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Nello scontro fra Giani e i tecnici perse tre settimane decisive

Le zone rosse sono fermentate e si sono allargate settimana dopo settimana nell’attesa che si risolvesse uno scontro fra vertice politico della Regione e struttura tecnica

Simone Bezzini, dopo giorni di cautela obbligata, usa le parole del realismo più crudo. «La situazione è preoccupante. Stiamo analizzando con la presidenza l’impatto di questa impennata, e se sia il caso di varare misure locali». L’assessore alla Sanità lo fa in veste ufficiale, durante un’audizione in commissione in Consiglio regionale. Sotto gli occhi, il balzo della curva: 1.374 nuovi casi dopo giorni fra 800 e 900. Un segnale di non ritorno. Il tempo della cautela, invocata come un ritornello dal presidente Eugenio Giani, è finito. Ma a dispetto dell’apparenza, come il balzo degli infetti, anche il rigore improvviso scattato sulle province di Pistoia e Siena è stato incubato nell’inerzia. Le zone rosse sono fermentate e si sono allargate settimana dopo settimana nell’attesa che si risolvesse uno scontro fra vertice politico della Regione e struttura tecnica.

Anzi, fra ottimismo dell’immaginazione e granitica realtà dei numeri. Per questo l’assessore cita i dati. Quelli non lasciano scampo. Non solo la variante inglese è ormai diventata prevalente sul ceppo tradizionale in quasi tutta la regione – dove si registra nel 40-50% dei positivi –, ma anche la brasiliana sta percorrendo una linea di faglia che dal senese si sta spostando verso il centro della Toscana. «Presidente non c’è più tempo, o interveniamo o questo è l’avvio di una terza ondata che rischia di essere un replay della seconda», spiegano i tecnici a Giani in mattinata con parole simili a quelle con cui provarono a scuoterlo a ottobre all’inizio dello tsunami d’inverno, montato nei venti giorni di trattative spese a regolare i conti fra le correnti del Pd e formare la giunta. Anche stavolta tutti gli suggeriscono di agire almeno sulle province di Siena e Pistoia. Una riunione viene convocata anche sull’Empolese e qualcuno addirittura lo esorta a valutare la possibilità di anticipare il rosso per la regione. È un disperato gioco al rialzo nella speranza di ottenere il minimo indispensabile.


Sanno che nei summit fra direttori generali delle Asl e sindaci da cui dovrà uscire con una decisione, il presidente cercherà il consenso più largo possibile fra i primi cittadini. È così da settimane. Mentre lui frena, temporeggia, i tecnici provano a illustrargli i numeri, le curve, il modo in cui si muove il contagio. Ma sebbene già lunedì, in un incontro a Roma, il ministro Roberto Speranza e il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, lo avessero esortato a varare zone rosse locali, lui finora aveva recalcitrato.

Al ministero va anzi per raccontare la sua idea di Rt. «Le altre regioni barano», argomenta. «Pensi alle varianti, stanno infestando la Toscana», si sente rispondere. E non erano stati neppure i primi. Sulla sua scrivania l’ipotesi “zone rosse locali” come soluzione cuscinetto per scongiurare una terza ondata giace da tre settimane, avanzata perfino dall’Agenzia regionale di sanità. Ma fino a ieri aveva provato a resistere. E non solo perché sono gli umori dei fortini della Toscana diffusa, come ama chiamarla, a stargli a cuore. Lo incalzano i ristoratori, i commercianti. Lui ascolta, quasi si dispera con loro, convinto che anche il Covid possa essere tenuto sotto controllo con una sorta di equilibrio negoziale fra ragioni della salute e quelle dell’economia, seppure gli epidemiologi osservino che «per raccogliere le seconde vanno coltivate le prime».


Ma lui fino a ieri ha distillato ottimismo, condannato i giornali «allarmisti», parlato di curva «in stabilizzazione», convocato vertici con i dem per discutere di giunta allargata. Poi, di fronte all’impennata, ha ceduto. «Presidente, il virus è matematico – gli hanno ripetuto i tecnici – non politico, non accetta mediazioni». —

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