Livorno la Rossa: dai garibaldini alla falce & martello

Il congresso dal quale nacque il Pci avrebbe dovuto tenersi altrove ma non è affatto un caso se il comunismo è nato nella città senza ghetto

Era nell’aria che a quel congresso del ’21 il Partito socialista si sarebbe spaccato in due. Ma magari sarebbe passata alla storia come la “scissione di Firenze”, la città inizialmente prevista come sede congressuale, oppure in alternativa di “Viareggio”, come emerge da un rapporto del comando dei carabinieri di Lucca al prefetto. Insomma, non avremmo visto perpetuata per un secolo “Livorno”, da un lato, con l’orgoglio “rosso” come la fortezza del verbo primigenio e, dall’altro, come il luogo metafisico dell’incapacità delle sinistre di fare fronte comune: la proverbiale voglia di separarsi in nome della tentazione di essere duri e puri ma sempre e comunque rivendicando come obiettivo l’unità della classe operaia, dei lavoratori, di chi non è nato con la camicia e il gilet.

Un luogo, una città che diventano identità politica: un po’ come Bad Godesberg (alla rovescia) per la socialdemocrazia tedesca. Chi se lo ricorda del castello duecentesco, del parco, dei localini multietnici o del monumento a Beethoven? Quando diventi un simbolo lì resti inchiodato.


Che la rivoluzione non sarebbe stata un pranzo di gala e neppure l’avrebbero fatta «indossando i guanti di seta» (cit. Stalin) lo avevano tutti ben chiaro quel 21 gennaio di cent’anni fa. E se possibile a Livorno ancora di più: forse l’esercito non li aveva presi a cannonate come avevano fatto a Milano quasi un quarto di secolo prima le truppe agli ordini di quell’omino tanto ammodino che era il generale Bava Beccaris, e tuttavia era bastato che i socialisti si azzardassero a fare una brutta cosa come vincere le elezioni locali (e conquistare Palazzo Civico con il sindaco Uberto Mondolfi) perché si scatenasse l’iradiddio. Al ritorno da una iniziativa a Roma nel segno di patria e onore, un bel gruppo di fascisti o comunque di anti-rossi – in gran parte militari, compresi molti aspiranti ufficiali di una Marina che in realtà sarebbe stata filo-Savoia più che fascista – si prese la briga di mettere a ferro e fuoco quella Livorno ora guidata dai socialisti. Per cosa? Uno: sfogare il rancore dopo la vittoria dei “rossi”? Due: “avvertire” la giunta Mondolfi perché non alzasse troppo la testa? Tre: dare un assaggio di quel che sarebbe stato l’assalto al Comune di Livorno nell’agosto ’22?

Fatto sta che non era inizialmente previsto che il congresso-chiave della storia delle sinistre italiane si tenesse a Livorno. Dunque, un caso?

Non proprio. Se si sceglie Livorno non è per un problema logistico ma perché, di fronte all’ondata di violenze anti-socialiste, si pensa a Livorno come a una realtà in cui ci su sarebbe sentiti un po’ più al sicuro. Perché le istituzioni elettive locali erano in mano ai socialisti, perché c’era una forte classe operaia sindacalizzata che avrebbe fatto da deterrente e da servizio d’ordine. Ma anche perché Livorno aveva alle spalle la sua storia. A cominciare dal fatto che era stata una città a forte tradizione democratica risorgimentale: Garibaldi era di casa dagli Sgarallino, a Ardenza verrà a abitare in vecchiaia per seguire il figlio Manlio accademista. Di più: Livorno era la seconda in Italia per numero di “camicie rosse” e vi avevano insediato un grande stabilimento gli Orlando contando proprio sul curriculum garibaldino.

Non è tutto: in precedenza, Livorno era stata l’unica città toscana ad avventurarsi nell’idea di tener testa all’esercito allora più potente del mondo, quello austroungarico. Semplicemente ribellandosi perché era giusto farlo. Magari anche in modo sconclusionato: se altrove i patrioti muoiono gridando frasi-mito che resteranno sui libri di storia, lo scamiciato capo-popolo labronico Enrico Bartelloni va a sbertucciare i soldati austriaci e al momento di esser fucilato urlerà un insulto che suona come una pernacchia.

E ancora: nel 1857, in tandem con la spedizione di Carlo Pisacane a Sapri (con i soldi del banchiere livornese Adriano Lemmi), è proprio Livorno una delle pochissime città in cui i repubblicani filo-Mazzini lanciano l’insurrezione sperando di portarsi dietro i soldati della guarnigione di stanza in città. Non andrà così.

Guardando ancor più all’indietro c’è la tradizione illuminista che ha fatto di Livorno l’unico luogo dove si riescono a stampare libri che rappresentano una svolta di civiltà come “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria o l’“Encyclopedie” di Diderot e d’Alembert.

Guardando un po’ più avanti: è a Livorno che germoglia in modo del tutto particolare un tessuto di solidarismo non solo cattolico ma anche laico con la Pubblica Assistenza, è a Livorno che le organizzazioni dei lavoratori si strutturano e nasce il sindacato dei metalmeccanici (Fiom). Ma c’è dell’altro: è anche la pignatta in cui cuoce un cacciucco di spinte innovative nella vita sociale: basti dire che sul finire del Settecento è una della città che tengono a battesimo la radicale trasformazione delle zone costiere che inventerà il turismo (via i lazzaretti anti-contagio, ecco la nascita della passeggiata a mare prima ancora che sulla Costa Azzurra). È proprio là dove nascerà la Terrazza Mascagni che Livorno sarà il primo spazio fuori da Parigi ad accogliere i fratelli Lumiere che presentano quelle strana diavoleria che è il cinematografo.

Ecco, è dentro questa scenografia che troviamo nel gennaio 1921 lo strappo congressuale dal quale nascerà il Partito comunista: a livello nazionale sarà la formazione della falce e martello più grande di tutto l’Occidente; su scala locale diventerà nel dopoguerra il partito-guida che governerà la città per settant’anni filati fino allo choc della conquista del Palazzo da parte dei Cinque Stelle di Filippo Nogarin.

Il pilastro più importante era l’identikit sociale della città: con un esercito di operai raggruppati soprattutto all’interno di grandi realtà industriali. Già sul finire dell’Ottocento Livorno aveva smesso i panni di porto-emporio commerciale per iniziare la trasformazione in città di ciminiere.

È uno smottamento sociale che avviene nel giro di poco tempo ed è senza precedenti: si dimezza il peso degli addetti al commercio e ai trasporti (scendono a poco più del 15% dal 28% e passa che erano), si ingrossa di anno in anno la forza lavoro operaia. L’annuario statistico del 1916 conta un esercito di 10. 601 operai, tantissimi in una città di provincia. Arriverà il censimento del ’36 a “fotografare” una Livorno che si era lasciata alle spalle il fascino della Belle Epoque sul lungomare: quasi la metà (46%) della popolazione attiva è irreggimentata all’ombra delle ciminiere degli stabilimenti industriali.

Il partito della falce e martello è nato a Livorno un po’per caso. Ma solo un po’: a meno di 200 passi c’erano le celle dell’ex convento dei Domenicani tramutate in galera per rinchiudere una folla di combattenti antifascisti. Compreso Sandro Pertini, il presidente-partigiano. —

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