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Il professor Bonanni: «AstraZeneca non è un vaccino di serie B»

Il professor Paolo Bonanni, ordinario di igiene all'Università di Firenze

Con il professor Paolo Bonanni, ordinario di igiene all'Università di Firenze, facciamo il punto sull'efficacia dei vaccini, le reazioni, le risposte alle varianti e le previsioni per marzo

AstraZeneca non è un vaccino di serie B. Uno studio appena pubblicato su Lancet dimostra che si avvicina molto a Pfizer e Moderna in termini di efficacia, come spiega il professor Paolo Bonanni, ordinario di igiene all’Università di Firenze.

Professor Bonanni, cosa dicono gli ultimi dati su AstraZeneca?


«Che il dato di efficacia del 59,5% con cui fu approvato dall’Ema è superato. Si riferiva a una seconda dose somministrata dopo 4-6 settimane. In Inghilterra si è scelto di usare tutte le dosi per immunizzare il maggior numero di persone, dilatando i tempi del richiamo. I dati pubblicati su Lancet dimostrano che con una seconda dose dopo 12 settimane l’immunità sale all’82%».

Ma per 12 settimane si resta non protetti?

«No. Lo stesso studio dice che tra i 22 e i 90 giorni dopo la prima somministrazione, l’efficacia nel prevenire la malattia è del 76%. Chi si vaccina con AstraZeneca sta usando un prodotto molto efficace».

Un altro timore su AstraZeneca riguarda le reazioni.

«Tutti i vaccini comportano reazioni. Si sentono persone che lamentano febbri e malesseri passeggeri. È normale: il vaccino, suscitando la risposta immunitaria, può portare un po’ di infiammazione. Ma nessuna di queste reazioni ha avuto conseguenze rilevanti di alcun tipo».

I vaccini funzionano contro le varianti?

«Bella domanda. Premettiamo che tutto ciò che sappiamo su questo punto si basa su dati parziali. Possiamo dire che contro la variante inglese, quella che sta prendendo il sopravvento nel nostro Paese, i vaccini sembrano funzionare. Sulle altre varianti, come la brasiliana e la sudafricana, ogni vaccino può avere un’efficacia ridotta ma comunque presente».

Dovremmo aspettare dei vaccini aggiornati?

«No. Bisogna usare massicciamente i vaccini disponibili. Che comunque forniscono una protezione anche contro le varianti. E meno il virus circola meno varianti si generano. Eventualmente tra qualche mese si potrà valutare la possibilità di un ulteriore richiamo attraverso vaccini che nel frattempo saranno stati aggiornati. Ma questo non significa che conviene aspettare l’eventuale aggiornamento».

Si dice che i vaccini a Rna come Pfizer e Moderna siano più facilmente aggiornabili.

«Al livello teorico è così. Ma anche per i vaccini ad adenovirus come AstraZeneca e Johnson & Johnson possono bastare 2-3 mesi. Poi sarà necessario fare altre prove, potrà servire qualche mese in più. È ciò che facciamo tutti gli anni col vaccino anti-influenzale».

A proposito: bisognerà vaccinarsi periodicamente?

«È prematuro dirlo. È una possibilità. Se le varianti nel tempo saranno talmente diverse da suggerire che il virus resterà con noi a lungo, dovremo attrezzarci con vaccinazioni periodiche. Di contro, può anche darsi che i vaccini sbarrino così tanto la circolazione del virus da impedire la formazione di nuove varianti, e che quindi possa non essere necessaria una vaccinazione stagionale».

Oltre alle varianti, bisognerà vedere anche quanto dura l’immunità.

«È l’altro capo del problema. Anche a questo adesso è prematuro rispondere».

I vaccini a Rna sono tecnologicamente nuovi. Possono esserci effetti imprevisti a lungo termine?

«Questo no. L’Rna messaggero è un telegramma che arriva alle cellule. Trova le stampanti – i ribosomi – che seguono l’istruzione e producono una determinata proteina. Poi l’Rna si autodistrugge. È molto fragile, per questo si conserva a temperature molto basse. E comunque non ha alcuna possibilità di modificare il nostro patrimonio genetico».

Secondo uno studio israeliano il vaccino Pfizer sarebbe efficace nel prevenire l’infezione e non solo la malattia: cioè i vaccinati non contagiano.

«L’esperienza di Israele dimostra intanto che una vaccinazione intensa abbatte le ospedalizzazioni: i vaccini funzionano bene sul campo. Quello che lei dice vale per tutti i vaccini, cioè è possibile che una quota rilevante di vaccinati sia protetta anche dall’infezione, non solo dalla malattia. Resta da capire, vaccino per vaccino, di che percentuale si tratta».

Sputnik funziona?

«Sì, secondo i risultati pubblicati su Lancet con il 91% di efficacia. Ma finché i russi non sottopongono il dossier registrato all’Ema non potremo adottarlo. È un principio di sicurezza».

Eppure di nuovi vaccini ce ne sarebbe un gran bisogno: di questo passo impiegheremo anni a vaccinarci tutti.

«Ma da marzo è previsto un aumento esponenziale delle dosi. Ora il collo di bottiglia è la scarsità di forniture. Tra poche settimane potrebbe diventare l’organizzazione della campagna vaccinale. Si sta lavorando perché ciò non avvenga. Avremo milioni di dosi da somministrare. Prima facciamo e meglio è». —



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