Peppone e don Camillo: quel mondo piccolo che era grandissimo

Il parroco e il sindaco comunista di Brescello metafora della Guerra Fredda. Una potentissima arma di propaganda politica che funziona anche oggi

Guareschi lo aveva chiamato "Mondo piccolo", ma in realtà non era piccolo per niente. Anzi, era lo specchio del mondo intero, solo che lo si voleva guardare dalla prospettiva dell’uomo semplice, della persona a cui le cose vanno spiegate. L’epopea di Don Camillo e del suo amico sindaco Peppone è stata la versione pop della guerra fredda, la suddivisione del mondo fra schieramenti bellici. Al posto delle bombe atomiche, Guareschi mette i pugni e le bastonate: ma in "legno leggero", di pioppo, come fa dire a Don Camillo. Bastonate che fanno meno male. Ecco, Don Camillo e Peppone sono stati il lato tranquillizzante dell’equilibrio atomico, l’antidoto alla guerra totale che non avrebbe lasciato scampo.

La loro contraerea era una risata, qualche volta una lacrima, quasi sempre una stretta di mano.Il successo della saga dei film girati dal 1951 è da ricercarsi in una miscela di ingredienti tutti azzeccati, a cominciare dal luogo delle riprese. Guareschi era un parmigiano ma Don Camillo e Peppone si identificano con Brescello - uno dei paesi sul Po nella provincia di Reggio Emilia -, un comune che da allora ha scelto di legare in maniera definitiva il proprio esistere ai due personaggi. Sono loro stessi, in forma di statua, a dare il benvenuto ai visitatori: Peppone davanti al proprio municipio, Don Camillo, ovviamente, davanti alla chiesa. Quella stessa chiesa che grazie al film ha cambiato anche il proprio apparire; per ragioni cinematografiche, alla facciata era stato aggiunto un protiro, sostantivo tratto dal vocabolario della storia dell’arte che indica quella specie di piccolo portico che sovrasta il portale. Ebbene, quel protiro non è mai stato rimosso, da allora è ancora lì, regalo del produttore Angelo Rizzoli.

Decisiva la scelta degli attori, Fernandel e Gino Cervi. Non è più nemmeno possibile immaginare i personaggi di Guareschi se non nelle loro fattezze. Entrambi, ma soprattutto Cervi, finirono per diventare parte di quella folla di brescellesi che dava vita al popolo delle comparse. Non era raro che Gino Cervi, dopo la pausa delle riprese, dovesse essere richiamato sul set da uno dei bar della piazza, dove lo si scopriva attorno al biliardo. Usciti Cervi e Fernandel dalla scena della vita, i tentativi di trasferire ad altri i panni di parroco e sindaco si rivelano fiaschi colossali.Sbaglia chi crede che Don Camillo e Peppone siano messi sullo stesso piano. Nella sfida fra i bianchi e i rossi - fra i democristiani al governo nel Paese e i comunisti che predominavano nell’Emilia - Guareschi assegna un punto in più ai primi. Sindaco e parroco lottano, si maledicono, si picchiano, e poi restano amici; ma alla fine è Peppone che scortato dai suoi porta il cero in chiesa per la miracolosa guarigione del figlio, ed è lo stesso Peppone ad andare dal vescovo di Reggio Emilia a implorare il ritorno di don Camillo in quella Brescello da cui lui lo aveva allontanato. Come dire: gira, gira, caro il mio comunista Peppone, che tanto prima a poi ci arrivi anche tu a capire che è quell’altro che ha ragione.

Tutto questo i comunisti reggiani degli anni Cinquanta lo avevano capito perfettamente, tanto che il teatro Municipale ospitò un infuocato dibattito, nel quale si doveva decidere se appoggiare o meno le riprese dei film. Com’è andata a finire, ce l’ha detto la storia. Il rischio che il personaggio di Don Camillo diventasse un potente strumento di propaganda politica era evidente, anche se la genialità di Guareschi sta nell’aver reso quel prete amabile anche ai rossi; nemmeno loro potevano resistere alla sua potente carica di umanità. Lo scrittore lo ammetteva, con la consueta ironia: «La mia colpa è quella di aver reso simpatici i comunisti». Don Camillo combatteva i comunisti, non li odiava. E quando gli scappava una parola di troppo, Guareschi poneva qualcuno sopra di lui a riportarlo sul binario della sincerità e della generosità padana: Gesù Cristo in persona, nelle sembianze del Crocifisso di legno che il parroco dalle mani enormi portava in giro a proteggere Brescello dall’alluvione.

A Cristo erano stati dati cinque diversi volti, con varie posizioni, per favorire le riprese; il Crocifisso è ancora in chiesa, oggetto di devozione popolare, ma di volti ne è rimasto uno solo. Non si sa che fine abbiano fatto gli altri quattro. Certo, dopo gli anni terribili della guerra e quelli altrettanto tremendi dei regolamenti di conti fra vincitori e vinti, vedere due rivali in politica che se la giocano a pugni e a sfide in bicicletta era come tirare un grosso sospiro di sollievo. Il mito di Peppone e Don Camillo ha resistito al tempo, sopravvivendo anche alla fine delle circostanze che ne costituivano la ragion d’essere. I comunisti hanno smesso di esistere come istituzione, il mondo cattolico non è più un fronte compatto; non c’è una Unione Sovietica a combattere gli Stati Uniti.Eppure quel prete e quel sindaco rosso continuano a raccogliere milioni di persone davanti alla televisione, riproposti infinite volte con gli strumenti che la tecnologia via via ci metteva a disposizione.

Un tempo, quando la Rai programmava uno di quei film, nelle famiglie era festa; da un bel pezzo ormai in casa ognuno può guardare un dvd con Don Camillo quando vuole, o cercare uno dei suoi titoli su qualche piattaforma.La potenza mediatica dei film, la loro capacità propagandistica, non si è allentata di una virgola. Non a caso, fino a tempi non lontani, la sera prima di ogni elezione politica sui canali televisivi commerciali veniva programmato, "casualmente", un film con Peppone e Don Camillo. Perché nel segreto dell’urna - era bene ribadirlo con le parole di Fernandel - "Dio ti vede e Stalin no". --© RIPRODUZIONE RISERVATA