetto. Sport da maschi, il “puzzo” che la mamma aveva avvertito si materializza, la diversità si manifesta. E la “colpa” non le viene perdonata. Parte la prima condanna e partono le botte. La ragazza presenta una denuncia, poi la ritira. Ancora le sue preferenze non sono conclamate in famiglia e si viaggia tra alti e bassi. Ma il disagio e il malessere della ragazza aumentano. Fino a quando a luglio scorso conosce una coetanea che diventa la sua compagna.

L’incontro diventa un’energia, è un soffio che le concede la forza di aprirsi. E allora prova a giocare a carte scoperte: «Scrissi una lettera ai miei genitori e a mio fratello – racconta – in cui spiegavo che avevo trovato la felicità vivendo questa persona appieno. Che ero stanca di mentire, non volevo vivere nell’omertà. Volevo solo essere accettata. Che non avevo scelto io chi amare, ma che era stato solo il mio cuore. E la lettera si concludeva così: “Spero che possiate accettarlo come un salto nel vuoto... Volete saltare con me? ”» .

Non si aspettava una reazione “a braccia aperte”. «Temevo che si sarebbero arrabbiati – va avanti la ragazza – ma mai in quel modo. Mio padre mi disse che avevo distrutto una famiglia, mia madre che facevo schifo». Poi ancora peggio: dagli audio che Malika tiene nel suo telefono, si capisce che la situazione è degenerata rapidamente. E lei, da allora, non è potuta rientrare più a casa. «Al momento neppure con i carabinieri – spiega – infatti tramite il mio avvocato abbiamo fatto una richiesta di accesso ma dopo tre mesi siamo in attesa». Ora Malika prova ad avere una sua quotidianità. «Però le difficoltà sono tante – aggiunge – lavoro in una fabbrica ma non ho una casa e devo pagare un avvocato. Devo fare tutti i giorni 70 chilometri per andare a lavorare e mi devo mantenere una macchina». Ieri, però, nel giorno in cui è circolato il video in cui lei fa ascoltare gli audio con gli insulti e le minacce della sua famiglia, il sindaco della sua cittadina Alessio Falorni ha postato un video su Facebook con un appello per darle aiuto. «Sono sconvolto da quello che ho saputo – ha detto all’inizio del pomeriggio – è delicato entrare in queste vicende familiari ma non si può transigere su certi valori. Non si possono accettare discriminazioni di questo tipo». Malika ha raccolto l’ invito, si è messa in contatto con Falorni. E in tarda serata il sindaco ha spiegato che «con un cuore smisurato la nostra comunità ha manifestato da tante parti la disponibilità a sostenere la ragazza. Segno che non ci sono dubbi sui valori che condividiamo». Collettore degli aiuti che sono stati offerti, non solo da Castelfiorentino ma anche da molte altri parti della Toscana, sarà il centro antiviolenza Binario Donna di Castelfiorentino. –

(ha collaborato Giacomo Bertelli)

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