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Falsi lavori, riciclaggio e soldi a nero: così la camorra si compra la Toscana

Scoperto il sistema di finte fatturazioni e ditte fantasma che procurava il contante al clan dei Casalesi. I soldi investiti in immobili a Lucca e Pistoia: ecco chi sono i 5 toscani indagati

Finti sub-appalti, false fatturazioni, società fantasma create con un duplice scopo: riempire le casse della camorra, in particolare del potente clan dei Casalesi (originario di Casal di Principe, in provincia di Caserta) e consentire il riciclaggio del denaro. Edilizia e appalti, lavori commissionati e non eseguiti, denaro a nero: eccolo il sistema articolato diretto da una holding occulta e composto da 23 tra srl e società cooperative con sede in varie parti d’Italia, ideato dalla malavita organizzata per infiltrarsi nel tessuto delle imprese toscane e non solo, per riciclare denaro e frodare il fisco. Gli ordini partivano dalla Campania, ma i soldi e il patrimonio immobiliare sono in Toscana, come le figure di spicco. A cominciare da Stefano Ostento, imprenditore pugliese, pistoiese di adozione, patron del Blue volley Quarrata, società di pallavolo portata fino in serie B.

Ostento, accusato di associazione a delinquere, con la sua società sarebbe al centro del raggiro attraverso il quale parte del denaro finiva in Campania, mentre parte veniva reinvestita in Toscana per acquisire case e immobili, in particolare nelle province di Pistoia e Lucca. Un meccanismo rodato, scoperto dalla direzione distrettuale antimafia di Firenze, che ha ottenuto 34 misure cautelari, tra cui quattro arresti in carcere, sei ai domiciliari, nove obblighi di dimora e 15 misure di interdizione personale con divieto di svolgere l’attività d’impresa. Tutte indagate le 23 società risultate organiche al gruppo criminale. Sottoposti a sequestro preventivo dalla guardia di finanza beni per 8,3 milioni. I reati contestati sono di associazione a delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, intestazione fittizia di beni ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, con l’aggravante di aver favorito l’associazione camorristica del clan dei Casalesi. Il sistema ideato operava su tre livelli: c’erano le ditte operative a tutti gli effetti, che si aggiudicavano gli appalti; le società intermediarie e le società cartiere. Queste ultime fingevano di eseguire lavori in subappalto: in realtà, avevano il solo compito di emettere fatture false alle società intermediarie, che le pagavano per prestazioni mai rese.


I conti correnti delle società cartiere, intestate a prestanome, venivano poi svuotati grazie a un’organizzata squadra di “bancomattisti prelevatori”, persone vicine alla soglia della povertà e alcune beneficiarie di reddito di cittadinanza, remunerate con commissioni pari al 2-3% delle somme prelevate: circa 50-100 euro a prelievo. I soldi cash tornavano poi ai vertici dell’organizzazione, personaggi contigui al clan. Così si evadevano le tasse e si aveva la liquidità per pagare gli operai al nero e in parte per comprare immobili. Così da quando uno sconosciutoLuigi Diana, viene intercettato. Luigi, però, è cugino di primo grado dei fratelli Raffaele e Giuseppe Diana definiti personaggi di spicco del clan Casalesi dalla procura di Napoli. Infatti è Raffaele Diana che propone a Luigi una persona di sua fiducia per la farmacia che sta costruendo a Pistoia.

La persona di fiducia è il “nipote di Antonio”. Antonio è l’Esposito di Lucca; il nipote in questione è Stefano Cicala : entrambi sono indagati per associazione a delinquere con Ostento, uno dei personaggi fondamentali per il cosiddetto “quarto livello” dell’organizzazione: quello della ripulitura dei soldi attraverso acquisti immobiliari. Titolare, della Ostento Costruzioni srl, per la guardia di finanza sarebbe un prestanome al servizio dei capi del sodalizio criminale. La sua srl avrebbe riciclato denaro acquistando quattro appartamenti in via dei Mammini a Lucca, valore oltre 600.000 euro, e un immobile a Quarrata. Investimenti immobiliari del gruppo criminale sarebbero accertati anche nelle province di Modena, Caserta, Isernia e Roma. Il sodalizio era in grado di infiltrarsi in appalti anche pubblici: quello per ristrutturare il Museo degli Innocenti di Firenze e quello per realizzare un polo didattico universitario a Pisa, in via Trieste. Il procuratore capo della Dda Giuseppe Creazzo, precisa che le stazioni appaltanti sono «completamente estranee ai fatti». Invece le ditte vicine ai Casalesi negli anni sono riuscite a entrare in numerosi appalti in Toscana, per realizzare ville, appartamenti, supermercati a Scandicci, Montelupo Fiorentino, San Miniato. In passato, si legge nelle carte dell’inchiesta, alcune hanno anche lavorato in cantieri in appalti (di Alta Velocità) per conto delle Ferrovie. Ditte che frodavano il fisco, che in alcuni casi sono anche riuscite a ottenere gli aiuti previsti dal Decreto Rilancio. E soprattutto che lavoravano per arricchire i Casalesi, in particolare la fazione di Michele Zagaria.

Uno dei capi del gruppo criminale, Antonio Esposito, detto “O suricillo”, originario del Casertano, residente a Lucca per anni: ora è in carcere coi fratelli Diana, Giuseppe Diana, detto ’”Peppe o biondo” che il tribunale di Napoli in un’ordinanza di custodia cautelare del 2016 inserisce fra “gli organizzatori del clan (Casalesi) con il compito di ricevere e trasmettere del latitante Michele Zagaria”; Raffaele Diana, residente in Emilia ma originario di Caserta; e Guglielmo Di Mauro, detto “O putecaro”, 48enne di Napoli. Sono ai domiciliari, Stefano Cicala, 33enne nato a Prato e residente a Lucca; Francesco Diana, 36enne residente nel Napoletano; Amedeo Laudante, 40enne; Enrico Laudante, 40 anni; Raffaele Napoletano detto “O zuoppo”,44 anni. 



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