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«Basta vivere di prestiti, ho cessato l’attività». La Toscana in svendita dopo un anno di pandemia

Grido degli imprenditori, dal mare alle città: «Locali vuoti anche in zone di prestigio». La storia simbolo di una ristoratrice: «Quando ho aperto avevo tanti sogni, ma in Italia cuore e passione non bastano»

«Ho chiuso la mia attività per non dover prendere l’ennesimo prestito». Barbara Sorrentino, 46 anni, ogni volta che ne parla soffre. Davanti alla sua (ormai ex) pizzeria Frenzen, a Certaldo, in provincia di Firenze, neppure ci passa più. «Fa troppo male» dice. La serranda l’ha abbassata da meno di una settimana. La sua storia è l’emblema della Toscana che chiude sotto i colpi della crisi da Covid-19. Simbolo della Toscana e dell’Italia tutta dove è a rischio quasi mezzo milione di attività, tra imprese (305mila) e lavoratori autonomi (circa 200mila) «per il crollo della domanda per i consumi».

L’allarme


La denuncia è della vicepresidente nazionale di Confcommercio, Donatella Prampolini. Viene lanciata al neoministro del Lavoro, Andrea Orlando. Anche il presidente della Regione, Eugenio Giani, si rivolge a Roma. Un appello a cambiare rotta: «Ritengo che gli operatori di bar e ristoranti debbano essere ascoltati di più, nelle loro esigenze, nella gestione della pandemia e delle misure contro la pandemia». Perché Giani vede le aziende che chiudono.

Nessuno misura la crisi

Eppure in Toscana, al momento, nessuno fornisce dati precisi su quante attività, in effetti, siano cessate nel 2020 con l’avanzata del coronavirus. Tutti si battono per il petto per la crisi, nessuno la sa (o vuole?) quantificare. Il fenomeno spaventa, ma non diventa meno grave a misurarlo. Del resto basta guardare le bacheche delle agenzie immobiliari – o le pagine degli annunci immobiliari dei quotidiani – per rendersi conto di quello che sta accadendo. Le vetrine immobiliari sono piene di attività in vendita. In Toscana la città dove si registra una maggiore offerta di locali in vendita è Firenze, quella in cui è minore, invece, è Piombino, anche perché ha sempre avuto un’economia basata più sull’acciaio che sul turismo. Ormai, in quegli annunci, si vede davvero di tutto: da hotel extra lusso dal valore di milioni euro a stabilimenti balneari, passando per ristoranti, bar, negozi di parrucchieri e pure tabaccherie. Si salvi chi può, insomma. Simone Beni, presidente toscano della Fiaip (Federazione italiana agenti immobiliari professionali), spiega che siamo ancora in piena tempesta. E che i numeri più precisi li avremo nei prossimi mesi.

Nessun settore risparmiato

«Possiamo dire con certezza che diverse attività hanno chiuso e hanno rimesso gli immobili sul mercato – sottolinea Beni –. Ci sono molti più fondi commerciali in vendita rispetto al passato. Si è anche registrato un aumento delle disdette dei contratti d’affitto. Il dato sconfortante è che questa disponibilità si nota anche in zone molto centrali e, in genere, molto in voga. La situazione generale è molto complicata. Non abbiamo ancora idea di quanto grande sarà la portata del fenomeno e dove arriveremo. Stiamo rilevando, fin da ora, una tendenza alla chiusura di diversi locali. Di ogni tipo. La nostra speranza è che siano trovate al più presto soluzioni per dare supporto a tutte le imprese. Perché ogni volta che un’attività commerciale chiude si apre una ferita». Quella stessa che, ogni giorno, fa soffrire l’ex ristoratrice Barbara Sorrentino. «Quando abbiamo aperto, sette anni fa – racconta – avevo tanti sogni e, in parte, si sono anche realizzati. Il locale, quando lo acquistai, era chiuso da un paio di anni. Un fondo vuoto. Ho investito, ci ho creduto. E, dopo poco, ha cominciato a riempirsi di di gente. Non mi sono mai risparmiata perché credevo bastasse avere cuore e passione per fare la differenza e farsi apprezzare. Ma la verità è che, in Italia, cuore e passione non bastano».

I coperti dimezzati

Con l’arrivo della pandemia Barbara Sorrentino ha provato a resistere. Ha moltiplicato gli sforzi, preso finanziamenti per continuare a investire nella sua attività «nonostante i coperti nel frattempo, da una quarantina, si fossero dimezzati e l’asporto non andasse a gonfie vele» ammette. «Ora mi tocca svendere la mia pizzeria per coprire i debiti e le spese sostenute. Ci ho pensato tanto prima di prendere la decisione di chiudere una volta per tutte. Pensavo fosse un mio fallimento personale non avercela fatta. Invece no, non è così. È il fallimento dello Stato – conclude – che non è stato capace di tutelarci, di sostenerci come avrebbe dovuto. Che ci ha lasciati da soli a combattere una battaglia più grande di noi. Resta solo tanta tristezza, ora. E una magra consolazione: averci provato davvero, fino alla fine. Di fronte alla possibilità di dover prendere un nuovo finanziamento ho detto basta. Basta continuare a farmi del male». —



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