Code di paglia e colpi di coda nel Pd (e fuori)

La pista di Peretola

Buona domenica: l'editoriale. Per gli equilibri di potere è stata devastante l’intervista esclusiva rilasciata al Tirreno dal segretario nazionale del Partito democratico, Enrico Letta

Code di paglia e colpi di coda si sono intrecciati per tutta la settimana nel Pd toscano, soprattutto in quello fiorentino. E nel capoluogo il garbuglio si è propagato anche alle altre aree politiche. Per gli equilibri di potere è stata davvero devastante l’intervista esclusiva rilasciata a questo giornale domenica scorsa dal segretario nazionale del Partito democratico, Enrico Letta.

Perché per molti, abituati a recitare ruoli da protagonisti, le parole del nuovo capo sono risultate destabilizzanti. Sia quando si è parlato di nuove armonie all’interno del partito, attraverso la redistribuzione di genere nelle cariche di peso. Sia quando il segretario si è rivolto a quelli abituati a gestire un partito come se fosse una cosa propria.

Ma il botto grosso c’è stato nei pesi e contrappesi fra la Toscana costiera e quei gruppi di potere della Toscana interna rimasti ancorati ai tempi di Lorenzo il Magnifico. Quelli, per intenderci, che considerano la costa come la casa al mare e nulla più. Il passaggio più devastante, in questo senso, è stato quello in cui ha parlato di «una metropolitana leggera che colleghi Pisa e Firenze in 25 minuti. Un’infrastruttura che rafforza la Costa, toglie le auto e anche un po’ di camion dalla strada, connette la Toscana costiera alla dorsale dell’Alta velocità. E chiude anche la disputa dei due aeroporti». Apriti cielo, a Firenze domenica mattina il cappuccino è andato di traverso a più d’uno».

Anche se poi Letta, nei giorni successivi, ha chiarito che quel passaggio non andava visto per forza come una bocciatura del progetto della maxi-pista di Peretola. Il vero problema, a Firenze, è stato rendersi conto che adesso c’è qualcuno che sa come chiudere la sfida all’esterno di quella brutta partita che è stata fatta passare per una fusione fra le due società aeroportuali e che di fatto è stata un’annessione, con il Galilei messo fortemente a rischio dal potenziamento dell’altro scalo. Insomma, quella contro la pista fiorentina non è solo una storia di sbarramento contro l’inutile ego priapésco del capoluogo. È il simbolo della giusta e doverosa battaglia per un necessario riequilibrio di risorse (infrastrutture in primis) fra le due Toscane.

Mettere in prima fila, come ha fatto Letta, la linea ad alta velocità Pisa-Firenze di fatto rende meno carica qualsiasi disputa fra aeroporti. Primo, perché le linee ferroviarie veloci su percorsi sotto ai 500 chilometri rendono poco concorrenziali i voli. E poi perché si rimette in gioco un progetto, quello del treno, pesantemente osteggiato dai maggiorenti politici fiorentini di ogni partito.

E dunque fra domenica e lunedì c’è stato l’immaginabile giochino delle tre carte della finta apertura al piano di Letta seguita poi dal rilancio su Peretola. Che ha avuto il suo punto massimo mercoledì quando in consiglio regionale è stata bocciata un’ininfluente mozione di Forza Italia a favore della pista gigliata. Ininfluente perché aveva solo l’obiettivo di raccogliere l’adesione dei renziani di Italia Viva, alleati con il Pd. Insomma, il piano era quello di fare qualche piccolo colpo di coda e mostrare le (scarse, per ora) potenzialità di un’alleanza futuribile.

Colpo di coda che seguiva quelli del giorno precedente, con le prese di posizione di ogni ambiente fiorentino, contro l’idea di Letta. A parte Forza Italia e Italia Viva che già viaggiavano in tandem a lanciare missili anti-ferrovia, si erano distinti la Cisl («Davvero Letta è contro Peretola?») e il capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio regionale, Francesco Torselli: «Letta ha smentito in un giorno quello che il presidente della Regione, Eugenio Giani, e il sindaco, Dario Nardella, vanno millantando da oltre 15 anni».

Subito spalleggiati dai vertici di Toscana Aeroporti, società controllata da Matteo Renzi per mano dell’amico carissimo Marco Carrai: «Andremo avanti». Insomma, qui più che ai colpi di coda siamo alla coda di paglia, si cerca di negare l’innegabile. Per Toscana Aeroporti sarà dura. Il vero problema, infatti, è che per quella pista super non ci sono né i soldi né le possibilità tecniche di proseguire nell’intento di potenziare lo scalo. E giovedì il Pd regionale ha ripescato il vecchio progetto della pista da 2.000 metri. Ma è comunque una soluzione “finta”, per prendere tempo e per illudere, perché anche quella è stata bocciata a tutti i livelli di controllo.

Insomma, l’intervista ha fatto emergere un dato di fatto. La pista da 2.400 metri di Peretola è chiaramente un atto ostile nei confronti della Toscana Costiera, perché “ucciderebbe” Pisa. Perché in assenza di interventi reali di potenziamento del Galilei, il confronto sarebbe impari. E dunque, al di là delle parole rassicuranti che Letta nei giorni successivi all’intervista al Tirreno ha speso per Firenze, la linea veloce non farebbe altro che depotenziare (finalmente!) ogni progetto per Peretola.

L’unico, nel panorama autarchico fiorentino, che è andato oltre le belle intenzioni dopo l’intervista di Letta, è stato il sindaco Dario Nardella, che ha subito chiamato i suoi colleghi di Pisa, Michele Conti, e Livorno, Luca Salvetti, per trovare una linea comune. Ricambiato, per ora, dai colleghi.

Però a Firenze resta sullo sfondo quella visione egoistica, egocentrica, focalizzata ad arginare solo la concorrenza con l’aeroporto di Bologna, incurante del fatto che gli assetti attuali favoriscono (e addirittura portano a reclamizzare) flussi turistici misti fra Firenze e il mare della Romagna.

Da qui purtroppo si parte, da una sorta di «quel che è tuo è anche mio ma quel che mio è mio» che non riesce a far decollare Firenze dalla sua palude di egoismo. Che è un po’ la stessa del principale partito di governo regionale. Nell’intervista Letta a un certo punto ha detto: «Specie in Toscana, andare all’opposizione in un po’ di città ci ha fatto solo bene. Troppe divisioni, troppi atteggiamenti personalistici dentro il partito. Dobbiamo chiudere questa epoca. I circoli troppo spesso sono stati usati più per costruire carriere personali che per creare dibattiti».

Su questo non si è mossa foglia (le code di paglia sono rimaste fra i sederi e le poltrone saldate con il vinavil) a testimonianza che l’analisi del segretario non solo è giusta ma che il clima è ancora peggiore di quel che si potesse immaginare. Per la sostituzione dei capigruppo si è trovato di fronte a due festival degli egoismi (al di qua e al di là dell’Appennino), chiusi con qualche prevista e prevedibile difficoltà.

Ma andrà così anche per tutte le altre difficili scelte che si presenteranno, specie quando ci sarà da mandare in panchina o in tribuna capi e capetti che sono abituati a minacciare di portar via il pallone ogni volta che qualcuno gli fa notare di aver fatto un gol in fuorigioco. Quelli che, in alcune realtà, hanno fatto del Pd una specie di cosa propria. Nulla di sorprendente, ma solo per chi è abituato a guardare dentro alle situazioni senza pregiudizi da Tribù degli Adoranti. Cosa che nel Pd ultimamente è mancata.

Nulla di sorprendente anche per Letta, che ha capito che potrà esserci un futuro solo senza tutto questo. Anche nelle istituzioni dove il Pd ha un peso. Quando ci sono momenti difficili questa consapevolezza può essere determinante per scegliere la strada giusta al bivio fra rinascita e baratro. Fare il contrario, insomma, di ciò che ad esempio è accaduto per l’ultima fase della gestione delle vaccinazioni anti-Covid. —

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