Gli stipendi degli assessori comunali: "Vivere di politica sarebbe impossibile"

Spesso rinunciano alla carriera privata, lavorano a tempo pieno ma guadagno cifre molto lontane da un parlamentare o un consigliere regionale, specie nei comuni non capoluogo. "E siamo costretti a subire minacce e rischiamo processi"

Ora è un funzionario dell’Asl a Livorno, a 54 anni ha vinto un altro concorso. Ma Andrea Serfogli, con il suo nuovo lavoro, non riuscirà a sgobbare tanto quanto ha fatto negli anni da assessore a Pisa. In pochi ci riuscirebbero. Qualsiasi cittadino o giornalista che sia capitato nel suo ufficio ai tempi della giunta del sindaco Marco Filippeschi, lo vedeva scomparire dietro la scrivania. Scompariva, sì: era talmente carica di carte, documenti e libri da diventare una saracinesca. In quella montagna lui non si perdeva mai, il caos della macchina comunale era accatastato tutto lì e lui era l’unico a controllarlo perfettamente. Parliamoci chiaro: faceva tutto lui: bilancio, patrimonio, lavori pubblici, partecipate e se non c’era l’assessore competente potevi chiedere a Serfogli che comunque sapeva tutto. Perché Serfogli era sempre lì, dalle otto di mattina alle otto di sera («chiudevo io il Comune, il custode staccava prima»), a leggere, studiare, parlare con i dirigenti o ricevere la gente. Anzi, la gggente.

Quella che fuori credeva fosse un privilegiato, un professionista della politica per il Pd, uno che viveva grazie al partito, insomma, alle nostre spalle, a suon di indennità, gettoni, auto blu. Ché in fondo erano gli anni in cui ancora si credeva che uno valesse uno, e che al suo posto sarebbe potuto andare l’uomo qualunque. Erano gli anni dei fustigatori della Casta. «Ormai, a suon di antipolitica, l’immagine che ci portiamo addosso è questa…», racconta l’ex amministratore dem.


Serfogli, laurea in economia con 110 e lode, un concorso vinto all’università di Pisa da amministrativo prima della tesi, è stato per dieci anni un professionista della politica, è vero, ma a 1.850 euro netti al mese. Dodici mensilità, zero tredicesima. Zero rimborsi spese. Non ha mai avuto l’auto blu, anzi ha ancora la sua Lancia Delta un po’ scassata. Dall’ateneo ha sempre preso l’aspettativa. «Non faccio le cose a metà». Ed è uno dei più fortunati. Quella è la cifra destinata ai collaboratori del sindaco di una città capoluogo di provincia.

«Ma gli “assessorini” dei piccoli comuni – dice Giovanni Morganti, primo cittadino di Vernio, seimila anime arroccate fra la montagna pratese e il Mugello – se dovessero vivere di politica farebbero la fame. Lavorano quasi gratis. Per questo nessuno può rinunciare al proprio lavoro». A stare alle tabelle Anci, un assessore di un Comune con una popolazione con meno di mille abitanti guadagna 268 euro netti, fra mille e tremila 400 euro, 507 euro fra tremila e cinquemila, 584 fra cinquemila e diecimila, 868 fino a ventimila, 1.103 sopra i ventimila, 2.021 euro nelle città capoluogo di provincia. Insomma, la maggior parte percepisce una paga da operaio. E non esistono praticamente rimborsi.

Eppure da anni in questo Paese pare che tutto sia casta, privilegio, qualsiasi forma di reddito delle istituzioni una forma di rendita. Ogni volta che qualcuno prova a dire che «la politica non può essere gratis, perché la democrazia ha un costo» viene sommerso da una risata, travolto dalla retorica delle poltrone se non da una miope (e ormai colpevole) ideologia che non distingue fra vere sacche di spreco e il trattamento indegno riservato ai una parte dei rappresentanti dei cittadini. E così un piccolo amministratore, «per il quale ricevere un avviso di garanzia per un abuso d’ufficio basta un niente», dice Simone Gheri, direttore toscano di Anci, «è equiparato nell’immaginario a un consigliere regionale o a un parlamentare».

Ché poi, anche se non prendi l’aspettativa, fare il sindaco o l’assessore costringe a sacrificare qualcosa. «Io sono un geometra – dice Morganti – ma per evitare il conflitto di interessi non posso lavorare nella Val Bisenzio, in pratica dove ho la maggior parte dei clienti». A Prato, Valerio Barberis, anche lui un assessore al tutto (urbanistica, ambiente, ecologie circolare e opere pubbliche) e architetto di successo, ha dovuto abbandonare il suo studio e l’albo per non destare sospetti. «In ogni caso sarebbe impossibile non lavorare a tempo pieno. È chiaro che in termini economici sia un altro mondo. Chi me lo fa fare? Passione».

E c’è pure di peggio. Diletta Rigoli, ex assessora al sociale di Castelfiorentino, racconta il momento esatto in cui ha fotografato il prodotto dell’antipolitica. «Era il 2013, giorno di ricevimento. Arrivò una donna, residente in una casa popolare. Non riusciva più a pagare le bollette. Era alterata. Presi il telefono, chiamai qualche assistente sociale per verificare la situazione. Lo prese come un rifiuto, cominciò a gridare e poi mi disse una frase che non dimenticherò: “Ha visto quell’uomo che ha sparato a Palazzo Chigi? Voi politici siete tutti uguali, meritate la stessa cosa”». Il riferimento è a Luigi Preiti, due pallottole a due carabinieri, uno ridotto in fin di vita. «Prese un’asta dell’attaccapanni, la usò come spranga sfasciando tutto quello che era sulla scrivania». Per un soffio Rigoli riuscì a balzare fuori dall’ufficio. La casta era sfuggita al popolo. Un’assessora di un comune da 15mila abitanti, 600 euro netti al mese, equiparata a un parlamentare o a un capo di governo.

«Se sei uno bravo, magari un manager, chi te lo fa fare di candidarti a sindaco o diventare assessore se rischi di dover congelare la tua carriera o addirittura prenderti le mazzate?», dice Edoardo Ziello, oggi deputato della Lega, fino al 2018 assessore al sociale a Cascina. Tutta un’altra vita. «Quello delle indennità degli amministratori è un tema cruciale se vogliamo una classe dirigente capace. L’indipendenza economica è anche una questione di sicurezza. Nel 2017, a 26 anni, dopo uno sgombero, fui aggredito da un uomo che mi avvicinò dicendomi «ti taglio la gola». Poche settimane dopo un altro, che avevamo aiutato a trovare alloggio dopo uno sfratto, mi denunciò con un esposto sostenendo che ci fosse un complotto fra noi e il privato. Fui chiamato dal pm a rispondere in caserma dai carabinieri. Per uno con un carattere diverso quell’esposto sarebbe potuto suonare come un’intimidazione.

Insomma, di fronte alla possibilità di finire in tribunale, un amministratore ci pensa molte volte prima di firmare un atto. Perché poi dovrà risponderne lui, non il Comune».E non la gggente. —

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