Pd, caos sul nono assessore: Giani sfiora la crisi con Renzi

Il presidente impone un diktat ai dem: «O votate la riforma o siete contro di me» I lottiani: valga anche per Italia Viva. Alla fine slitta la riunione sulla resa dei conti 

FIRENZE. Dopo l’aut aut, una frenata. Dopo aver vestito panni non suoi, quasi quelli apodittici e rottamatori dei lanciafiamme del renzismo, Eugenio Giani prova a riacciuffare la crisi in cui da due giorni rischia di aver precipitato il suo governo adottando lo stile da vecchio lupo della politica. Insomma, dopo aver lanciato un diktat ai consiglieri dem toscani in una riunione tesissima mercoledì sera, avvertendo che «un voto contro la riforma dello Statuto» utile a introdurre il nono assessore e due sottosegretari in giunta «sarebbe un voto di sfiducia contro di me», il presidente alla fine prova a disinnescare la frattura nella maggioranza.

Cosa è successo? Da giorni il Pd toscano è in piena tempesta, scosso da una faida fra post renziani e le truppe di Zingaretti innescata dall’appoggio dato dal piombinese Valerio Fabiani all’ipotesi di candidare Giuseppe Conte a Siena. «Ha rotto l’unità, un vicesegretario che parla così non può restare al suo posto», ripete da giorni la segretaria Simona Bonafè. Un’intransigenza che molti leggono come la volontà del gruppone riformista di strappare col Nazareno. Troppo per gli zingarettiani, che hanno fatto trapelare di voler trasformare i lavori dell’aula in un Vietnam se la segretaria non recederà dai suoi propositi, cominciando con l’ostacolare la riforma cara al presidente. Per questo Giani ha lanciato il suo diktat. «Peccato sia caduto in un tranello dei lottiani e di Bonafè, che subito dopo gli hanno chiesto di farlo valere anche per Italia Viva», ragiona un consigliere dem.

E così, dopo una giornata iniziata con un nuovo incontro in cui il presidente s’è mostrato deciso a rivendicare il valore politico della riforma («Io ci credo»), tanto da spingerlo a convocare un mini vertice con i capigruppo di Pd e Italia Viva Vincenzo Ceccarelli e Stefano Scaramelli in serata, alla fine ci ripensa. E trasforma l’incontro in una riunione in videochat con i portavoce di maggioranza e opposizione sull’emergenza vera, quella sanitaria. In mezzo una giornata di arrabbiature, improvvise accelerazioni («La voti solo il Pd, non importa») e retromarce. «Eugenio, una riforma dello Statuto dovrebbe avere un appoggio largo, anche nell’opposizione», gli ricorda Ceccarelli. E poi i renziani da mesi parlano chiaro: non ne vogliono sapere.

«Se non c’erano le condizioni a dicembre, perché dovrebbero esserci adesso? Non la votiamo», ribadisce Scaramelli. Certo, anche perché non li riguarda. Quei posti servono a Giani a chiudere gli accordi correntizi, hanno già destinatari designati: il massese Giacomo Bugliani, il piombinese Gianni Anselmi e l’attivista empolese Iacopo Melio. «Ma imporre la questione di fiducia a Italia Viva in questo momento è come aprire una crisi al buio senza senso. Non solo la gente non la capirebbe, dato che le priorità non sono certo i posti di potere, ma offrirebbe a Renzi l’occasione di fare il martire, perché dopo il loro no, Eugenio sarebbe costretto a far fuori Italia Viva dalla giunta», ragiona uno zingarettiano. Un capolavoro di autolesionismo. Che Giani per ora lascia incompiuto rinviando la resa dei conti. —

Mario Neri

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