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Sul ring del Goldoni fra i delegati sette giorni di fuoco

Il dibattito politico è incandescente, gli scontri verbali sono dietro ogni frase Vacirca attacca Bombacci («rivoluzionario da temperino») e lui tira fuori la pistola  

Ve l’immaginate una scenografia tutta rossa? Non ce lo dicono le foto, tutte in bianco e nero. Non ce lo racconta il film girato da Umberto Paradisi, mai accaduto prima per la massima assise di un partito. Invece no: c’è «un bandierone rosso al terrazzino» del teatro ma «grandi festoni di verde adornano i palchi e l’ingresso». Merito dei lavoratori del Comune «sotto l’abile direzione del sopraintendente municipale ai lavori sig. Pietrino Paoletti». Il giornale livornese racconta la febbre della vigilia con «i pittori Sommati e Michelozzi che lavorano febbrilmente a riprodurre su grandi pannelli la effige di grandi uomini del Partito defunti». Tanto per capire l’aria che tira, «il presidio è stato rafforzato con 1.500 uomini di truppa» e «l’altra sera sono arrivate un migliaio di guardie regie ed un buon nucleo di agenti investigativi scelti» più i carabinieri («altri mille ne arriveranno in giornata»).

All’hotel Giappone hanno preso una stanza sia Turati che Matteotti come pure Treves e Serrati, i grandi inviati della stampa borghese invece mettono in nota spese gli agi del Grand Hotel Palazzo davanti ai Regi Bagni Pancaldi. Talmente strapiene anche gli affittacamere che il cronista riferisce che qualche congressista è finito «nelle ampie camerate del ricovero di mendicità, ora non rimane altro che metterli al Municipio, fra gli scaffali e i banchi».


I baffoni padani di Costantino Lazzari ribadiscono che «la violenza come una storica ma triste necessità ma la neghiamo come sistema». Aggiungendo poi: «La rivoluzione non potrà nascere in un gabinetto di chimica come un preparato qualsiasi», non è un problema «di formule» bensì di «una azione lenta, tenace, continua».

Si può dire che questa sia l’unica cosa sulla quale al congresso è d’accordo anche il comunista Umberto Terracini: «Non si creano i partiti a tavolino ma quando c’è una situazione sociale che lo impone, quando una classe sociale si forma». Ma quando si accende la scintilla, c’è il problema di cosa fare di questa forza che rischia di essere impacchettata e messa in frigo: prima della Grande Guerra, il Psi «ha creato l’organizzazione ma non la possibilità dell’azione». Dopo la scissione in politica i comunisti punteranno a spaccare il sindacato? Terracini nega: la nostra tattica «non mira a spezzare le organizzazioni sindacali ma a conquistarle».

Al cronista del Telegrafo non va proprio giù il fatto che i congressisti diano appuntamento alle 9 del mattino e poi i lavori non partano se non dopo le 10. «Stamani sembra che un gran ritardo non ci sarà», borbotta sorpreso: è la mattina del 19 e sono giusto le 9. «A quest’ora in cui gli altri giorni il teatro è ancora deserto, oggi si nota già una viva animazione». Dipende dal fatto che non si sa se Turati interverrà e questo dà «la misura esatta dell’ascendente che l’uomo “dagl’innumerevoli tradimenti” esercita ancora sulla grande massa del partito». Il leader riformista va giù duro: «Noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura. Noi creiamo la controrivoluzione, e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi dell’ombrello Turati».

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Misiano si occupa di tradurre le parole dell’emissario dell’Internazionale Comunista: e se il plenipotenziario è bollato come «Sua Santità Kabaceff» che vuol scomunicare riformisti e massimalisti «con la bolla pontificia» . Anche Misiano finisce travolto: e alle sue traduzioni delle parole altrui, le proteste raddoppiano («preservativo! eunuco! guardia regia!»).

I resoconti sulla stampa locale sono una puntigliosa elencazione degli scontri verbali continui: non basta l’aplomb di Giovanni Bacci (che diventerà segretario a fine congresso) «nella sua rigida figura di lord inglese». E nemmeno il piglio emiliano di Argentina Altobelli, l’avvocata sindacalista dei contadini: «Dal banco della presidenza fanno inutili raccomandazioni e tormentano quel povero campanello che suona a morto sull’unità del partito». L’ex contadino sindaco Carlo Azimonti in mezzo a una babele: «Se continuate con le interruzioni, restiamo a Livorno un mese».

Il clou è quando il “migliorista” Vincenzo Vacirca sfotte il comunista Bombacci sguainando un appuntalapis per dargli del «rivoluzionario da temperino», l’altro per tutta risposta «non so con quanta opportunità metteva fuori una rivoltella». Prova a metterci una pezza la barba ottimista di Menè Modigliani: «Ma io non dispero ancora», dice al giornalista dopo il primo round che pure già è stato una rissa.

Da un lato, c’è il socialismo fatto di una rete di cooperative e realtà municipali che puntano a costruire un’altra idea di economia ma nella pratica quotidiana. Dall’altro, c’è chi vuol rappresentare le spinte più dure della lotta di classe di fabbrica. Dev’essere per questo che la quasi totalità di sindaci e dirigenti coop resterà con i socialisti; dev’essere per questo che tutta intera la federazione dei giovani socialisti passerà con i comunisti.

Nel frattempo, qualche «ammiratore dei principi e della barba di Bombacci» ha lasciato una lettera che suona come un avvertimento ai reporter dei quotidiani: «Giornalisti, fate il vostro dovere, altrimenti ci pensa Bombacci deputato del temperino» (e della pistola). —

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