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Sembra un paradiso ma è un incubo chimico: ai piedi delle Apuane terreni e falde inquinate

La nube tossica della Farmoplant nel 1988

Massa e Carrara: bonifiche in grave ritardo mentre aumentano i rischi per la salute

L’apparenza inganna. Lassù le Apuane, maestose, ricche di marmo (l’oro bianco) e di acqua (l’oro blu) e a poca distanza il mare. Chilometri e chilometri di spiagge. In mezzo, le colline del Candia, le città di Massa e di Carrara e le loro marine. Sembra un paradiso. Sembra. Perché i problemi non sono in superficie. Sono sotto. Qui l’industria chimica – ricordate la spaventosa nube tossica dell’estate 1988? – ha lasciato un’eredità pesantissima. Terreni e falde inquinati, che da decenni dovrebbero essere bonificati e invece le tabelle di marcia dei report ministeriali e regionali testimoniano le lentezze, esasperanti, nel portare avanti queste bonifiche. E le tante promesse disattese.

Solo parole e apparenze. Con un altro incubo. Che raccontiamo in premessa. L’ipermortalità. A Massa-Carrara la mortalità in eccesso non è dovuta solo al coronavirus, con la provincia apuana che ha l’indice più alto della Toscana, superiore della media nazionale, per il Covid. I dati dell’ultimo studio Sentieri, indagine epidemiologica nazionale coordinata dall’Istituto superiore di sanità, testimoniano anche che in territorio apuano, tra il 2006 e 2013 – ultimi dati censiti – si sono registrati morti in eccesso per tutti i tumori e leucemie nei giovani tra i 20 e i 29 anni. Troppe anche le leucemie nei bambini tra 0 e 14 anni. I ricoveri ospedalieri risultano in eccesso tra 0 e 29 anni per tutte le cause naturali, per malattie respiratorie acute ed asma. Nel primo anno di vita e nei giovani tra i 20 ed i 29 anni si osserva un eccesso di ricoveri per tutti i tumori. Tra questi i tumori del linfoemopoietico totale, i linfomi, la malattia di Hodgkin e le leucemie, inclusi i sottogruppi delle linfoidi e delle mieloidi. Scioccante anche il dato sulle malformazioni congenite, con ben 314 casi registrati negli anni 2002-2015. Il dubbio è che si tratti di patologie spesso riconducibili all’inquinamento chimico residuo della zona industriale.

IL DISINTERESSE NAZIONALE

Ma nonostante i rischi per la salute, e il freno allo sviluppo economico – quante aree ancora inutilizzabile per la reindustrializzazione – la bonifica del Sin apuano, il famigerato Sito di interesse (o disinteresse?) nazionale, a oltre 22 anni dalla sua istituzione (legge numero 426/1998) e anche dopo il passaggio di gran parte di esso dalla competenza del ministero dell’Ambiente a quella della Regione, decretato nel 2013 con la creazione del Sir, resta quasi del tutto ferma.

Lo dice chiaramente l’ultimo Documento sullo stato di avanzamento delle procedure di bonifica dei Sin italiani, pubblicato sul sito del ministero dell’Ambiente. Questo aggiornamento periodico, infatti, conferma che nel Sin di Massa-Carrara, sia per quanto riguarda la bonifica dei terreni sia quella della falda sottostante, ancora avvelenati da 50 anni di industria chimica selvaggia, è stato fatto davvero poco.

Per il territorio apuano, infatti, le ultime informazioni disponibili, datate dicembre 2020, dimostrano che su un totale di 116 ettari di Sin il progetto di messa in sicurezza/bonifica dei terreni è stato presentato e approvato solo per il 39% delle aree. Sì, avete capito bene, il progetto per meno del 40% delle aree. La percentuale delle procedure completate e validate, invece, copre appena l’8% della superficie totale. Vale a dire che soltanto in nove ettari di Sin sono stati verificati valori di contaminazione inferiori ai limiti.

SOLO PICCOLI INTERVENTI

C’è da segnalare un lieve miglioramento rispetto a settembre 2017, quando la percentuale di terreno Sin bonificata risultava del 5%, ma è ancora troppo poco. Inaccettabile, anzi. Gli inquinanti presenti nei suoli sono soprattutto scarti derivanti dalle vecchie lavorazioni eseguite nel polo industriale: metalli pesanti, composti organici aromatici, idrocarburi poliaromatici, fitofarmaci, ceneri di pirite con alto tasso di arsenico, piombo e cadmio, scorie di fusione (cromo esavalente), diossine e furani.

Questi tremendi materiali sono stati riscontrati soprattutto all’interno dei siti industriali dismessi (ex Rumianca, ex Italiana Coke, ex Farmoplant), ma sono presenti anche in aree a uso residenziale, perché venivano utilizzati per il riempimento di aree.

La stessa Arpat, poi, riferisce che questi veleni sono stati rinvenuti anche in alcuni terreni per i quali risultava già emessa la certificazione di avvenuta bonifica, come ex Dalmine, ex Farmoplant ed ex Italiana Coke, rendendo necessarie ulteriori opere di risanamento ambientale.

IL DRAMMA ACQUE INQUINATE

La falda: va ancora peggio, dove le acque sotterranee sono inquinate, e nonostante le ordinanze che ne vietano l’uso, nessuno davvero sa chi le continui a utilizzare per innaffiare l’orto o il giardino di casa. In dettaglio, per quanto riguarda l’attuale situazione della falda, a dicembre 2020 i progetti di bonifica presentati e approvati si arrestano al 15%, mentre quelli completati e validati arrivano solo al 3% del totale. Quasi gli stessi dati di settembre 2017, quando l’acquifero risultava bonificato al 2%. I principali inquinanti riscontrati nella falda Sin/Sir apuana sono cancerogeni quali metalli pesanti, cromo esavalente, idrocarburi poliaromatici, benzene, toluene, etilbenzene, solventi clorurati, pesticidi clorurati ed azotati.

Il problema per la salute risulta evidente, poiché la contaminazione non interessa solo la falda della zona industriale, ed emerge anche nelle acque sotterranee delle adiacenti aree residenziali. E allora – in mancanza tra l’altro di un registro tumori, altro strumento utilissimo di cui non c’è traccia – diventa quasi automatico associare questi dati ai motivi, o almeno ad alcuni dei motivi per i quali si sono già ammalate così tante persone ed altre, purtroppo, seguiranno la stessa sorte: quei veleni che continuano a contaminare la terra, l’acqua e l’ambiente in generale di quello che sembra un paradiso, e invece in decine e decine di ettari del sottosuolo assomiglia troppo all’inferno. —

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