Farmoplant, i veleni finiti dentro la falda: la proteste represse e gli smaltimenti selvaggi

La nube tossica del 17 luglio 1988 e gli incidenti in piazza il giorno dopo

L’emblema della mancata bonifica della zona industriale apuana ancora avvelenata da 50 anni di industria chimica selvaggia

C’è un evento simbolo che nessuno dimentica, l’emblema della terribile eredità dell’industria chimica. L’esplosione della Farmoplant, industria di fitofarmaci, che sconvolse l’estate 1988 e segnò, finalmente, il tramonto dell’industria rischiosa in un territorio a vocazione anche turistica. Come ricordava sul Tirreno, nel decennale, il compianto Giuliano Fontani, «quella mattina esplose un modello di sviluppo che si basava sulla brutale contrapposizione tra il diritto al lavoro e quello alla salute che aveva dato alla provincia apuana il triste primato delle morti per tumore».

17 luglio 1988. Domenica. Un boato, una nube tossica nera, il terrore, il fuggi fuggi dalle spiagge. Lì, a due passi dal mare, si fabbricavano pesticidi alla Montedison/Farmoplant. L’emblema della mancata bonifica della zona industriale apuana – come abbiamo visto nella precedente puntata dell’inchiesta, non siamo a zero ma il traguardo è lontanissimo – ancora avvelenata da 50 anni di industria chimica selvaggia.

Lo scoppio e incendio del serbatoio contenente il pesticida Rogor avvennero alle 6,10, e segnarono veramente la fine del polo chimico di Massa-Carrara. La gigantesca nube tossica, acre, aveva un odore nauseabondo; invase non solo il cielo sopra Massa, ma si estese tra La Spezia e Forte dei Marmi, coprendo un’area di circa duemila chilometri quadrati. Migliaia di cittadini e turisti, in preda al panico, tentarono di fuggire in auto, diretti nelle località più disparate. Era piena stagione estiva e solo nei campeggi soggiornavano circa 40mila turisti. A causa dell’esposizione al fumo tossico molti subirono irritazioni delle vie respiratorie, bruciori agli occhi, nausea, vomito, diarrea, allergie e altre patologie che interessavano il sistema nervoso e quello cardio-respiratorio. Chi aveva bambini piccoli temette seriamente una contaminazione.

L’epicentro

L’epicentro dello scoppio era una cisterna di 55mila litri (15mila dei quali bruciarono) contenente Rogor impuro, in soluzione al 45% con cicloesanone. I prodotti che originarono l’enorme nube nera furono anche veleni derivanti da termodegradazione, quali anidride solforosa, anidride fosforosa, anidride carbonica, ossidi di carbonio e di azoto.

La Farmoplant era contestata già da tempo. Otto anni prima, infatti, si trovò al centro di un altro grave incidente: l’incendio, con fuoriuscita di una precedente nube tossica, al magazzino del pesticida Mancozeb. Nel 1987 c’era stato un referendum consultivo, il primo di questo tipo in Europa, che coinvolse i comuni di Massa, Carrara e Montignoso (circa 142mila abitanti) e vide la vittoria, con il 71,69%, di chi chiedeva di mettere i sigilli allo stabilimento. L’allora sindaco di Massa, Mauro Pennacchiotti, emise un’ordinanza di cessazione definitiva. Ma il governo nazionale temporeggiò e la giustizia amministrativa fu clemente.

L’esplosione del Rogor segnò il punto di non ritorno, portando a manifestazioni popolari di protesta e scioperi, fino alla chiusura degli impianti. Tristemente celebre fu la carica delle forze dell’ordine contro i cittadini, avvenuta in piazza Aranci di Massa il giorno dopo l’incidente, mentre in prefettura si riunivano Giorgio Ruffolo, Vito Lattanzio ed Enrico Ferri, allora ministri del governo guidato da Ciriaco De Mita. Un avvenimento durante il quale lo stesso fotografo del Tirreno Claudio Cuffaro fu raggiunto da una manganellata. Il risarcimento ottenuto dal territorio apuano per il disastro, dopo anni di contenziosi, fu irrisorio: 600 mila euro al Comune di Carrara, 750 mila a quello di Massa e 250 mila alla Provincia.

Per l’intera area occupata un tempo dalla fabbrica chimica risulta già completata una prima bonifica, effettuata in proprio dalla società Cersam (ex Farmoplant) e certificata dalla giunta regionale con decreto n. 3785 del 22 settembre 1995.

Ma in almeno undici lotti dell’ex Farmoplant, tuttora inclusa nel Sin, furono però in seguito trovati altri rifiuti e veleni, rendendo necessari ulteriori procedimenti di bonifica, nonostante si trattasse di terreni già venduti per il riutilizzo.

Durante l’ultimo monitoraggio della falda Sin/Sir apuana, risalente al 2018-2019, la Sogesid Spa, società del ministero dell’Ambiente, ha riscontrato nelle acque sotterranee sottostanti l’ex stabilimento e a valle di esso «una diffusa presenza di composti organo clorurati», in alcuni casi «oltre 1000 volte superiori ai limiti di legge. Il 1,1 dicloroetilene – riferisce Sogesid – costituisce il principale agente inquinante della falda, insieme ad altri composti alifatici clorurati quali il cloruro di vinile, l’1,2 dicloroetano, e il 1,1,2 tricloroetano. Sono presenti in concentrazioni rilevanti anche manganese, ferro e azoto ammoniacale».

La sentenza

Sul fronte della giustizia, però, qualcosa si muove, come dimostra la sentenza del Tar di Firenze dello scorso 3 novembre, che ha riconosciuto Edison Spa (ex Montedison) “(cor)responsabile” dell’inquinamento provocato dalla Farmoplant, condannandola a presentare entro sei mesi un progetto di bonifica della falda.

I tempi per la bonifica definitiva? Tutti da decifrare. Come ha detto Simone Ortori, autore del libro “Figli della Farmoplant”, qui c’è stato anche «il grande affare dello smaltimento dei rifiuti che ha trovato tappa nell’inceneritore in cui si è gettato, e tentato di gettare, di tutto da ogni parte d’Italia e del mondo. I pozzi della zona industriale sono inquinati perché i rifiuti liquidi, per essere smaltiti, sono stati pompati direttamente nella falda e quelli solidi interrati in diverse aree interne».

Un’eredità da cui il territorio apuano fa fatica a liberarsi. Le basse percentuali di bonifica totale, di cui abbiamo scritto nella precedente puntata, testimoniano l’urgenza di un necessario cambio di passo: le quattro aree in cui si è verificato storicamente il maggior inquinamento ambientale (ex Rumianca ed ex Ferroleghe a Carrara, ex Farmoplant ed ex Bario a Massa), nel Sin apuano, che oggi si estende per 116 ettari, hanno solo l’8% dei terreni risanati e appena il 3% della falda. — 

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