Cave e gare per le concessioni non se ne parla fino al 2029

Le cave del Bacino di Ravaccione

La storia infinita per l’estrazione del prezioso marmo di Carrara. Dagli Estensi fino a oggi: i tempi li decidono le consuetudini e i ricorsi 

CARRARA. Sentieri di norme, leggi e distinzioni, tortuosi come quei tracciati che percorrono ogni giorno i “bisonti” del marmo all’interno delle famose cave di Carrara, con il pregiato materiale estratto fin dai tempi dei Romani che ha da sempre caratterizzato la città e il suo dibattito pubblico. È in questo contesto che si muove quella fisarmonica di date che dal prossimo anno si allunga fino al 2041 per le gare per le concessioni degli agri marmiferi.

La prima distinzione è infatti quella di cui parla fin dall’inizio il regolamento per la concessione degli agri marmiferi comunali, testo approvato la scorsa estate dal Municipio carrarese, contestato da alcune associazioni ambientaliste, da un lato, al centro di un ricorso al Tar di circa trenta imprese del lapideo, con la delegazione apuana di Confindustria capofila, dall’altro. Ebbene, per un terzo delle cave carraresi (che complessivamente sono circa 80) non si va a gara perché considerate private. Parliamo dei cosiddetti “beni estimati”: un’annosa questione (l’atto è del 1 febbraio 1751) ancora aperta e con una sentenza in primo grado del 2018 del Tribunale di Massa – con il giudizio interrotto al momento in appello – a dichiarare che quelle cave non fanno parte del patrimonio indisponibile del Comune (e con i titolari che non pagano il canone di concessione, ma solo il contributo di estrazione). E arriviamo alla seconda distinzione. All’interno del restante 70 per cento circa – gli agri marmiferi –, non tutti i siti hanno una concessione cosiddetta “moderna” e cioè, parafrasando, rilasciata dal Comune con una «scadenza naturale».


A rientrare in quest’ultima fattispecie sarebbero soltanto quattro, tra cui una con una scadenza a stretto giro (2022); poi un paio nel 2037 e una nel 2039. Al di là di queste, tutte le altre lavorano sulla base di “concessioni livellarie” estensi che per il neo-regolamento decadranno in data 31 ottobre 2023, a 7 anni cioè dal 31 ottobre 2016, seguendo la legge regionale 35 del 2015. Ed è proprio quest’ultimo punto tra quelli contestati dalle aziende marmifere nel ricorso (non possono essere azzerate così di colpo le concessioni livellarie, senza poi alcun indennizzo, il refrain delle ditte). Entro il 2023, difatti, secondo il testo, le aziende di escavazione che lavorano cave (in regime di agro marmifero comunale) dovranno stipulare delle convenzioni con palazzo civico per accedere a un periodo transitorio che, come recita il regolamento, verrà scandito dalle “premialità”: percentuali di lavorazione in loco, il concetto di filiera e di ricadute sul territorio che definiranno il periodo (da 13 a 25 anni al massimo) che partirà nel conteggio dal 2016. E quindi si va dal 2029 al 2041, a seconda dei progetti delle aziende che muoveranno la “fisarmonica” temporale; poi la gara. «I tempi delle convenzioni sono questi. Vogliamo stipularle entro il nuovo anno, sicuramente entro la primavera del 2022 perché vogliamo che la città inizi a beneficiare quanto prima delle prospettive che il nuovo regolamento riserva.

Il ricorso al Tar delle aziende sul regolamento? Come per quello che riguarda il tema della tracciabilità, per la quale stiamo continuando con la fase di sperimentazione, finché non ci sarà un giudizio contrario al nostro operato continueremo a lavorare in questa direzione. Non ci facciamo intimidire dai ricorsi delle aziende: siamo la prima amministrazione che ha fatto atti importanti e coraggiosi sul settore lapideo», rivendica il vicesindaco pentastellato di Carrara con delega al marmo, Matteo Martinelli. Le gare per le concessioni e i beni estimati; la tracciabilitàe le tariffe: macro-temi che accompagnano da tempo il pianeta lapideo all’ombra delle Alpi Apuane e ai quali si è aggiunto un nuovo fronte che preoccupa il settore, dopo lo “stop” di una cava nei mesi scorsi, con il caso sollevato dalla Fillea Cgil. Parliamo dei fossi e i canali demaniali all’interno della cava: una questione conosciuta, come dimostra un protocollo d’intesa tra Provincia apuana e Comune di Carrara del 2012, ma rimasta per anni “congelata” e al vaglio ora degli uffici regionali per trovare una soluzione ed evitare così che il groviglio possa estendersi ad altre cave. Un tema al centro di un tavolo virtuale congiunto tra Regione, Comune, sindacati e Confindustria nei giorni scorsi. —

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