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Il capo della squadra anti-sette: i guru si fanno carnefici sfruttando lutti o crisi coniugali, così si crea un rapporto di sudditanza

Il dottor Massimo Cotroneo, commissario capo tecnico psicologo della squadra anti-setta della polizia di Stato

Cotroneo, psicologo e capo della squadra anti-sette della Polizia di Stato: «Migliaia di vittime ogni anno, e non si esce dal tunnel senza chiedere aiuto. Usano lo stesso meccansimo dei giochi virtuali»

FIRENZE. «La comunicazione è la chiave di ogni setta». Suggestiva al punto giusto, rassicurante. Ammaliante, anche. Che sa toccare le corde più sensibili, gli interessi più nascosti. È questo l’inizio del baratro. Ma la vittima ancora non lo sa. Non può immaginare che quello che ha di fronte, nascosto dietro a un sorriso, sia, in realtà, il carnefice. Il dottor Massimo Cotroneo, commissario capo tecnico psicologo della squadra anti-setta della polizia di Stato, il fenomeno delle sette lo indaga da tempo. Il suo compito, insieme ai colleghi, è quello di profilare gli aspetti comportamentali e le strategie psicologiche che l’autore usa per commettere i reati. Che – spiega – fanno riferimento, più o meno, a uno stesso modo di agire per far cadere in trappola le vittime. Migliaia ogni anno, in Italia. Ma i numeri variano in continuazione e tenere il passo è difficile, con un dato sommerso, poi, che potrebbe addirittura eguagliare quello noto. «Molti si vergognano o sono ancora troppo succubi di chi li sta plagiando». Così come avrebbe fatto Matteo Giovanelli, 42 anni, ex assicuratore ora agli arresti domiciliari per truffa e circonvenzione di incapace, indicato come guru della setta “I tabernacoli viventi” di Massa. Secondo la procura avrebbe truffato cinque donne, per una cifra complessiva di due milioni di euro. Non solo: da loro avrebbe ricevuto pure favori sessuali, con la promessa, in cambio, di purificazione e partecipazione a un progetto divino. Poi, il marito di una delle vittime si rivolge alla questura di Massa, insospettito dall’eccessivo fervore religioso della moglie. Così tutto è cominciato: era il marzo dello scorso anno.

Dottor Cotroneo, come vengono ridotte le vittime alla cieca obbedienza?


«Gli autori agiscono attraverso un costante e progressivo lavoro che implica passaggi graduali per conquistare la fiducia della vittima, fino al suo completo assoggettamento. A quel punto, avviene il passaggio al “livello successivo”, proprio come nei giochi virtuali».

Ma come riescono ad adescare le vittime?

«Gli autori usano quella che, in psicologia sociale, viene definita “tecnica del piede nella porta”. In sostanza, si avvicinano alla vittima, intercettano i suoi interessi che, molto spesso, sono desumibili dal quotidiano, senza bisogno di troppi sforzi. Grazie all’empatia dell’autore da una parte e alla vulnerabilità della vittima dall’altra, si instaura un rapporto di sudditanza che muove i primi passi proprio dagli interessi della vittima: la religione o l’alimentazione, tanto per fare qualche esempio».

In che senso parla di vulnerabilità?

«È più facile penetrare nella psicologia di una persona fragile. Ad esempio, se un soggetto ha subìto la perdita dei genitori, ha una relazione coniugale in crisi e sta per perdere il lavoro si trova, inevitabilmente, in una situazione di vulnerabilità. Gli autori cercano i punti deboli e le criticità. E li strumentalizzano per raggiungere i loro scopi».

Dunque conquistano la fiducia e aspettano il momento in cui le difese, dall’altra parte, si abbassano.

«Sì, è questa la strategia. Le vittime allora vedono l’altro come il salvatore. Ed è lì che si crea la dipendenza, il rapporto di sudditanza. E sono disposte a fare di tutto pur di accontentarlo».

Che ruolo ricopre la ritualità?

«Fondamentale: la ritualità è un mezzo funzionale perché crea sistematicità tra le parti, sia in gruppo che in coppia. Genera legame e condivisione. Come a dire: “Se tu per me fai questo, io poi ti salverò”. Serve a definire i ruoli, in qualunque situazione venga calata»

Si può uscire da soli dal tunnel?

«È molto difficile, purtroppo. Spesso le vittime si svegliano dall’incubo perché viene loro sbattuta in faccia la realtà. E, anche a quel punto, fanno fatica. Poi, piano piano, si chiedono come abbiano fatto, si sentono destabilizzate. È un percorso molto lungo e per uscirne fuori ci vuole tanto tempo. E doloroso, anche».

Spesso l’opinione pubblica, anche in modo superficiale, si chiede come sia possibile “cadere in trappola”: a quanto pare nessuno, però, può dirsi immune.

«Sì, è vero, può sembrare facile giudicare, da fuori. Ma non dimentichiamo mai che stiamo parlando di vittime, spesso toccate da una profonda vulnerabilità legata a circostanze della vita che stanno attraversando. Devono essere aiutate, non colpevolizzate. Sono loro le prime a portarsi dentro un’atroce sofferenza».

Come si possono aiutare?

«Osservando, ascoltando, parlando con loro, soprattutto se notiamo particolari strani o, comunque, diversi dal solito. E denunciando, ovviamente, rivolgendosi alle forze dell’ordine. È fondamentale che le vittime non si sentano sole. O, peggio, abbandonate, alla mercé di chi le sta manipolando». —

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