Il ristoratore toscano incatenato a Montecitorio: «Fatturato mancato e ristori ricevuti, ecco i miei conti»

Titolare di un famoso locale di Grosseto, martedì era in piazza a Roma: «Chiediamo solo di lavorare» 

Lo sguardo fisso sulla catena. Quella che lo tiene legato a una transenna in piazza Montecitorio, che poi è il simbolo di una prigionia della quale si sente vittima da quando i tavoli del suo ristorante – gli Attortellati a Grosseto – sono vuoti, e in cucina ormai si entra in pochi per preparare qualche pietanza da asporto ma soprattutto «per tenere impegnata la testa». Quella testa che Massimiliano Pepi, 53 anni, in piazza tiene quasi piegata. Piegata dal peso della pandemia da coronavirus. Che a lui e a tanti suoi colleghi ha imposto chiusure che vanno avanti da mesi a fronte di indennizzi che la categoria ha ribadito più volte essere insufficienti.

«Per me quella di martedì scorso è stata la settima manifestazione a cui ho partecipato – racconta Massimiliano Pepi, che fa parte del gruppo “Ristoratori maremmani” che tiene insieme 121 ristoranti della provincia di Grosseto – e spero che sia l’ultima. Finora sono stato a due proteste a Firenze e a cinque a Roma ma mi auguro che dal 20 aprile ci consentano di aprire anche se parzialmente, anche se solo all’aperto ma che ci permettano comunque di lavorare perché è questo che stiamo chiedendo».


Partito per Roma lunedì sera, Pepi e altri ristoratori ma anche titolari di palestre, parrucchieri e baristi sono rimasti attaccati alle transenne per diverse ore in piazza Montecitorio. Almeno fino a quando non sono partite, nel primo pomeriggio, le cariche della polizia.

«La piazza era calda – racconta – eravamo in circa diecimila. Quando è partita la prima carica della polizia ero sempre attaccato alla transenna: non riuscivo a liberarmi, mi urtavano ed era difficile inserire la chiave nel lucchetto. Ho dovuto chiedere aiuto a un poliziotto perché me la tenesse ferma. Alla fine ce l’ho fatta ma ho rischiato perché subito dopo un manifestante c’è caduto sopra e si è ribaltata».

Una situazione in cui Pepi non avrebbe mai pensato di ritrovarsi, soprattutto per difendere la sua attività, che porta avanti da 21 anni a questa parte insieme con i due fratelli – Nicola e Simone – e alle sorelle Aurora e Cristina. Oltre all’attività del ristorante la famiglia Pepi ha un’azienda agricola – che prevede anche l’allevamento di animali – e un laboratorio per la produzione di conserve.

«Di fatto sono sei mesi che non lavoriamo – spiega – abbiamo una decina di dipendenti che sono in cassa integrazione ma l’azienda ha dei costi fissi alti. Nel 2020 abbiamo avuto un calo di fatturato di 180mila euro, nel 2021 non abbiamo mai lavorato a parte tre settimane a gennaio ma stimiamo che il calo sia di 250mila euro. Facciamo l’asporto – aggiunge – ma è una rimessa, serve a noi per non pensare sempre al peggio ma non porta a un vantaggio economico tale da portarci in pareggio. A Pasqua abbiamo lavorato bene con l’asporto ma poi più nulla. Incassiamo poche centinaia di euro al giorno». E per quanto riguarda gli indennizzi del decreto Sostegni, Pepi non potrà beneficiarne perché il calo del fatturato è stato comunque inferiore al 30 per cento. «Non potremmo usufruire nemmeno della proroga del pagamento dei contributi – dice ancora – perché anche quella è legata alla soglia del 30 per cento. In tutto con i quattro decreti di Conte abbiamo avuto 36mila euro ma solo a dicembre il calo del fatturato è stato di 100mila euro. Siamo rimasti in piedi grazie ai prestiti della banca e poi abbiamo utilizzato tutti i nostri risparmi. Siamo consapevoli – aggiunge poi riferendosi alle categorie colpite dalle chiusure – che lo Stato non possa darci un sostegno per le perdite effettive ma se non vogliamo fallire dobbiamo riaprire».

Nel rispetto delle norme anti-Covid Pepi aveva anche fatto degli investimenti per modificare l’assetto del suo ristorante. Che poi però ha dovuto comunque tenere chiuso. Un locale che resta spazioso con 140 coperti all’interno e un altro centinaio all’esterno. «Lo staff al completo prima del Covid era composto da 18 persone – dice – in questi mesi non abbiamo licenziato nessuno e anche ai tre dipendenti con contratto stagionale abbiamo fatto la promessa che li riprenderemo a lavorare quando riapriremo. Per il momento viene solo il nostro aiuto cuoco, il resto lo facciamo noi». La speranza di Pepi quindi è che dal 20 aprile o comunque ai primi di maggio anche i ristoranti possano riaprire. «Resistere fino a giugno è dura», conclude. Il peso della pandemia è sempre più difficile da sostenere. —

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