Lo Schindler di Altopascio che salvò gli ebrei

Il centro storico di Altopascio dove erano costretti gli internati in una fotografia del 1938

C’è un nome che manca dall’elenco degli oltre 27mila presenti nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme. È quello che, nell’elenco dei 734 (più uno) Giusti italiani dovrebbe stare tra monsignor Luigi Rosadini e Giuseppe Mansueto Rossi. Qui infatti dovrebbe stare, rispettando l’ordine alfabetico, Francesco Rosellini detto Checco, altopascese, che negli anni bui dell’occupazione nazista salvò da un destino altrimenti segnato una famiglia di ebrei. Una sorta di Schindler.

La sua storia, completamente dimenticata, è emersa quasi a margine di una ricerca storica portata avanti dal presidente del consiglio comunale di Altopascio (con delega alla memoria storica) Sergio Sensi. Una ricerca ancora in corso per ricostruire gli anni tra le due guerre mondiali. Anni terribili, anni di dittatura, culminati poi nella guerra e nell’occupazione, fino alla Liberazione avvenuta nel settembre del 1944, praticamente un anno esatto dopo l’armistizio. All’interno di quelle vicende, che poi costituiscono la “grande” storia data dall’insieme delle “piccole” storie di ciascuno di noi è emersa una vicenda che non fu solo di Altopascio, ma che però qui, come altrove, è stata dimenticata, cancellata dalla memoria delle persone prima ancora che dai testi storici. È la storia delle zone di “internamento libero”, dove la parola libero meriterebbe delle ulteriori virgolette: con lo scoppio della guerra tutti i potenziali nemici del regime dovevano essere ulteriormente tenuti d’occhio. Per i casi ritenuti più pericolosi c’erano i campi di prigionia, per gli altri furono scelte delle città da utilizzare appunto come zone di internamento libero. Qui potevano finire avversari politici, cittadini stranieri e anche ebrei che, dal 1938, con le leggi razziali, venivano considerati nemici dell’Italia.

Una di queste città fu Altopascio. O, meglio, una parte di Altopascio: quella compresa tra il cavalcavia autostradale e via del Valico. Solo in questo spazio gli internati destinati ad Altopascio potevano “muoversi”, ma con molte limitazioni su cosa potevano fare e quando, e su cosa potessero possedere.

Ecco, questa è la prima “storia dimenticata” emersa dalla ricerca, in gran parte dagli stessi archivi comunali di Altopascio, tra ordinanze prefettizie, disposizioni ministeriali e così via. Una storia che toccava nove persone: due italiani oppositori del regime, cinque ebrei croati (quattro dei quali, tre fratelli e una sorella, appartenenti allo stesso nucleo familiare), un ebreo rumeno e un cittadino rodense, inizialmente “classificato” come ebreo e poi invece riconosciuto come ariano. Della vita quotidiana di queste persone molto è stato ricostruito, molto altro lavoro resta da fare sul seguito della storia. Un seguito potenzialmente tragico dopo l’8 settembre del 1943 e la nascita della Repubblica sociale. A quel punto per i cittadini ebrei internati il destino era segnato: dovevano essere inizialmente racchiusi nei campi di concentramento locali (uno per provincia, a Lucca era a Bagni), in attesa di essere trasferiti nei lager in Germania e in Polonia. Insomma, in attesa di essere portati alla morte.

Ed è qui che emerge l’altra e ancora più dimenticata storia, in gran parte inedita. Di molti dei nove internati di Altopascio non si conosce il destino: «Uno dei due italiani – si legge sulle momentanee conclusioni della ricerca – dopo l’8 settembre venne trasferito nel campo di concentramento di Isernia, mentre una famiglia riuscì a sfuggire alla deportazione grazie all’aiuto di un signore altopascese».

Ecco quel signore altopascese era appunto Francesco Rosellini detto Checco. Di lui si sa ben poco, si sa che faceva il sensale di cereali e che, fondamentalmente, era disinteressato alla politica. Non era considerato un nemico del regime, ma, quando fu il momento, fece la scelta giusta. Nel gruppo degli ebrei croati si formò una nuova famiglia, tra la ragaza e il quinto componente del gruppo. I due ebbero anche un bambino. Loro si salvarono e, il come, emerge da una lettera che scrissero il 20 agosto 1945, a guerra finita, da Lugano. In Svizzera infatti erano finiti «grazie a una degna persona di Altopascio», che si mise a loro completa disposizione: fu lui a nasconderli per quattro mesi a Vetriano di Pescaglia, fornendo loro i soldi di cui avevano bisogno, custodendo quelli che erano i loro effetti personali e procurando loro documenti falsi, grazie ai quali, il 9 giugno del 1944, poterono trovare la salvezza in Svizzera. Lo fece rischiando letteralmente la vita. Perché era la cosa giusta da fare. —

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