Perché siamo passati da Ciampi a Ciampolillo

Tutto molto triste. La foto della sempre crescente distanza della politica rispetto ai cittadini

Che a un certo punto il bar Sport avesse preso pieno possesso dell’aula di Palazzo Madama, e non solo di quella, si è capito martedì scorso quando Adriano Galliani – senatore di Forza Italia con passioni per calcio e plusvalenze – ha mimato il gesto che viene eseguito dagli arbitri quando vanno a rivedere un’azione sospetta al Var.

C’era da capire se fossero validi gli ultimi voti espressi al termine del burrascoso dibattito per la fiducia al secondo governo Conte. Era il trionfo della politica del fuorigioco, del tuffo sospetto in area, dell’arbitro da insultare e del fallo di reazione. Era la politica che rompeva l’ultimo muro, anzi il penultimo prima del rutto libero.

Spettacolo indecoroso, quello di un Parlamento che nel giro di pochi anni è passato dal pendere dalle labbra di Carlo Azeglio Ciampi a restare appeso al voto di Lello Ciampolillo. Uno degli ultimi due a presentarsi alla chiamata dell’espressione del voto, uno di quelli del filmato dell’ingresso in aula rivisto alla moviola.

Tutto molto triste, però è la foto della sempre crescente distanza della politica rispetto ai cittadini. Ma va detto chiaro e tondo: no, non possiamo prendercela solo con quelli che trasformano il Palazzo in un suk. Perché gli attori di questa commedia triste sono lì grazie al voto degli elettori. In gran parte obnubilati dall’enorme sciocchezza dell’“uno vale uno”, dalle indennità restituite, da ricconi (o aspiranti tali) che si offrono di ricoprire gratis i ruoli di sindaco, ministro o presidente del Consiglio.

E, perché no, dalla logica dell’appartenenza e dall’enorme castroneria delle preferenze bloccate che trasformano i capipartito in capibastone. Va detto. Ci sono ministri, viceministri e sottosegretari che ai tempi dei tempi, alle feste di partito (di tutti i partiti), al massimo sarebbero stati messi a preparare le bruschette. Prendete Alfonso Bonafede, inconsistente ministro della Giustizia, uno che a Firenze riprendeva le sedute del consiglio comunale con la telecamerina per vantarsi di offrire ai cittadini le dirette streaming. Senza sapere che il Comune quelle dirette già le offriva da dieci anni sul proprio sito. Insomma, il festival dell’ignoranza con il vanto del non studio.

Eppure Bonafede, come tanti del suo pessimo livello, è lì da due governi, tronfio e inadeguato. E nei prossimi giorni sarà al centro di una commedia dell’assurdo per un’altra puntata di una crisi di governo che di fatto è una brutta recita.

L’epicentro è a Firenze, o meglio a Rignano sull’Arno, luogo dell’anima di Matteo Renzi, senatore del due virgola qualcosa che sta tenendo in scacco il Paese per malcelate manie di grandezza. Lui e un manipolo di epigoni di Lorenzo il Magnifico che pretendono di andare sulla Luna senza saper pilotare l’Apollo 11. E, soprattutto, incuranti del fatto che lo stallo politico e un’eventuale crisi provocherebbero danni inenarrabili al Paese sul piano economico e anche migliaia e migliaia di morti in più a causa della prevedibile caduta di attenzione nella gestione delle vaccinazioni e del distanziamento sociale. Con le elezioni in arrivo sarebbe una gara a chi la spara più grossa e a chi concede di più. Come purtroppo si è visto la scorsa estate con le Regionali alle porte.

Per chi lo avesse dimenticato, l’emergenza Coronavirus è ancora lì, i contagi calano poco, i vaccini arrivano con il contagocce. Le misure di contenimento sul piano economico sono inconsistenti. Partite Iva, lavoratori a cottimo come i fattorini, i corrieri o i porta-cene a domicilio, ricevono elemosine e vivono con il terrore di essere cacciati. Molti dipendenti vedono traballare il posto in aziende che rischiano di non avere futuro. Di fatto sono schiavi le cui catene sono rappresentate da un portafogli vuoto che impedisce fughe o alzate d’ingegno.

E questi, nelle stanze che contano, cosa fanno? Il solito balletto alla ricerca di posti di potere e sottopotere, per costruire una rete di lobby e di alleanze funzionali a mantenerlo. Nulla che sia utile alla crescita del Paese e men che meno alla gestione di un’emergenza pesante, mai vista prima.

Un governo a fine corsa, con poteri solo da ordinaria amministrazione in attesa del voto, potrebbe essere devastante. Quasi quanto una prosecuzione dell’agonia grazie a quelli che vengono chiamati Responsabili e altro non sono che parlamentari di schieramenti avversi comprati a suon di prebende che vanno da leggine e finanziamenti ad hoc a poltrone neanche di prima fila. Oggi si chiamano Lillo Ciampolillo, in altre epoche Domenico Scilipoti, Antonio Razzi o Sergio De Gregorio. A chi vince piacciono, a chi perde vien da chiamarli “venduti”.

È la politica del bar Sport, che a un certo punto trova anche il Var e i tifosi sugli spalti che gridano “arbitro cornuto”. Siamo arrivati a questo, sullo sfondo di un’eterna sagra delle bugie, che per fortuna risparmia la parte ancora sana della politica. Da ieri su questo giornale abbiamo cominciato a ricordarle con una pagina che si chiama “Carissimo Pinocchio...”, il nome giusto per cominciare finalmente a dire “ok, sali pure sul balcone, racconta cosa vuoi ma non pretendere che ci crediamo”.

Le infrastrutture negate alla Toscana costiera sono la punta di un iceberg sempre più grande, fatto di schiaffi al cittadino. Questo territorio è certo vittima di veti incrociati, di interessi nascosti (talvolta male, spesso molto bene) di lobby trasversali. Di contro istituzioni e gestori neanche provano a rendere almeno decente un’opera nata male e cresciuta peggio come la Fi-Pi-Li che cade a pezzi.

La Toscana paga anche l’ondata di antipatia che il resto del Paese (politico) ha coltivato negli anni del potere renzista, ormai giunto al delirio, al “muoia Sansone con tutti i filistei”. E dunque c’è anche una sorta di “vendetta” nella mancata nomina – una fra le poche – del commissario dell’“autostradina” Tirrenica. Uno schiaffo che suona come l’ennesima beffa.

Purtroppo, di fronte a tutto ciò, là fuori c’è assuefazione. Ci sono rappresentanti delle istituzioni o esponenti di partito che ancora vanno in giro a fare comizi, più virtuali che reali, sulle piattaforme social. Tuonano, puntano il dito, fanno capire che la colpa è sempre degli altri, accettano solo domande compiacenti (non tutti), preferiscono il “balconismo”. Sapendo che in tanti finiranno per credere anche all’ultima promessa farlocca.

E finché sarà così, la commedia triste andrà avanti. Certo, le colpe principali sono di questa Congrega dei mestieranti della promessa. Ma un ruolo fondamentale lo giocano anche le Tribù degli Adoranti che – sotto quei balconi e con il naso all’insù – continuano a credere alle favole degli asini che volano. Solo perché l’ha detto o scritto il Capo.

Non è solo sciocca devozione, non è solo diventare pretoriani di una ronda del peggior potere. Questa è un’altra forma di terrapiattismo, la peggiore. Quella che mina alla base il nostro futuro. Avevamo Carlo Azeglio Ciampi e tanti altri uomini di qualità, adesso abbiamo fin troppi Lelli Ciampolilli. E il brutto è che a tanti piacciono, perché illudono che se loro sono lì, in fondo c’è speranza per tutti. Non è difficile da capire: il problema parte proprio da qui.