Piombino e l’amianto: la cronaca di 15 anni di omissioni

Impianti abbandonati in fabbrica

In tanti sapevano, nessuno è intervenuto. Il bivio: senza le bonifiche, niente futuro 

Piombino è di fronte a un bivio. Una scelta che tiene insieme il fronte ambientale e la ripresa, come in un gigantesco domino.

Perché è ormai chiaro che non ci può essere ripartenza della fabbrica senza la bonifica dall’amianto dai vecchi impianti. Adesso sta lavorando solo il Tpp (treno profilati pesanti, dove si fanno le rotaie), ma se lo stabilimento dovesse tornare a pieno regime le varie strutture andranno messe in sicurezza prima di mandarci gli operai.


“Dettaglio” su cui, da una quindicina d’anni (e forse anche da prima, vedi articolo sotto, ndr), hanno sorvolato un po’ tutti: la proprietà, il sindacato, la politica, anche gli organi di controllo, intervenuti solo nel 2018 dopo un’ispezione in fabbrica che, però, non ha portato conseguenze.

La discarica

L’altra tessera del mosaico è la discarica, a cui, nei giorni scorsi è stata sospesa l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), in attesa della fine dei lavori imposti dalle prescrizioni.

Rimateria, la società che la gestisce e la cui attività sta andando avanti, ha chiesto il concordato in continuità per poter continuare a lavorare: oggi è in programma l’assemblea dei soci (con probabile ricapitalizzazione) e il 5 marzo il nuovo piano sarà presentato. Ma una decisione non sarà immediata.

Ma anche in questo caso una cosa è certa: le bonifiche del Sin (sito di interesse nazionale), che si tratti dei cumuli di scorie o dell’amianto, non sono possibili senza l’utilizzo della discarica. Già i costi sono enormi, già i finanziamenti sono ancora da trovare e il Comune spera nel “recovery”, ma il trasporto del materiale lontano da Piombino renderebbe l’operazione insostenibile sul piano finanziario.

Senza contare le conseguenze che avrebbe l’abbandono del sito. Il Nurv (nucleo per il rilascio della valutazione di impatto ambientale, composto da 36 soggetti tecnici, ndr) nel novembre 2019 dette infatti parere positivo all’ampliamento valutando anche l’“opzione zero”, cioè la chiusura dell’impianto e scrisse: «La mancata attivazione del progetto potrebbe comportare l’abbandono dell’attuale attività di coltivazione della discarica e quindi il venire meno della continuità gestionale con relativo ritardo nelle attività di copertura delle discariche in essere. Da ciò potrebbero derivare problematiche tipo ambientale, con particolare riferimento alle emissioni di maleodoranze e di produzione di percolato. L’attivazione del progetto di per sé dà quindi maggiori garanzie in termini di ripristini e modalità di coltivazione. Sotto il profilo ambientale, nel senso di tutela dell’ambiente, l’opzione zero non è quindi preferibile, sia rispetto al tema della necessità di provvedere alle operazioni di bonifica, che rispetto alle problematiche di emissione degli odori».

L’amianto e i dati sanitari

La vera emergenza è però l’amianto, viste le enormi quantità che si trovano a ridosso della città, anche in forma non compatta anche se, al momento, i dati epidemiologici non denunciano una situazione drammatica. Lo studio Sentieri (Studio epidemiologico nazionale territori e insediamenti esposti a rischio di inquinamento, ndr) del 2019 (che analizza i dati 2006-2013) traccia un quadro sostanzialmente in linea con i dati regionali per quasi tutti gli indicatori, anche se non mancano dei campanelli d’allarme: c’è un eccesso di ricoverati uomini per il tumore alla pleura e il numero di decessi per pneumoconiosi (affezione ai polmoni dovuta a respirazione di polveri per cause lavorative, ndr) è cinque volte superiore alla media regionale, sia pur su un numero di casi limitato (29).

Un altro campanello d’allarme sono le malformazioni congenite, 109 casi nel periodo 2002-15, con dati superiori alla media per quelle del cuore, dei genitali e degli arti.

Lo studio targato Lucchini sulla presenza di amianto in fabbrica, di cui abbiamo scritto più volte, è del 2004.

La fabbrica ha chiuso nel 2014, per poi riaprire a singhiozzo in più occasioni e sotto diverse proprietà (prima Aferpi con Rebrab, più di recente con Jindal), anche se gli impianti sono stati usati solo in parte.

Certo è che per almeno dieci anni, finché gli impianti lavoravano a pieno regime, quasi tutti sapevano (la società, la politica, almeno a livello locale, il sindacato) e nessuno, neppure gli organi di controllo, è intervenuto. E anche dopo che l’Arpat (Agenzia regionale per la protezione ambientale) si è mossa, l’ispezione in azienda è del 2018, e che ha messo nero su bianco i rischi per la salute all’interno dell’azienda, stimando in ottomila tonnellate l’amianto all’interno della sola cokeria, l’unica preoccupazione è stata avere un piano industriale credibile, dimenticando che nell’accordo di programma ci sarebbero anche le bonifiche.

Per questo Piombino è a un bivio. O si prende coscienza che la fabbrica va messa in sicurezza, o la ripartenza diventa veramente difficile. Peraltro l’ammissione dell’esposizione all’amianto consentirebbe di mandare in pensione (con la legge del 1992) circa 400, forse 500 persone. È stato lo stesso commissario Piero Nardi a ipotizzare questa strategia. E altrettante potrebbero essere impiegate proprio per le operazioni di bonifica. Facendo finalmente tornare quei conti sul reimpiego dei lavoratori che non tornano da sempre. —

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