Chiedono gli straordinari e vengono licenziati via whatsapp

Gli (ex) operai della MsMc quando ancora erano all’interno della ditta sub-appaltatrice dei lavori agli scafi di imbarcazioni di trenta metri: sventolano le bandiere del sindacato che da qualche tempo li tutela

Il caso in un'azienda con sede a Massa: in busta non conteggiate fino a 100 ore al mese. Messi in cassa integrazione con un messaggino e poi a casa 

«No, no.... Il lavoro l’ho dato a Sandro. L’ho fatto prendere a lui. Non mandare nessuno. Lascia i ragazzi in cassa integrazione. Basta, ciao». I ragazzi sono “i pakistani”. Gli “invisibili”. Lavorano con un contratto a tempo determinato per la MsMc, srl semplificata con sede legale a Roma ma capannoni a Massa. Qui effettua lavori in subappalto per i grandi cantieri della nautica. Ha un capitale sociale versato di 500 euro – dice la Cgil – e lavora agli scafi di yacht milionari. Ricorre a operai stranieri che scoprono via whatsapp di essere finiti in cassa integrazione a febbraio. Hanno chiesto gli straordinari arretrati – dicono – e si sono trovati senza lavoro.

LICENZIATI A FREDDO


La lettera di licenziamento arriva il 29 marzo come provvedimento disciplinare perché dal 22 febbraio non si sono più presentati al lavoro «senza fornire adeguata giustificazione». «Ma come potevamo se eravamo in cassa integrazione?La ditta ci ha mandato via – denunciano una decina di operai davanti all’hangar chiuso – perché abbiamo chiesto di essere pagati per tutte le ore lavorate. Non di riscuotere uno stipendio a forfait, senza neppure vedere la busta paga». La Cgil sintetizza: sono pagati 1.100 euro o poco di più al mese per 190/200 ore: 5 euro e mezzo lorde all’ora. Senza straordinari riconosciuti. «Non c’è caporalato – aggiunge il sindacato – ma c’è uno sfruttamento ottocentesco».

Questi lavoratori – dai 22 ai 40 anni – parlano l’inglese di chi ha una migrazione faticosa e una famiglia grande (genitori, fratelli) lasciata anche in zone dove non c’è lavoro ma la guerra sì. L’italiano zoppica, le idee no: il contratto della ditta parla di uno stipendio base di 1.346,58 euro lordi al mese per 14 mensilità; l’orario: 40 ore settimanali dal lunedì al sabato. Inquadramento da “riparatore di carrozzerie” al primo livello del contratto dei metalmeccanici per piccole e medie imprese. Quelle che ottengono sub-appalti dai grandi cantieri, le «griffe della nautica», li definisce Massimo Braccini, segretario regionale di Fiom Cgil. La mattina dopo il licenziamento dei pakistani della MsMc è in via Dorsale a Massa: non c’è più l’azienda. Però nella zona industriale ci sono gli operai che fino a poche settimane fa si occupavano di stuccature, resinature, verniciature di scafi. Non sono nati con questo mestiere, l’hanno imparato. Anche perché è un lavoro che molti italiani non vogliono più. Tengono in mano le bandiere rosse, da sindacato di strada.

LA LISTA DELLE ORE

Parlano di diritti violati, ma pensano che in Pakistan hanno famiglie che dipendono da loro. Adnan Queshi, ad esempio, che ha 40 anni, ed è il portavoce del gruppo, a casa ha lasciato tre fratelli e la madre. Ogni mese manda 400 euro «per dare da mangiare alla famiglia». Usa proprio questo verbo, nel suo inglese da migrante: “dare da mangiare”. Ecco perché sono importanti i soldi non pagati. Ecco perché tutti segnano le ore lavorate ogni giorno su una scheda a rettangoli: penna rossa e penna nera. Gli straordinari, i giorni festivi, i giorni feriali. «Il problema è che lui (si rivolgono col pronome al titolare dell’azienda) non ci paga bene. Quando facciamo gli straordinari non ce li paga». Il primo a farsi avanti è proprio Adnan: «Nella nostra busta paga – recita a memoria – abbiamo un compenso di 1.337 euro (lordi) al mese ma ci paga solo la paga base di 1.100 e non ci dà gli straordinari. E ogni volta che gli chiedevamo i soldi che mancavano, lui trovava scuse: “Vi pagherò poi”. Noi ogni mese preparavamo la lista con le ore. Possiamo mostrarla a chiunque».

STRAORDINARI NON PAGATI

Infatti, i lavoratori la mostrano al sindacato. E si iscrivono alla Fiom Cgil. Il sindacato bussa alla porta della società e chiede le buste paga dei lavoratori: «Io ho visto una busta paga di 120 ore mensili – sostiene Braccini – quando il contratto è per 173 ore. Senza straordinari». Invece – ogni mese gli straordinari sono almeno «50-60 ore» assicura Adnan. Quindi, da una busta paga di 120 ore mancherebbero circa 100 ore di lavoro. «Il problema – ammettono i ragazzi, una voce sull’altra – è che noi le buste paga non ce le abbiamo. Lui ci pagava con i bonifici senza farci vedere le buste». «Io ho lavorato per un anno e ancora devo avere otto buste paga», aggiunge un altro operaio. «Alcune buste paga – incalza Umberto Faita, segretario Fiom di Massa – ci sono state consegnate quando abbiamo richiesto alla ditta il pagamento delle differenze retributive, ma ai lavoratori i cedolini paga non sono mai stati consegnati». Come non sarebbero stati pagati gli straordinari, insiste Adnan: «Io ogni mese compilavo la lista e gliela mandavo a Giacomo (Cardinali), legale rappresentante della società. Poi lui diceva: “la mando a mia moglie (sua moglie è commercialista) per mandarvi il denaro, ma i soldi non li mandava mai. Ho le prove su whatsapp di queste richieste. Lui mi ha risposto tante volte che mandava tutto a sua moglie, conteggiava e poi ci mandava i soldi. Ma non mandava mai il denaro».

DANNI ALL'AZIENDA

Nella voce di Adnan c’è la disperazione di chi ha paura di non essere creduto. Però mostra le carte: i contratti, i tabulati con le ore segnate. Poi le lettere. Quella di Cardinali datata 29 marzo 2021. Fa riferimento al provvedimento disciplinare aperto il 9 marzo dalla stessa azienda che contesta a ciascun lavoratore di non essersi più presentato «al lavoro dal 22 febbraio 2021 e senza fornire adeguata giustificazione. Il tutto ha causato un danno alla produzione aziendale e all’immagine dei propri committenti».

I lavoratori si sono giustificati. Lo ha fatto il sindacato. «Abbiamo fatto presente – conferma Braccini – che i lavoratori non si sono più presentati in azienda perché erano stati messi in cassa integrazione, con ammortizzatori sociali attivati via whatsapp». Ma la giustificazione non è servita a nulla. Anzi. La ditta scrive che «le giustificazioni addotte non sono da considerarsi accoglibili in quanto infondate e comunque inidonee a giustificare la condotta non essendo emerse ragioni idonee a diminuire la gravità dell’addebito». Così scatta il licenziamento per giusta causa.

SINDACALIZZATI ED ESPULSI

E allora la storia si può riassumere così: i lavoratori si accorgono di non riscuotere tutte le ore lavorate; reclamano la differenza; non otterrebbero né soldi né busta paga; si rivolgono al sindacato; la risposta dell’azienda è: 1) la cassa integrazione; 2) il licenziamento per giusta causa. «Abbiamo capito – dice Adnan Queshi – che se una persona rivendica i propri diritti viene mandata via dal suo posto di lavoro. Ma questa è una violazione dei diritti umani». Rincarano Braccini e Faita: «L’aspetto grave di tutta la vicenda è che si vuole dimostrare che chi va al sindacato viene buttato fuori dal lavoro. Non solo l’operaio resta senza lavoro, ma anche la ditta: la MsMc, infatti, non è più nel suo hangar e il lavoro che aveva viene portata avanti da chi le aveva dato il sub-appalto. L’impresa è “colpevole” di aver portato il problema dentro il sistema degli appalti e quindi viene espulsa e si sposta; i lavoratori sono colpevoli perché hanno reclamato il rispetto dei propri diritti». O i propri soldi. «O il diritto a che un uomo non possa cancellarci il contratto con un solo tratto di penna». «O che non ci parli con tono rabbioso. Vogliamo essere trattati da esseri umani». Anche se esseri umani che (da operai) devono obbedire a un ordine preciso: «Quando ci facciamo male dentro il capannone o ci sentiamo male e dobbiamo andare in ospedale, diciamo che ci siamo sentiti male fuori. Magari cadendo dalla bicicletta». —

(14 _ continua)

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