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Vaccino, il professor Menichetti: «Usiamo una sola dose. È dimostrato: nel Regno Unito così hanno abbattuto i ricoveri»

Francesco Menichetti

Il primario: ma alle persone fragili facciamo il richiamo. Attenzione alle varianti: la trasmissibilità più alta alza anche i morti

«È chiaro, non è la perfezione. Ma vista la scarsità di vaccini, l’ipotesi di basare la campagna vaccinale sulla singola dose è una strada da tenere in considerazione. Almeno per il vaccino AstraZeneca». Francesco Menichetti, professore e primario di Malattie infettive a Pisa, è d’accordo con Mario Draghi. Il presidente del Consiglio vorrebbe dare una svolta al piano di immunizzazione seguendo il Regno Unito.

Professore, quali vantaggi ci darebbe?

«Con una sola dose riusciremmo a vaccinare molte più persone. Certo, non riusciremmo a garantire una protezione ai massimi livelli, ma vista la scarsità di forniture dobbiamo cercare una sintesi fra ottimale e realizzabile. Nel Regno Unito hanno vaccinato così 20 milioni di persone e i dati dimostrano che è una strategia che porta benefici. In Scozia la singola dose Pfizer ha ridotto i ricoveri dell’85%, con AstraZeneca addirittura del 94%».

Ma è una strada percorribile per tutti?

«Io non seguirei totalmente il Regno Unito. Continuerei a seguire le raccomandazioni delle schedule vaccinali con Pfizer e Moderna, per cui il richiamo è fissato a 3-4 settimane di distanza dalla prima somministrazione. Questo per dare massima protezione ad anziani e fragili. Per la singola dose invece userei AstraZeneca, dato che per questo siero il richiamo è possibile anche dopo 12 settimane, tre mesi».

Ma non c’è il rischio che perda di efficacia?

«Presto usciranno dati confortanti su AstraZeneca, che dimostrano un’efficacia superiore al 69%. È chiaro che se pensiamo a cosa è meglio per la singola persona dovremmo completare l’iter vaccinale con la seconda dose, ma allargando lo sguardo alla comunità si fanno altre riflessioni. In ogni caso non è la leva da azionare».

Cosa serve in più?

«Dobbiamo trovare vaccini, anche verificando che non ci siano rimanenze nei magazzini d’Europa. Se così fosse, pretendere di potersi sganciare dai contratti Ue e acquistare dosi aggiuntive direttamente. Inoltre, bisognerebbe favorire intese fra aziende che già hanno il vaccino e quelle che hanno siti produttivi sul nostro territorio, come Gsk a Siena. Insomma, dobbiamo cambiare passo in attesa che arrivi il monodose Johnson & Johnson».

Nel frattempo le varianti stanno dilagando?

«Infatti, oltre all’accelerazione sulla campagna vaccinale, servono lockdown mirati e chirurgici, delimitati nello spazio e nel tempo. Due settimane almeno. Ma non puoi tenere aperte le scuole e consentire spostamenti da Comune e Comune».

Ogni volta che si menzionano le varianti, soprattutto l’inglese, arriva la nota di conforto: è vero, è più trasmissibile, ma non più letale.

«In circostanze di diffusione sostenuta come quella attuale, vale semmai il contrario: una trasmissibilità più alta può essere perfino peggiore di una letalità più alta. Secondo alcuni studi, l’inglese aumenta l’Rt di 0,3. Se col ceppo tradizionale è a 1, con la variante a 1,3. Da 400mila contagi si passa a 600mila. Dunque, più casi più ricoveri, più ricoveri più morti».

Quali varianti dobbiamo temere di più?

«I tre vaccini diffusi da noi sembrano indurre anticorpi in grado di contrastare la variante inglese, non si ha la stessa certezza per brasiliana e sudafricana. Per questo sono necessari lockdown mirati e un sequenziamento a tappeto, di almeno del 10% dei positivi. Quello che stiamo facendo adesso è insufficiente a scattare una fotografia della reale circolazione delle varianti. Più un virus circola più possibilità ha di mutare. Senza interventi rischiamo di veder indebolita la campagna vaccinale».—

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