Il ristorante non lavora ma lui paga gli stipendi

Leonardo Peccianti

Grosseto, la cameriera: «Così mi consente di mangiare e pagare l’affitto. Il mio titolare mi garantisce la dignità, sostituisce lo Stato»

Le sta dando la dignità. Di non ritrovarsi senza soldi per pagare l’affitto. Di non dover elemosinare aiuto da amici e conoscenti. Di poter provvedere alle necessità principali: pagare l’affitto, le bollette, fare la spesa.

Un gesto non ricompensabile quello nei confronti di Romana Cojocaru, 35 anni, cameriera a La locanda de’ Medici di Grosseto.


Il ristorante da ottobre è stato aperto solo per cinque settimane e da quel momento non ha quasi più incassi. La mano tesa nei confronti di Romana e di altri due colleghi è quella di Leonardo Peccianti, il titolare del ristorante per cui Romana lavora da cinque anni.

«I primi due mesi di lockdown – racconta Peccianti – ho messo i miei dipendenti in cassa integrazione. Ne avevo cinque, a due non ho potuto rinnovare il contratto. La cassa integrazione era un miseria e non arrivava: mi sono ritrovato a un bivio, far finta di niente o andare loro incontro. Ho ripreso a pagare loro lo stipendio. Anche se siamo chiusi e con l’asporto si fanno pochi euro. I clienti vengono per dare una mano, non certo perché hanno l’esigenza di ordinare un piatto».

Romana Cojocaru vive da sola «Non avrei potuto pagare l’affitto con la cassa integrazione – dice. Sono 400 euro al mese perché i proprietari mi sono venuti incontro sapendo la situazione e consapevoli che sono sempre stata attenta e corretta con loro. Senza Leonardo che mi dà ugualmente lo stipendio, ovviamente non ho più straordinari e mance, mi sarei trovata in una situazione drammatica. Lui mi sta dando la dignità, sostituisce lo Stato. Non ha voluto lasciarci nella povertà più nera. Spero di poterlo ricompensare, recupereremo insieme, anche coi colleghi, lavorando, quando potremo farlo».

Intanto Leonardo la notte non dorme più. E neanche Romana dorme. Entrambi hanno paura. Sanno che non potranno continuare a lungo, sanno che i risparmi accumulati dal ristoratore nei 19 anni di attività non dureranno ancora per molto. «Non voglio passare da benefattore, sia chiaro», commenta Peccianti. «Quando i dipendenti ti danno tanto, sono corretti, competenti, e onesti, nel momento del bisogno devi restituire quello che ti hanno dato. Se pretendi tanto, devi anche dare tanto. Perché è solo con loro che posso permettermi di ripartire».

Intanto i soldi messi da parte calano e le scadenze mese dopo mese si presentano, quasi suonano il campanello della saracinesca abbassata in quel luogo, così caratteristico, della cucina maremmana.

La storia di Peccianti è quella di molto ristoratori, disperati, sprofondati nel buio delle difficoltà. Spesso, se con situazioni un po’ meno solide, ingoiati dai debiti, senza più credito con le banche che anche in questa fase non hanno aperto i cordoni della borsa nonostante le garanzie dello Stato. Se eri già indebitato, senza patrimonio e con un’attività fresca di apertura non si sono spalancate le porte.

«Ci fanno credere che ci danno ristori e sostegni e invece ci sostengono con meno del 3 per cento. È una guerra che ci fanno combattere dicendoci che ci danno le lance ma poi si arrivano dandoci gli stuzzicadenti».

Peccianti fa due conti e i numeri fanno impallidire. Per il ristorante paga duemila euro di affitto al mese, poi ci sono le bollette di 800-900 euro al mese («perché nell’incertezza non puoi neppure spengere frigoriferi e congelatori»), gli stipendi, i contributi, le tasse, la quota del commercialista, di chi fa le buste paga. Alla fine, senza i dipendenti, non bastano cinquemila euro al mese.

«Da ottobre per mantenere in vita il ristorante e consentire di vivere ai miei dipendenti ho speso 70mila euro», sottolinea.

«Il vulcanico Peccianti non ce la fa più, si è spento», il ristoratore parla di sè in terza persona. Lo dice con un filo di voce. Non c’è il sorriso della foto a fianco, quello con cui sono abituati a vederlo i clienti. «Mi manca l’entusiasmo con cui mi alzavo la mattina, mi manca la voglia di lottare. Sono una larva, non ce la faccio più. E non è la storia di Peccianti, questa. Ma quella di tutti i miei colleghi che vedete in strada o che rimangono in silenzio perché a mettere le nostre cose in piazza non siamo abituati. Lo Stato faccia qualcosa e se non ha i soldi almeno smetta di ingannarci e ci faccia riaprire. Ci tolga dalla disperazione».

E la paura lascia senza fiato anche Romana. «Ho avuto tanta paura in questi mesi, ne ho ancora continuamente. Temo che Leonardo non ce la faccia più a darci questa mano. Che a un certo punto decida di chiudere o di riorganizzarsi magari mettendosi a vendere il vino online dato che è un grande esperto. Ha fatto corsi, è bravo con l’e-commerce. E se lui mi molla, io precipito. So che fino a un certo punto può aiutarci ma poi dovrà pensare a se stesso. E io non potrò pagare l’affitto, non potrò fare la spesa. Chissà se lo Stato se ne rende conto che se i locali, i negozi, continuano a rimanere chiusi crolleremo tutti insieme. E penso: Se non saranno in grado di vaccinarci? Se la normalità non potrà riprendere? Cosa accadrà? ». —

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