L'insostenibile arroganza di chi decide

La vaccinazione agli over 80 è uno dei tasti dolenti della campagna vaccinale in Toscana

L'editoriale: buona domenica. È inaccettabile assistere, nel silenzio, al dramma di persone che si vergognano di essere precipitate nell’umiliazione del non sapere come mettere insieme il pranzo con la cena

Se devo dirla tutta, non mi spaventa l’emergenza Covid. O meglio, non è ciò che temo di più, perché ho un sano e per ora controllato sgomento per quel che le gira intorno. Soprattutto per l’indifferenza, l’assuefazione e l’ignoranza. In tre parole c’è quasi tutto, comunque gran parte del sentimento che serpeggia negli animi di tanti. Almeno fra quelli che non si fanno prendere dal livore o dallo scoramento per una situazione che pare complicata, soprattutto sul fronte dell’emergenza economica, con gli immancabili annunci reboanti di risarcimenti chiamati una volta Ristori e un’altra Sostegni, poi Rilanci e altro invece non sono che elemosine. Parlare inglese o parlare complicato aiuta a non farsi capire quando è meglio celare la verità.

Governo dopo governo sempre alla vergogna dei click day siamo, alla moderna riffa del “chi prima arriva prima alloggia”, alla guerra fra poveri per le briciole. Un conto era parlarne un anno fa, quando questa emergenza era agli albori e qualsiasi intoppo era qualcosa di mai visto.

Ma oggi no, oggi è inaccettabile assistere, nel silenzio, al dramma di persone che si vergognano di essere precipitate nell’umiliazione del non sapere come mettere insieme il pranzo con la cena. Senza avere colpa alcuna.

Nell’ultima settimana su questo giornale abbiamo raccontato storie terribili di pizzaioli costretti a lavorare con il forno attaccato a un gruppo elettrogeno perché rimasti senza energia elettrica, sospesa per bollette impossibili da pagare. Storie di ristoratori obbligati ad autoprodurre tutto perché i fornitori non accettano più pagamenti dilazionati ma solo in contanti. Storie di madri e di padri che non mangiano per dare un po’ di pane ai figli. Storie di commercianti addirittura felici di aver trovato rifugio negli usurai perché intanto possono mangiare e poi domani si vedrà. Storie di povertà nascoste che i più fan finta di non vedere perché ormai è una guerra dei terzultimi contro i penultimi e gli ultimi della classifica.

Abbiamo raccontato storie di lavoratori sfruttati, messi in cassa integrazione a spregio, solo perché avevano preteso il pagamento di straordinari riconosciuti e solo promessi. Di fatto collocati a riposo forzato con un messaggio whatsapp e poi licenziati perché dopo aver ricevuto quell’ordine non sono andati a lavorare. E anche volendo non avrebbero potuto, perché i cancelli delle loro aziende erano chiusi. Storie di un mondo di appalti e subappalti spregiudicati: chi commissiona o non controlla a chi sta affidando lavori di pregio oppure fa finta di non sapere. E non si sa quale fra le due cose sia la peggiore.

Di sicuro è ancor più deleteria la risposta collettiva del mondo delle Istituzioni e della politica. Di fronte a tutto ciò, le righe di questi racconti hanno sbattuto contro imbarazzanti e vergognosi silenzi.

Le Istituzioni invece erano impegnate a evitare una vergogna solo presunta, quella della zona rossa, dando vita a un infantile balletto di dati che appaiono e scompaiono. Con sindaci (bravi) che invocano misure più severe e altri (sotto pressione) che vogliono evitarle. Sì, alcuni di loro possono avere anche sbagliato. Ma va detto che sono spesso lasciati soli in prima linea dalle altre Istituzioni. Istituzioni dove nei momenti cruciali si è stati capaci di parlare solo di nomine di assessorati e sottosegretariati utili alla vanagloria di trombati dai posti di prima fila. Cose che il segretario del Pd, Enrico Letta, ha coraggiosamente denunciato in un’intervista a questo giornale. Circondato purtroppo da silenzi un po’ imbarazzati soprattutto da parte di cacicchi pronti ad aspettare tempi migliori per ritentare l’assalto alle solite poltrone di sottopotere. Tutto questo in mezzo all’assuefazione, all’indifferenza e anche all’ignoranza di quelli che sono sempre pronti a puntare il dito contro bersagli sbagliati. A prendersela con qualche podista isolato a bordo strada e a non vedere gli autobus o i treni affollati grazie a chi non è stato in grado di assicurare trasporti in sicurezza.

Per non parlare poi della disgraziatissima campagna vaccinale, che ha permesso a tanti saltatori di fila di passare avanti a troppi anziani costretti a restare chiusi in casa. Mi hanno colpito negli ultimi tempi, fra tante, le parole di due ottuagenari così lontani l’uno dall’altro. Uno è Emilio Giannelli, senese, vignettista del Corriere della Sera; l’altro è Enrico Albertosi, a suo tempo grande portiere della Fiorentina, del Milan e della Nazionale. Entrambi costretti a elemosinare attenzioni finora negate. Entrambi pronti a puntare il dito con eleganza e fermezza. Sentite Albertosi: «Ho 82 anni, un rene solo e sono cardiopatico. Malgrado questo, nella civilissima Toscana, non sono stato ancora vaccinato. Da quasi un anno non esco di casa. E ho la fortuna di avere un giardino grande: se fossi stato in appartamento, sarei andato fuori di testa. Ho temuto il Covid sin dall’inizio, ma a maggior ragione da quando sono morte persone care. È morta mia suocera, poi Mauro Bellugi, con cui avevo giocato in nazionale. Quando ho saputo che aveva preso il virus e che gli avrebbero tagliato le gambe, mi è cascato il mondo addosso. Sai cosa vuol dire per un calciatore perdere le gambe? Vuol dire morire. È poi l’infezione se lo è portato via. È stato un trauma. Era un amico. Quindi ho paura sì: se prendo il Covid ora muoio sicuramente».

Leggetele ancora queste parole, se non basta leggerle una volta sola. Leggetele, perché il problema è che si sono incazzati in pochi di fronte a questo scempio della ragione, perché c’è assuefazione. Si guarda a tutto come se fosse un film, dell’orrore ma sempre un film. Si pensa sempre che gli altri non esistano. E lo pensano anche quelli che dovrebbero evitarci tutto questo. Prendete la chiusura in extremis (passaggio da zona gialla a zona arancione) dei ristoranti che avevano le dispense piene per la festa di San Valentino. Una chiusura decisa con meno di 48 ore di preavviso. E prendete il grosso pasticcio dello stop a negozi e supermercati comunicata venerdì, a poco più di un giorno dalla Pasqua. Una prepotenza figlia del non saper fare: il livello dei contagi venerdì non era tanto diverso da quello di giovedì, di mercoledì o di martedì. Bene, si doveva chiudere? Bastava dirlo prima. Si sarebbe evitato di riempire i magazzini di merce che finirà in discarica e si sarebbero evitate le resse di ieri fuori dai punti vendita.

Ecco, io ho paura di chi gestisce le cose così, perché dimostra arroganza, approssimazione e scarso rispetto per il cittadino. E, cercando di essere ottimista, ho paura per il “dopo”, soprattutto per due cose. La prima che, dietro al sacrosanto slogan “più innovazione meno burocrazia”, riparta il festival di quelli dell’Italia da bere sulla falsariga degli anni ruggenti pre-Tangentopoli. La seconda che, dietro alla necessità di sicurezza, nasca un Grande Fratello in grado di ricattare chiunque anche per una multa non pagata per divieto di sosta. Dovremmo pensarci, adesso che siamo in tempo. Ma, vista la posizione prona dei più al cospetto degli scempi dell’oggi, si capisce perché la paura del Covid a questo punto sia il meno.—

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