Diciamo basta a insulti e minacce

L'editoriale. La misura è colma da tempo e non possiamo pensare che là fuori possano girare impunemente persone che evocano attentati con morti e feriti nelle nostre redazioni o che vogliano mettere le mani addosso ai cronisti

È una giungla fatta di parole vuote sparse nel vento, di minacce, insulti, ignoranza maleodorante vestita di presunta sapienza. Animata da laureati all’università di Facebook che ogni giorno vogliono insegnare a un medico cosa sia un vaccino, a un avvocato come funzioni la legge, a un cronista le basi del giornalismo.

Il Troglodita tipo è fatto così e spesso resta un problema suo. Non quando esce dalla sua personale caverna maleodorante di ignoranza e scaglia la sua clava contro il primo che gli capita a tiro diventando sceriffo di sé stesso, apostolo del sonno della ragione.

Il Troglodita tipo può essere anche un professore universitario che in una trasmissione radio insulta una donna che fa politica.

Come accaduto allo storico Giovanni Gozzini con le parolacce a sfondo sessista contro la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Seguite ore dopo da frasi di scuse pelose e insincere, di distinguo messi lì alla «sì, però anche lei...».

Parole al di fuori di quella rotta tracciata dalla bussola fondamentale del rispetto e della consapevolezza che bisogna sempre e comunque essere diversi da chi sparge odio razziale, da chi infama quelli che fanno solidarietà. Non è questione di scelte, ognuno resta dalla sua parte. È che per professarsi migliori degli altri bisogna dimostrarlo con i fatti. Cominciando a evitare il dileggio gratuito, dimenticandosi che alla ragione si risponde con la ragione e agli insulti semmai con le denunce. Mai con altre offese.

Purtroppo, questa bussola si è rotta e l’ago punta verso i punti cardinali dell’odio spinto. E questo giornale negli ultimi giorni ne è stato purtroppo ripetutamente bersaglio. C’era già stato un primo, brutto, episodio lo scorso 10 febbraio a Livorno, quando un collaboratore del Tirreno era stato avvicinato da alcuni iscritti a un’associazione di circoli nautici, al termine di un’assemblea sulla rimozione delle barche dal porto Mediceo. Una di queste persone si era spacciata per poliziotto, minacciando il collega («dammi i documenti che li fotografo, poi dammi anche il cellulare che cancello tutti gli appunti e se ti rifiuti ti butto in acqua»). La scena, ripresa dalle telecamere di sicurezza, ha portato a sei denunce d’ufficio per minacce e in un caso si è aggiunta l’accusa di sostituzione di persona. Il collega minacciato ha ovviamente presentato una querela e, quando si arriverà al processo, editore e direttore di questo giornale chiederanno di costituirsi parte civile.

Ieri altri due episodi. Il primo, a Pistoia: fra i commenti social sotto una notizia legata all’emergenza Covid tale Roberto Ricotti ha scritto: «Ci vorrebbe un bell’attentato alla sede de "Il Tirreno", con tanto di morti e feriti...». Il secondo di nuovo a Livorno, da parte di un sedicente giornalista, Marco Ristori, che scrive per un sito internet, protagonista di ripetuti episodi di plagio. Uno che di mestiere fa il tabaccaio ma a tempo perso copia i pezzi di cronaca usciti sul giornale piazzandoli sul web a sua firma. Ieri ha affrontato il collega che ispira i suoi pezzi fatti con la carta carbone elettronica: «Ah, sei quello che ha detto che copio? Te sei una testa di cazzo e se lo ridici vedi cosa ti succede...». Poi è seguito anche di peggio, con altre minacce, gestacci, inviti alle persone che stavano parlando con il nostro giornalista: «Non ditegli niente a questo...».

Anche in questi due casi porteremo chi ci minaccia in tribunale. La misura è colma da tempo e non possiamo pensare che là fuori possano girare impunemente persone che evocano attentati con morti e feriti nelle nostre redazioni o che vogliano mettere le mani addosso ai cronisti.

Vivere come bruti nella giungla dell’ignoranza può anche essere una scelta. Imporla agli altri con la clava no: è inaccettabile. 

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