Lo stradone nel bosco che sfregia l’isola d’Elba: ecco cosa sta succedendo a Capo Poro

Le ruspe in azione per realizzare la strada larga sei metri dove una volta c’era un semplice sentiero

Scempi ambientali. Per salvare quel paradiso bastavano 36mila euro ma Comune e Parco l’hanno lasciato in mani ostili e la vicenda si è trasformata in una battaglia legale

La Toscana e gli sfregi all’ambiente. Cominciamo a raccontarli partendo da una storia emblematica. Nel 2016 l’Agenzia del demanio concluse la vendita di una vasta area nel comune di Campo nell’Elba localizzata sul promontorio di Capo Poro. L’area comprende tra l’altro un faro e fabbricati storici che risalgono alla Seconda guerra mondiale e ricade parzialmente nel territorio del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano soggetto a particolari misure di conservazione e protezione.

Quell’area aveva il costo di appena 36.560 euro ma né il Comune di Campo, né il Parco, esercitarono il diritto di prelazione. Attraverso alcuni passaggi, fu acquistata da una società privata, la Scat Srl di proprietà del geometra Giorgio Vinai, che in breve tempo avviò una serie di lavori: strade, escavazioni, ristrutturazioni dei manufatti. Molto di quanto fu pianificato non era consentito, viste le norme che vincolano il territorio. Ciò nonostante le operazioni sono continuate anche in tempi molto recenti.

Uno degli ultimi atti è del 23 giugno scorso quando il Tar ha respinto il ricorso della Scat contro il provvedimento del Parco in cui si negava la possibilità di una serie di interventi di ristrutturazione. Adesso Legambiente, Cai e numerosi cittadini chiedono il ripristino della situazione precedente ai lavori che hanno impattato pesantemente con l’ecosistema di una zona dal notevole valore storico e naturalistico. Lo ha chiesto anche il Parco con una nuova ordinanza contro la quale i legali di Scat hanno fatto ricorso. L’ennesima battaglia in tribunale. Mentre Capo Poro sanguina.

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Il paradiso costava 36.560 euro, ma nessuno pensò che fosse così importante da dover spendere quella cifra, equivalente all’acquisto di un’auto di media cilindrata. Non ci pensò il Comune e non ci pensò il Parco, istituzioni che i cittadini mantengono affinché lavorino per il bene collettivo. Era il 7 dicembre del 2016. Ci pensò allora un imprenditore che veniva da Cuneo ma che con l’Elba aveva già un lungo rapporto.

Si chiama Giorgio Vinai, e da quando aveva scoperto Capo Poro con le spiagge sottostanti, se ne era innamorato. Di una in particolare si sentiva il padrone, avendovi rilevato la Scat, azienda agrituristica fondata nell’ormai lontano 1994: Galenzana è il nome di quella spiaggia, e deriva da “Cala Sana”. Gli antichi romani la battezzarono così perché la baia era riparata da tutti i venti e le imbarcazioni potevano trovarvi rifugio.
Il geometra Giorgio Vinai evidentemente pensò che quello potesse essere davvero un gran bel rifugio.

Per lui e per i turisti ai quali avrebbe aperto le porte del paradiso elbano. Così comprò i terreni che erano stati del demanio e mise mano al suo progetto su Capo Poro. Lui di progetti edilizi se ne intendeva e le costruzioni erano (e sono) il mestiere che conosce meglio. La sua Conicos di Mondovì (Cuneo), fondata nel 1977, è un colosso del settore. Negli ultimi dieci anni stava realizzando opere importanti in Libia, quando la guerra civile uccise Muammar Gheddafi e fece del paese una polveriera.

Il nostro ministero degli Esteri aveva avvertito del pericolo crescente ma la Conicos, come altre società, continuò a lavorare. Fino a quando, nel settembre del 2016, due dipendenti italiani non furono rapiti dai ribelli e allora l’impresa si trovò al centro dell’attenzione mediatica: un evento che di certo Giorgio Vinai avrebbe volentieri evitato. Così come avrebbe preferito non essere chiamato in ballo dall’inchiesta contro le infiltrazioni della ’ndrangheta in Piemonte e Liguria. Secondo la procura di Torino, la Conicos aveva avuto rapporti con una ditta sospettata di riciclaggio. Accusa da cui Vinai e l’allora socio, Stefano Bongiovanni, sono stati poi assolti “perché il fatto non sussiste”.

LE RUSPE IN AZIONE

Avvezzo quindi ad affrontare marosi tanto impegnativi, quali timori poteva mai avere l’imprenditore di Mondovì, oggi ottantenne, rispetto ai modesti vincoli riguardanti i terreni acquistati all’Elba dai saldi demaniali? La “transizione ecologica” di cui oggi tutti parlano, all’Elba era già cominciata: con i camion e con le ruspe.
L’area di Capo Poro confina con il Parco dell’arcipelago e vi ricade parzialmente? Ci sono almeno cinque o sei soggetti pubblici da cui passare? (Comune, Parco, Sovrintendenza, Genio civile, Usl, Regione). Bisognerebbe osservare tutti i normali divieti che qualsiasi cittadino di buon senso conosce e rispetta? “Lacci e lacciuoli” avrebbe detto il Berlusconi degli anni ruggenti parafrasando Tommaso Campanella. E per Vinai, che di Berlusconi si professa amico, il paradiso non poteva certo sottostare a quei paletti, permessi, passaggi burocratici. Lo strumento bypass fu il “piano aziendale agricolo”: lui lo presentò, ebbe l’approvazione della Regione e si mise all’opera.

PADRONI DEL PANORAMA

I potenti mezzi dell’imprenditore piemontese presero a solcare il promontorio dove – salendo da Marina di Campo – si può ammirare un notevole pezzo di costa elbana sud orientale e nei giorni di bel tempo anche buona parte dell’arcipelago toscano. Lo storico faro, le piccole costruzioni che ospitarono i soldati e ridotte a ruderi, gli accessi alle spiaggette, la macchia mediterranea ricca di specie e di profumi: tutto bellissimo ma, diciamocelo, un po’ disordinato. D’altronde, si sa com’è la Natura: a lasciarla fare, rischia di prendere il sopravvento. Copre e consuma i vecchi fabbricati, si allarga, rende i sentieri così stretti che a malapena ci passa una persona per volta. Niente paura. Il geometra e i suoi valenti collaboratori, su progetto dell’architetto Emanuele Albarello, anch’egli da Mondovì, da bravi “agricoltori” cominciarono a tracciare la nuova viabilità. In breve tempo la piccola strada del Formicaio diventò una strada vera, e siccome negli spostamenti la comodità è tutto, alla carreggiata fu data una larghezza tra i cinque e i sei metri. Fosse mai che, nel traffico crescente, due trattori o due Suv dovessero incrociarsi.

Al comando delle operazioni, c’era sempre la Scat Srl (Società campese Ambiente turismo Società agricola). Le sue produzioni sarebbero olio e vino, ma la vera missione sembra essere quella di ridisegnare i percorsi dell’area correggendo non solo la Natura, ma anche ciò che, nei secoli precedenti, uomini evidentemente meno competenti del Vinai’s team avevano realizzato.

Ecco che, in breve tempo, spuntarono cancelli chiusi, recinzioni provviste di espliciti cartelli dissuasivi, muri alti due metri mentre sparivano gli antichi muretti a secco. Nuovi passaggi sostituivano i vecchi sentieri, con buona pace di frequentatori e altri proprietari.

Al tempo stesso un bel po’ di macchia mediterranea cadeva per lasciare il posto alle strade, e su un altro bel po’ di vegetazione venivano rovesciate tonnellate di terra e di pietra frutto delle escavazioni. «Guardi che se c’è uno che ha il pollice verde, quello sono io» mi dice al telefono Giorgio Vinai. Il fatto è che il suo pollice sembra puntare in basso. Ne sa qualcosa lo storico ginepro fenicio che da qualche secolo stava lì a godersi l’aria salmastra: decisamente malconcio.

LA SFIDA

Mentre “il Vinai” riorganizzava Capo Poro, i campesi (gli abitanti di Marina di Campo) tornavano dalle loro passeggiate e denunciavano quanto avevano visto con tanto di video e di foto, ricevendo in risposta messaggi “concilianti” da alcuni notabili del posto, evidentemente affascinati dalle mirabili imprese dal vago sapore colonialista che promettevano di fare della zona un nuovo polmone per l’economia turistica del Comune. Della serie: state buoni e ce ne sarà per tutti.

Del resto, i piani su Galenzana non sono nuovi, risalgono a molti anni addietro e vanno ben al di là dell’animus agrestis di Giorgio Vinai. A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, nell’amministrazione comunale di Campo qualcuno cullò l’idea di farvi un porto da 600 posti barca e una galleria che – forando il monte – consentisse il passaggio dal paese a quel pezzo di costa. Una mostruosità, che all’epoca fu combattuta dagli ambientalisti e dalle persone provviste di senno. Però si sa, certi amori fanno dei giri strani e poi ritornano. L’amore per l’incantevole Galenzana, in questi decenni, per molti si è tradotto in passeggiate, escursioni via terra o via mare, snorkeling nel basso fondale di posidonia e pic-nic con le piccole barche da diporto ormeggiate ai moletti di cemento. Ma il cemento – proprio lui – può affascinare e prendere molte forme. Del tipo vecchi ruderi che, adeguatamente ristrutturati, diventano villaggio turistico.

LA DEVASTAZIONE

Così quando la Scat – incalzata anche da Legambiente, dal Cai e da chi non ci stava – si è vista costretta a ufficializzare alcuni dei suoi veri progetti, ha dovuto spiegare in che modo voleva mettere mano alle antiche costruzioni su Capo Poro. Lì per Vinai sono cominciati quei fastidi che ogni “riorganizzatore” del territorio vorrebbe evitare. E qui siamo nel pieno della migliore (o peggiore) tradizione italiana: il Comune che – spiega l’attuale sindaco Davide Montauti – «adesso nega tutti i permessi di sua competenza ma più di tanto non può fare».

La Sovrintendenza di Pisa che si oppone. Il Parco che emette un’ordinanza di ripristino ambientale contro cui ricorrono i legali della Scat. La Regione che prima dà un’autorizzazione e poi fa marcia indietro. Aggiungiamo i ripetuti sopralluoghi dei carabinieri forestali, le denunce, i sequestri giudiziari, le interrogazioni parlamentari rimaste senza risposta. «Sono 25 anni che andiamo avanti così» commenta serafico Vinai, il quale poi confida: «I miei figli mi dicono: “chi te l’ha fatto fare?”». Già, bella domanda, ma intanto ruspe e motoseghe non si fermano: neanche nel periodo della pandemia, come documentano in molti con foto e testimonianze. Anche mentre la scienza mostra un pianeta da salvare e – smaltito Trump e qualche altro folle negazionista – ci si confronta sulla sostenibilità ambientale e sull’agenda 2030. Anche mentre nel nuovo governo Draghi – come in altri governi europei – si istituisce un ministero per la Transizione ecologica.

Ecco, all’Elba “transizione ecologica” per qualcuno equivale ad aprire strade in un bosco a picco sul mare o a ideare dal niente la costruzione (poi bloccata dal Comune) di una “villa del custode” di 110 metri quadri affacciata sulla spiaggia dei Salandri.

Qual è stato, in questa devastazione accuratamente progettata, il ruolo di Comune, Parco e Regione? Hanno usato ogni strumento disponibile per impedire tutto ciò? E perché, per lunghi periodi, gli unici a lanciare allarmi sono stati Legambiente e il Cai?

Il piccolo-grande caso di Capo Poro e Galenzana rischia di essere un fragoroso emblema della nostra inadeguatezza di fronte alla prepotenza e all’incoscienza di chi piega l’ambiente ai propri obiettivi, in un mondo sempre più compromesso. Il mondo che dovremmo lasciare alle nuove generazioni.

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