Ictus e Covid lo salva l’affetto della famiglia

Riccardo Pieri con la moglie Michela al ristorante dopo il recupero dalla malattia

Immaginate di essere costretti in un letto d'ospedale, da giorni. Impegnati a combattere la battaglia più difficile di tutte. Contro non uno, ma ben due nemici invisibili. Ma, non per questo, meno temibili: l'ictus, da una parte, e il Covid, dall'altra.

E immaginate poi di sentire, all'improvviso, la voce delle persone più care. E di vederle anche, attraverso lo schermo di un telefono cellulare. Poi di trovarsele di fronte, addirittura, dal vivo. Ecco, ora potete capire la gioia che ha provato Riccardo Pieri, 51 anni, di Montecatini.

Quando tutto sembrava perduto, lui la forza più grande l'ha trovata nella famiglia. La sua: nella moglie Michela Fedi e nei suoi quattro figli, due gemelli di sette anni e due ragazze, una di 20 e l'altra di 24 anni. Senza di loro, Riccardo non ce l'avrebbe fatta a trovare la spinta giusta. Quella motivazione che gli mancava per dare il calcio finale alla malattia. E tornare a vivere.

Tutto è cominciato prima di Natale, quando Riccardo è stato ricoverato nel reparto neurochirurgico di Careggi, prima di essere trasferito all'ospedale San Jacopo di Pistoia, nell'area Covid19 diretta dal dottor Gabriele Nenci. La diagnosi, infatti, parlava chiaro: ictus e positività al Covid-19. Poi, però, tutto è precipitato. Nonostante - va detto - Riccardo avesse recuperato le capacità motorie, ancora c'era un grosso limite: il 51enne non si alimentava più in maniera autonoma e, inoltre, era portatore di un sondino naso gastrico. Come se non bastasse, l'uomo non riusciva più a comunicare ed era anche molto depresso. Da qui la decisione dell'ospedale: restituirgli la forza, quella che gli mancava per sconfiggere la malattia.

«Serviva un recupero clinico veloce, vista anche la giovane età del paziente, e abbiamo pensato che solo la famiglia potesse aiutarlo», sottolinea Silvia Pierinelli, coordinatrice infermieristica dell'area Covid-19 del San Jacopo. Che, dopo essersi consultata con i suoi colleghi, ha compreso che la chiave di volta poteva essere una soltanto: gli affetti più cari. Peccato che, in quel momento, la moglie di Riccardo fosse in quarantena, in attesa del risultato del tampone. E la soluzione, allora, è stata quella di affidarsi alla tecnologia.

«Non solo la malattia - spiega, emozionata, Michela Fedi - ma anche l'impossibilità di vedere i propri cari, di ascoltare il suono della loro voce. Questo, forse, è quello che fa più male. Riccardo era precipitato in un momento buio. E il personale medico l'ha compreso. Ha capito che l'unico modo per risollevargli il morale era proprio il contatto con la sua famiglia. E così è stato».

«Abbiamo prima di tutto attivato un'assistenza infermieristica personalizzata con l'intervento della logopedista, la dottoressa Barbara Scardigli, dei fisioterapisti coordinati dal dottor Simone Bonacchi e della nostra psicologia clinica ospedaliera di cui è responsabile la dottoressa Cristiana Barni - continua Pierinelli-. Oltre a questo, abbiamo iniziato a usare il cellulare attraverso il quale il paziente ha potuto comunicare con la moglie e i suoi figli: vederli e ascoltarli». Quando poi il tampone di Michela ha dato esito negativo, il reparto si è subito attivato per organizzare l'incontro - questa volta dal vivo, uno di fronte all'altra - tra i due coniugi. «Quello è stato il momento più emozionante di tutti - ricorda Michela - La gioia più grande, poi, è stata leggere negli occhi di mio marito la voglia di tornare a vivere. Ma, più in generale, di tornare a lottare. Per tornare da noi, la sua famiglia».

«Non è stato semplice e ancora ci vorrà tempo - prosegue la moglie - Ma la terapia, intanto, ha dato i suoi frutti. Da una parte il sollievo di non sentirsi più solo e, di conseguenza, le cure unite al supporto della sua famiglia nell'intraprendere e seguire il percorso riabilitativo, hanno prodotto il risultato più importante di tutti: la guarigione. Riccardo, infatti, ha iniziato ad alimentarsi da solo e, dopo un breve periodo di riabilitazione in un'altra struttura ospedaliera, è tornato a casa. Finalmente». L'uomo ha trascorso una ventina di giorni al San Jacopo di Pistoia. Dove - sottolinea Michela - è stato assistito con grande umanità da tutto il personale del reparto. Michela sa che ci vorrà tempo per uscire, una volta per tutte, dal tunnel. Ma la famiglia Pieri non ha fretta. «Abbiamo festeggiato andando a pranzo, tutta la famiglia, al ristorante - conclude - E abbiamo brindato a questa seconda vita. Una rinascita, per tutti noi». —

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