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Battiston: «Ancora due mesi e torneremo ad una vita (quasi) normale. Ecco le tappe per riuscirci»

Roberto Battiston e la spiaggia della Versilia l’anno scorso

Il professore è uno dei maggiori esperti italiani per la curva dei contagi: «Solo al 75% di copertura l'epidemia si spegnerà da sola, credo in autunno. Ma la vita quasi normale può tornare prima». Le previsioni per la Toscana

L’immunità di gregge non è l’unico spiraglio di fronte ai nostri occhi per uscire dalla gabbia della pandemia. Una via di scampo potrebbero offrircela «i vaccini» e già fra un paio di mesi se la campagna di somministrazioni cominciasse davvero a correre.
 
Oggi l’Italia conta «circa il 25% dei cittadini protetti dagli anticorpi contro il virus. Il 20% ha ricevuto la prima dose e poi ci sono 6 milioni di italiani guariti che hanno sviluppato un’immunità. Se mantenessimo ritmi serrati nelle vaccinazioni, fra due mesi raggiungeremmo una copertura del 50%, come in Israele, dove con gli stessi livelli di immunizzazione si sono decise riaperture importanti e si è tornati quasi alla vita di prima», dice Roberto Battiston, professore di fisica all’università di Trento.
 
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Ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana ed ex normalista, da tempo è uno dei maggiori studiosi italiani nell’analisi della curva dei contagi tanto da essere stato reclutato fra gli esperti di Agenas. L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari delle regioni tiene un monitoraggio in tempo reale sull’andamento dell’epidemia nel Paese e ha scelto le sue simulazioni come punto di riferimento per il calcolo degli infetti e dell’indice di contagio Rt.
 
Professore, dalle sue proiezioni la Toscana registra un Rt a 1,1 nonostante la zona rossa. 
 
«Per molte settimane la Toscana è stata in arancione senza mai riuscire a scendere sotto l’1. Non una cosa da poco, perché significa che l’epidemia non è in calo, ma continua a produrre infetti. Dal 29 marzo è iniziata la zona rossa. Si intravede l’inizio di una discesa dell’Rt a partire dal primo aprile. Se le misure funzionano, dovremmo cominciare a vederne i primi effetti nel giro di due giorni. Certo, il quadro toscano fa riflettere».
 
Perché? 
 
«La Toscana è rimasta in zona gialla per tutto febbraio e in arancione per tutto marzo. Fosse stata presa un’iniziativa più incisiva a inizio febbraio oggi la curva sarebbe in discesa. Eppure le condizioni per la regione a gennaio erano favorevoli. Gli infetti attivi erano appena tre volte superiori a quelli presenti a settembre, un livello di prevalenza basso. Ma si è lasciato che l’indice di contagiosità risalisse a 1,2 a fine gennaio e lì è rimasto oscillando pochissimo per due mesi. Un fattore che ha portato a un tasso di 269 contagi ogni 100mila abitanti. Ora, per scendere da questa incidenza serviranno settimane».
 
Quindi la curva sale molto facilmente, ma cala con fatica.
 
«Il motivo è semplice: un Rt di poco sopra l’1 è tollerabile solo con una prevalenza di infetti sulla popolazione bassa. Ma in questo momento, con la variante inglese dominante, più aggressiva rispetto al ceppo tradizionale del 35%, la condizione di equilibrio dell’indice di contagio è sopra l’1 e dunque il numero di casi continuerà a crescere, soprattutto con un serbatoio di contagi attivi consistente. L’Italia ne ha 600mila, servirà molto tempo per tornare giù».
 
Dunque, la Toscana avrebbe dovuto anticipare la zona rossa? 
 
«Sì. La zona rossa avrebbe scongiurato un aumento della prevalenza così elevato. Il governo ha introdotto due parametri cruciali per l’assegnazione dei colori e delle misure di contenimento, l’Rt e l’incidenza. Ma non possono funzionare separati l’uno dall’altro. Prima dell’arrivo delle varianti, in arancione l’Rt raggiungeva un punto di equilibrio intorno a 0,9, dunque innescando una discesa della curva. Ora non è più così».
 
Neppure le zone rosse locali sembrano essere state utili. 
 
«Aiutano, ma perché siano efficaci serve tempestività. La Toscana a inizio dicembre era un modello. Alla fine della seconda ondata registrava un Rt di 0,4. A metà gennaio, poi, è tornato sopra l’1 e lì si doveva intervenire spegnendo i focolai. Si è preferito restare in zona gialla per tutto febbraio».
 
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E in Italia, che scenario ci aspetta? 
 
«Non diverso da quello della Toscana. Al netto delle differenze fra regioni, serviranno settimane per veder scendere i contagi. Da metà marzo hanno raggiunto una sorta di picco ma restano su un altopiano. Risultato? Dimettiamo dai reparti tanti malati quanti ne ricoveriamo. E purtroppo alcuni continuano a morire».
 
Come ne usciamo? 
 
«Data questa situazione di stallo, l’arma determinante in più a questo punto sono i vaccini. Se escludiamo la parentesi di Pasqua, al ritmo di 300mila vaccinazioni al giorno in venti giorni possiamo buttare giù la curva dell’Rt sotto l’1. Dunque, la ricetta è mantenere la zona rossa e correre con i vaccini. E mi par di capire sia anche la strategia del governo, tant’è che non si parla più di zona gialla. Certo, riaprono le scuole fino alla prima media e questo spinge nella direzione sbagliata. Siamo sul filo. Alcune regioni reggeranno un po’ meglio, altre meno. È importante, ad esempio, aver vaccinato gran parte degli over 80 e proteggere velocemente i settantenni».
 
L’immunità di gregge è l’unica nostra speranza? 
 
«Certo, quando saremo al 75% della copertura, probabilmente in autunno, l’Rt scenderà a valori così bassi che l’epidemia si spegnerà da sola. Ma potremmo percepire i primi effetti già nel giro di un mese e mezzo o due. Oggi l’Italia conta circa il 25% dei cittadini protetti dagli anticorpi contro il virus. Più o meno il 20% ha ricevuto la prima dose e poi ci sono 6 milioni di italiani guariti che hanno sviluppato un’immunità. Se mantenessimo ritmi serrati nelle somministrazioni, fra due mesi raggiungeremmo una copertura del 50%, come in Israele, dove con gli stessi livelli di immunizzazione si sono decise riaperture importanti e si è tornati quasi alla vita di prima».