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In un anno due affari, all’ingresso ha messo un cartello: “Non spingete”

Luca Bertini, l’antiquario di Pontedera con il suo “cartello” della crisi

La storia di un antiquario di Pontedera: «Oggi non si vede anima viva, ma per tanti anni ci siamo divertiti. Di lavoro ce n’era anche parecchio»

PONTEDERA. C’è una luce in fondo al corridoio all’ingresso. È quella dello schermo di un piccolo computer portatile. Luca lo ha appoggiato in mezzo ad assi di legno, forbici, rotoli di carta vetrata e martelli, in una piccola stanza sul retro della bottega nel centro di Pontedera. Passa qui le sue mattine. E quando qualcuno viene a trovarlo è quasi sorpreso. «L’ultimo vero cliente l’ho visto più o meno un anno fa. In questi mesi ho fatto appena due vendite. Ogni tanto sbrigo qualche lavoretto per gli amici. Prima la modernità e la grande distribuzione, ora il Covid. Non lo so neppure io perché rimango aperto. Anzi, sì. Perché non saprei dove infilare tutta questa roba. E ad alcuni pezzi, lo ammetto, ormai sono profondamente affezionato».

Luca Bertini ha 74 anni e un sorriso gentile che scalda il cuore. È il titolare di “Bertini Antichità”, in via Montanara. Nel centro di Pontedera, a due passi da corso Matteotti, la più frequentata via dello shopping della Valdera. Eppure, nel suo negozio, Luca è sempre più solo. Ma non molla, anzi, ci scherza su. All’entrata dell’attività ha affisso un cartello che spiega bene il suo spirito: “Si prega di entrare uno alla volta, di non spingere e di non litigare. NB. La mascherina”. Luca non è un personaggio da compatire. È un uomo profondamente innamorato del proprio lavoro. Consapevole di quanto il mondo gli sia cambiato attorno, ma determinato a resistere.


«Mia moglie Angela ha aperto il negozio nel 1974, io sono entrato tre anni dopo con un socio. Dal 1987 sono l’unico proprietario. Oggi non si vede anima viva, ma per tanti anni ci siamo divertiti. Di lavoro ce n’era anche parecchio». Quello di Luca Bertini è un mestiere antico. In tutti i sensi. «Andavo in Piemonte, in Lombardia, prendevo appuntamento con ragazzi che svuotavano cantine e soffitte. Loro mi facevano vedere la merce – racconta – io cercavo di individuare qualche pezzo d’antiquariato che avrei potuto rivendere. In negozio venivano imprenditori, a volte anche attori che si trovavano di passaggio al Teatro Era. Qualcuno acquistava, altri invece portavano oggetti d’arredamento da restaurare. Non si facevano affari d’oro, ma si portava a casa la giornata».

Poi sono arrivati i colossi industriali, i grandi magazzini che vendono mobili da assemblare a casa. L’antiquariato ha perso il suo fascino e Luca ha perso i clienti. «A Pontedera sono rimasto l’unico – dice – e molta merce negli ultimi anni l’ho venduta anche a meno soldi di quanti ne ho spesi per acquistarla. Per fortuna l’affitto del fondo della mia attività è molto basso, riesco a pagarlo. E poi ho la pensione. Non muoio di fame». Luca ride e si prende un po’ in giro. Ha imparato a fare i conti con la realtà. Anche se non smette di coltivare un sogno. «Sarebbe bello trovare un giovane al quale insegnare il mestiere. Più che il commercio di pezzi d’antiquariato, la vera arte è quella del restauratore. In quel campo, secondo me, ci sono ancora spazi per lavorare. Qualche anno fa è venuta una ragazza per un paio di settimane, le ho insegnato qualche trucco del mestiere e mi auguro che abbia continuato su questa strada». Luca spera nell’erede. Il cartello alla porta d’ingresso è anche un gesto di ribellione nei confronti di un mondo che viaggia troppo veloce. «Qui dentro – conclude – il pericolo assembramenti non esiste. Mi dovrebbero dare un premio. In ottanta metri quadrati ci sono solo io, ogni giorno. Il rischio contagio, qui, è sicuramente zero». —

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