Lamorgese: minacce ai giornalisti, linea dura

Dopo i casi registrati al Tirreno, la ministra ha incontrato il direttore e il cdr del giornale con i rappresentanti di Ordine e sindacato

ROMA. C’è un fascicolo al Viminale che raccoglie tutti gli episodi di aggressione e minacce verso i giornalisti.

È un dossier che ogni giorno cresce: nel 2018 ne sono stati registrati 73, nel 2019 sono saliti a 87, l’anno scorso sono arrivati a 163, nei primi due mesi del 2021 sono già 23. «Una situazione che ci preoccupa e che stiamo seguendo con la massima attenzione», ha detto ieri mattina la ministra degli Interni Luciana Lamorgese durante una riunione sugli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, convocata dopo i recenti gesti di violenza verso la redazione del Tirreno.


«I giornalisti rappresentano una categoria da curare in modo particolare, perché garantiscono la circolarità delle notizie e rappresentano una componente fondamentale della nostra democrazia», ha sottolineato Lamorgese invitando i professionisti dell’informazione «a non sottovalutare gli atti intimidatori che devono sempre essere denunciati alle forze di polizia anche per una più efficace opera di prevenzione e contrasto di questo gravissimo fenomeno».

La ministra ha ricordato la nascita, fin dal gennaio 2020, del “Centro di coordinamento per le attività di monitoraggio, analisi e scambio informazioni sugli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti”, da lei seguito in prima persona insieme al capo di gabinetto Bruno Frattasi e a Vittorio Rizzi, vice direttore generale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, tavolo che da oltre un anno coinvolge i vari prefetti in un monitoraggio strutturato che consenta di delineare un quadro degli scenari di rischio a livello territoriale e delle iniziative assunte.

Durante l’incontro, a cui hanno partecipato il presidente e il segretario generale della Federazione nazionale della stampa, Giuseppe Giulietti e Raffaele Lorusso, il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna, il presidente dell’Ordine regionale della Toscana, Carlo Bartoli, il presidente dell’Associazione Stampa Toscana, Sandro Bennucci, e per Il Tirreno il direttore Stefano Tamburini e il rappresentante del Comitato di redazione Giulio Corsi, sono stati illustrati i numeri degli episodi denunciati negli ultimi tre anni, un totale di 344 casi dal 2018, che rappresentano solo la parte emersa di un iceberg dilagante soprattutto sul web. Oltre il 40% di queste minacce e intimidazioni è avvenuto infatti sulla rete, in particolare sui social network Facebook e Twitter. Nel 2019 gli episodi in rete erano stati un quarto del totale. Non emerge invece una caratterizzazione di genere: è rivolto a giornaliste donne infatti il 20% di questi atti.

Il direttore Tamburini ha messo in evidenza come sempre più spesso non sia la criminalità organizzata a minacciare, «ma il cittadino qualunque», e che «certe speculazioni politiche contribuiscono a fomentare l’odio», aggiungendo che «preoccupa che l’istigazione sui social possa portare ad azioni concrete» e per questo «occorre mettere un freno a questa situazione».

A questo proposito il prefetto Rizzi ha sottolineato la necessità di accordi di cooperazione di polizia a livello internazionale per intervenire sui giganti del web spiegando che i vari stati stanno studiando, anche con l’Europol, iniziative da sottoporre al parlamento europeo» per vigilare sulla rete.

Il presidente dell’Assostampa, Sandro Bennucci, ha ricordato una serie di altri episodi avvenuti nell’ultimo anno in Toscana, con giornalisti di numerose testate aggrediti, sia fisicamente che via web e ringraziato l’opera dei prefetti e delle forze dell’ordine.

Il presidente dell’Ordine toscano, Carlo Bartoli, ha espresso preoccupazione per l’aumento «enorme di episodi da inizio pandemia» e evidenziato la necessità di «abbassare la soglia di tolleranza rispetto agli atti violenti e intimidatori» e l’importanza di «dare grande pubblicizzazione a iniziative come quella del Viminale anche per incoraggiare colleghi che non lavorano in grandi redazione e che hanno maggiore difficoltà a sentire la vicinanza della categoria». —

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