Contenuto riservato agli abbonati

Piombino, pensioni per l’amianto in fabbrica: «Siamo fermi al 2003»

Le acciaierie e i rischi per la salute, Mirko Lami (Cgil): «Tutti sapevano tutto ma per i benefici serve una nuova legge»

Trent’anni passati dentro alla fabbrica, combattendo in produzione, ma soprattutto sul fronte sindacale: Mirko Lami, classe 1964, per la ex Lucchini ha fatto anche lo sciopero della fame. Da sorreggere con una mano il megafono e con l’altra lo striscione rosso della Fiom è ora a Firenze, segretario della Cgil toscana per le politiche del lavoro e le crisi aziendali. E i maligni, che a Piombino non mancano, dicono che sia stato promosso proprio per toglierselo di mezzo dal promontorio. Perché lo stabilimento, quella fabbrica che ora cade a pezzi e per la quale ancora un futuro certo non si vede, è la sua vita: l’ha vista crescere e anche morire, poi rinascere solo in parte, sempre appesa a quell’intreccio perverso fra Stato e investitori privati più o meno affidabili che, con la crisi dell’acciaio, per ora ha portato solo delusioni.

E, mentre si attende ancora il piano industriale di Jindal, torna sul problema-amianto, consapevole che bonifiche e ripartenza debbano andare di pari passo.


«Il problema dell’amianto lo conosciamo da sempre. In una fabbrica che ha la sua età e dove si lavora ad altissime temperature, è ovunque. Prima che se ne conoscessero i pericoli, era l’isolante più usato. Ma non è preciso dire che il sindacato non ha fatto nulla. Non ci dimentichiamo che si tratta di una fabbrica di 12 chilometri quadrati. In più occasioni e in più reparti siamo stati noi a chiamare un’azienda specializzata di Livorno per rimuovere l’amianto. Chiaramente il nostro intervento era limitato ai posti dove era possibile. Nei forni delle cokerie, la vecchia e la nuova, per toglierlo andavano aperti e non era possibile durante la lavorazione. Ora che è ferma, quando (e se) la smantelleranno, ne troveranno moltissimo. Lo stesso valeva per l’altoforno. Certo si poteva fare di più, ma non ce ne siamo disinteressati».

Quindi i rappresentanti per la sicurezza il problema l’hanno affrontato.

«Eravamo sette delegati: tre Fiom, due Fim, uno Uilm e uno dei Cobas. Tutti sapevamo tutto. In quegli anni lì avevamo grossi problemi: nel cantiere per la ricostruzione dell’altoforno (1997 - 98, ndr) ci furono cinque morti per infortunio sul lavoro e all’azienda facemmo presente che con oltre mille dipendenti ci sarebbe voluta una grande attenzione alla sicurezza».

E la politica?

«Esatto, oltre a noi si sarebbe dovuta muovere la politica. Che ha fatto solo poche cose, come imporre la chiusura della vecchia cokeria, che era altamente inquinante».

Ma adesso cosa si può fare?

«Vanno create le condizioni perché gli enti preposti, a partire da Asl e Arpat, mettano su una squadra dedicata solo alle bonifiche. O agli smantellamenti, che poi sono più semplici e forse sono l’unica cosa possibile. Non vedo proprio come si possa pensare di scavare il terreno su un’area così vasta. E neppure credo sia giusto che gli ultimi proprietari debbano accollarsi l’onere di “pulire” dove si è “sporcato” dal XIX secolo, attraverso tante aziende diverse e senza controllo alcuno. La Regione, quindi, potrebbe creare una sorta di “task force”, che ora va tanto di moda, per la realizzazione di un piano dettagliato, compresa la valutazione dei rischi, che pianifichi il lavoro, magari di concerto con le Rls (rappresentanti della sicurezza, ndr). Sarebbe un modo per rischiare il meno possibile. Poi ci vorrà una formazione mirata del personale a quei lavoratori che andranno a farlo materialmente. Certo non ci possono essere mandati senza le necessarie competenze. A mio avviso ne possono essere impiegati alcune centinaia fra quelli che sono a casa, di fatto, dal 2014».

E la pensione per l’esposizione all’amianto è possibile?

«La legge riconosce la presenza di amianto negli stabilimenti come Piombino fino al 2003. Siamo fermi a quella data. Ma dato che, come sappiamo noi e come state denunciando con le vostre inchieste, l’amianto c’è ancora e la fabbrica ha lavorato fino al 2014, è chiaro che questa legge va ampliata almeno fino a quest’anno. A questo punto con la domanda, chi può dimostrare di essere stato esposto per dieci anni, ha diritto ad avere la pensione. Stimo che possano essere 4-500 persone. Sia chiaro, non rubano niente: sono stati esposti, ma non gli viene riconosciuto al momento».

Risolverebbe un grosso problema. I numeri non tornano.

«Al momento in cui una parte la impieghiamo per gli smantellamenti e un’altra la facciamo accedere alla pensione, possiamo vedere quale forza lavoro rimane. Per questi ultimi, in attesa di una ripartenza, che certo non è dietro l’angolo, si può andare avanti con ammortizzatori sociali innovativi. Non basta la cassa integrazione, servono politiche attive che consentano anche un rientro nel mercato del lavoro».

Ma i soldi di questa operazione dove si trovano?

«Come ho detto, non si può imporre a Jindal di bonificare tutto a spese sue, anche perché così facendo li spingeremmo a investire altrove. Ci deve pensare lo Stato, magari chiedendo al privato solo di accantonare ogni anno una quota parte per le bonifiche. Sa qual è il problema? Ci vuole la volontà politica. E ci vuole un piano industriale ambizioso che tenga l’ambiente in primo piano. Questo è possibile solo con il forno elettrico, visti i parametri sulle emissioni di anidride carbonica imposti dall’Europa che con l’altoforno sono difficili da raggiungere. Potrebbero presentare anche un progetto innovativo per trasformarlo in energia pulita. Io non vedo altra strada». —

(7 _ continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA