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Nella catena di montaggio degli autisti Amazon: ritmi infernali sotto l'occhio del Grande fratello

L’ingresso del magazzino di Montacchiello, il centro di smistamento di Pisa inaugurato lo scorso novembre da Amazon

La catena di montaggio degli autisti Amazon: ritmi infernali per dieci ore, rischi al volante e un Grande Fratello che segue ogni loro mossa. Il tutto per sette euro l’ora. La nostra inchiesta alla scoperta di quel meccanismo che si traduce in uno sfruttamento del lavoro

Ai corsi, le poche lezioni teoriche che precedono il lavoro, l’obiettivo è quasi sempre lo stesso: trasmettere il concetto di “guida smart”. Ossequiosa del codice stradale e dell’ambiente. Niente sgassate, parcheggi negli spazi consentiti e rispetto dei limiti di velocità. «Rappresento l’azienda», pensa il driver. «Sono il volto di una delle più potenti multinazionali», ripete. Su quel furgone, che Il Tirreno ha deciso di seguire per un’intera giornata, non viaggia solo merce. In molti casi anche il logo Amazon è trasportato in giro per mezza Toscana. Il simbolo è spesso stampato anche sul petto. Gli autisti sono volti e testimonial.

«Ogni passante, ogni automobilista è un possibile cliente. Chi comprerebbe da un’azienda che non rispetta le più basilari norme?», si domanda il driver mentre un mix di algoritmi e di intelligenza artificiale inizia a dettare una giornata di lavoro che sarà scandita da una voce metallica che indica i tempi e l’itinerario da percorrere. Uno smartphone è il compagno di viaggio. Non c’è interazione. Come un vecchio sergente impartisce ordini che devono essere eseguiti. È un percorso di oltre 150 chilometri quello apparso sulla mappa dello smartphone, la “catena” del moderno fattorino che lo tiene imprigionato a un sistema che fa del tempo il nemico da battere. Per un’intera giornata seguiamo quel furgone che si muove tra le irte strade dei colli o zigzagando tra il traffico dei centri urbani.

Per oltre 10 ore ci immergiamo in quel meccanismo che trasforma in materia un oggetto “cliccato” sullo schermo di un pc o di uno smartphone. Il mezzo si muove veloce, spezzando la monotonia di borghi resi spettrali dall’emergenza sanitaria e alimentando la schizofrenica frenesia delle città. Come un Babbo Natale fuori tempo, il driver di Amazon arriva nelle case di perfetti sconosciuti. Chiamato a soddisfare l’appetito commerciale di centinaia di clienti, spesso trasformato in un’abbuffata di click che ingrassa una filiera impazzita di merci che si muovono da un lato all’altro del pianeta. Non ci sono mai sorrisi ad accogliere il driver 2.0. Un freddo «grazie» è la massima ricompensa a cui può aspirare. La sua divisa non sprizza allegria. Come quella di Santa Claus è però preziosa allo stesso modo. Un piccolo strappo può costare caro. Decine di euro per un pantalone o una giacca sostitutiva. Più della metà di una giornata lavorativa che nei migliori dei casi si conclude con una settantina di euro di guadagno, di fatto sette euro l’ora: una miseria.

L’immagine è tutto e la divisa è il biglietto da visita consegnato agli occhi del cliente. Sempre in ordine. Così deve approdare alla convocazione delle 9.30 nei parcheggi del magazzino di Montacchiello, il centro di smistamento di Pisa inaugurato lo scorso novembre da Amazon.

Lì, ad attendere i driver, ci sono i responsabili delle quattro ditte che gestiscono l’appalto di corrierato della multinazionale dell’e-commerce. Addetti a smistare quotidianamente migliaia di pacchi nella province di Massa Carrara, Livorno, Lucca e Pisa. In fila, una parte dei circa 250 driver attende di ricevere le chiavi e il numero di targa del furgone. Ogni giorno un mezzo diverso. Il primo passo è una veloce perlustrazione del veicolo per rilevare eventuali danni. Un graffio, uno specchietto o un fanale rotto sarà addebitato al lavoratore del precedente turno. Come i danni provocati da un eventuale incidente. Centinaia di euro, con franchigie diverse a seconda delle ditte, che peseranno sul salario mensile. L’accensione dello smartphone inaugura quella che sarà una giornata lavorativa di oltre 10 ore. Trenta minuti di pausa pranzo, trenta per ritornare al magazzino.

Un algoritmo nella notte ha sviluppato l’itinerario che l’autista dovrà coprire e la quantità di pacchi da recapitare: 120 stop per oltre 140 colli. Pochi mesi fa la stessa rotta prevedeva 80 fermate. Il magazzino è la prima tappa. Lì si materializza il carico, diviso in “bag”. Ognuna, da colori e codici diversi, contiene i pacchi che finiranno prima nel furgone e poi in centinaia di case. Un lavoro muscolare, interrotto da una voce che richiama il lavoratore ad allontanarsi dal collega quando la distanza minima di due metri non è rispettata. Il Covid fa paura. Nel magazzino di oltre diecimila metri quadrati incute ancora più timore. Un contagio può interrompere un sistema basato su un’organizzazione logistica maniacale. È a quel punto che il piede affonda sull’acceleratore, mentre la mente inizia a elaborare un calcolo che quantificherà il numero di pacchi da consegnare ogni minuto.

«Ho 140 colli da recapitare in poco più di otto ore. Ogni ora devo consegnare oltre 16,5 pacchi, uno ogni 3,6 minuti – la divisione del driver –. Ci sono una serie di variabili che l’algoritmo non può calcolare: il cliente non è in casa, traffico, incidenti». L’ansia da consegna invade l’abitacolo, sanificato la sera prima dall’ultimo driver salito a bordo. «Devo accelerare per svuotare le “bag” – pensa il lavoratore –. Forse anche oggi devo rinunciare alla pausa pranzo».

La guida smart è un auspicio che non si concretizzerà. Lo smartphone indica che a poche centinaia di metri, c’è il primo cliente in attesa. La prima consegna è andata a buon fine, la seconda anche. Alla terza il primo intoppo. Il cliente non è in casa. Il citofono resta muto. «La procedura prevede di telefonare – spiega il driver –. Se non risponde, occorre tentare la strada del messaggio. Eventualmente un’altra telefonata». Minuti sprecati. Per recuperare occorrerà poi accelerare. E più si accelera e più si rischiano incidenti che andranno a pesare sul salario. Allo stesso modo bisogna risparmiare sui parcheggi. Interrotta la ricerca di uno stallo libero. Il furgone si ferma dove è possibile, quasi sempre in seconda fila. «Quando il cliente non risponde, in teoria è possibile andare via. In pratica no – prosegue il driver –. La consegna va portata a termine. A un vicino o al portiere dello stabile. Un pacco non consegnato pesa negativamente sulla “classifica” di Amazon sulla capacità di consegna delle ditte. Un collo non consegnato al destinatario può generare una recensione negativa del cliente. Alla terza, il lavoratore può essere sospeso».

Un pacco lasciato su richiesta del cliente nel giardino o nel cortile necessita di una foto da inviare sulla piattaforma Amazon. Sarà la prova di consegna. Se contiene dettagli che possono identificare il destinatario è rifiutata. La privacy è tutto. O quasi. Il sistema di geolocalizzazione segue il furgone metro per metro. In tempo reale è calcolata la “produttività”. Se bassa, arriva un secondo driver in supporto. «Un’umiliazione – ripete il lavoratore – perché costringi ad aumentare i carichi di un collega». Il furgone corre. Attraversa borghi e città. Piazze, strade e vicoli. Una geografia senza confini. I movimenti si ripetono. Slalom tra automobili, parcheggio, consegna. Una monotona frenesia interrotta da un gruppo di commercianti riuniti in piazza per lanciare un grido di dolore. Chiusure e sostegni con il contagocce rischiano di cancellare un’intera economia. Lo sguardo del driver è solidale, ma fulmineo. C’è l’ennesima consegna da portare a termine. «È una vergogna. Il governo che fa?», si sfoga l’uomo sulla mezza età che ritira il pacco. Una maglia o un libro. Chissà cosa contiene. A pochi metri, un commerciante attende clienti che non arriveranno mai. Per il driver ci sono invece ancora una decina di consumatori online da soddisfare, prima del ritorno in magazzino alle 19. Sanifica il furgone e dopo mezz’ora lascia il parcheggio. Domani ad attenderlo ci sarà lo stesso copione. Tra poche ore un algoritmo elaborerà il percorso che dovrà seguire e il numero di fermate. —

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