Berlinguer 54 anni dopo riparte da Livorno: è qui l’eurocomunismo

Il leader più amato sceglie la città della scissione per lanciare con Carrillo il nuovo orizzonte strategico del Pci: due anni prima dell’enunciazione ufficiale 

Tornare a Livorno: Enrico Berlinguer l’aveva già fatto nel ’50 da leader dei giovani comunisti (e al tempo stesso da testimone delle nozze di Bruno Bernini, l’ex comandante partigiano che proprio Berlinguer aveva spedito a guidare la federazione mondiale dei giovani comunisti), l’aveva fatto nel ’71 descrivendo un’Italia sottoposta a uno stress test fra spinte progressiste e tentativi stragisti-golpisti. Ogni volta è un tornare a fare i conti con quel che Livorno è: non solo la roccaforte del suo partito (nei suoi 12 anni da leader il Pci sarà quasi sempre al di sopra del 50% a Livorno) ma anche il luogo simbolico della spaccatura a sinistra.

Quel venerdì di metà luglio del ’75 torna a Livorno proprio per fare i conti con la lacerazione che, giudicando maturi i tempi per una rivoluzione guardando a Mosca, poco più di mezzo secolo prima aveva strappato i rapporti a sinistra. Ma se nel ’21 l’assise labronica aveva guardato al proprio ombelico senza accorgersi della marea montante del fascismo, adesso Berlinguer vuol evitare quell’errore: non si mette a misurare il passo avanti e quello indietro nel dialogo con i socialisti, cambia proprio il paradigma e spalanca lo sguardo all’Europa. Lo fa per aprire una pagina nuova: tu chiamalo, se vuoi, “eurocomunismo”.


Quel discorso di Livorno – in piazza della Repubblica, 19mila metri quadri, una delle 25 più grandi d’Italia – è in anticipo di quasi un anno su quel che dirà alla conferenza di Berlino dei partiti comunisti europei (nel giugno ’76) o poco meno di due rispetto al “conclave” di Madrid che segna il battesimo ufficiale dell’eurocomunismo insieme a francesi e spagnoli (primavera ’77). “Euroqualcosa” perché: 1) guarda come strategico l’orizzonte della democrazia occidentale del Vecchio Continente, non più accettandoli semplicemente come tattica; 2) al suo fianco ha Santiago Carrillo, numero uno dei comunisti in una Spagna che sta vedendo morire il dittatore fascista Francisco Franco.

L’ha sottolineato Claudio Frontera, ex presidente Pds della Provincia di Livorno, che in un intervento dalla tribuna del Pcus, Berlinguer aveva sottolineato «la scelta di Livorno per quell’appuntamento di particolare valore europeo ed internazionale»: là dove il comunismo italiano mandò i primi vagiti, ecco che diventava «il luogo ideale per proclamare, davanti al proprio popolo e apertamente, in modo argomentato e forte, l’irreversibile scelta dell’autonomia della sinistra italiana dalla tutela sovietica, maturata gradualmente dal 1956 in poi, e la scelta di navigare nel mare aperto di un mondo che cambiava e si apriva al ruolo di nuovi soggetti mondiali, quali la stessa Europa (non ancora Unione Europea)».

Una pluralità di soggetti sui quali Berlinguer si guarda bene di mettere il cappello o di annettersi. Al contrario, se è vero che nemmeno il leader sardo dribbla la tentazione di vedere il capitalismo morente o comunque di fronte a contraddizioni che lo ammazzeranno, eccolo mettere l’accento sul ventaglio di forza plurali che «il movimento operaio e popolare» ha al fianco («non è fatto solo di comunisti ma anche di altre correnti o organizzazioni di orientamento socialista, socialdemocratico, laburista, cristiano, cattolico»): è con quest’arcobaleno di soggettività che è «indispensabile ricercare il confronto e la convergenza tra le sue diverse espressioni politiche e ideali». Bisogna farlo attraverso «vie finora inesplorate» e «con tutta l’audacia che occorre». Lo ripete in quella Livorno che non ha mai avuto un ghetto e che, fin dal primo editto granducale, ha nel dna il pluralismo delle etnie e delle religioni.

Berlinguer non è più inchiodato solo al “compromesso storico”, teorizzato su “Rinascita” poco dopo il golpe in Cile a distanza di un anno e mezzo dall’arrivo al timone di Botteghe Oscure. È una strategia che prenderà respiro proprio dalla “svolta di Livorno”.

Ma questa è l’immagine pubblica. In realtà, di quei giorni è rimasta fra i vecchi militanti comunisti il marchio di una epopea lontana mille miglia dal deserto politico di oggi. E non solo per Berlinguer: il leader Pci non arrivò per una toccata mordi-e-fuggi, anzi la sua famiglia rimase in una villetta di Tirrenia che un imprenditore livornese, ex partigiano, aveva messo a disposizione gratis del “signore dei conti” della federazione, amico d’infanzia.

Lì c’era anche il leader comunista spagnolo Santiago Carrillo, che rimarrà in quella casa per quasi due mesi: con la propria guardia del corpo e la scorta del servizio d’ordine della federazione livornese.

«Lo seppi – racconta Maurizio Paolini, ex esponente della direzione regionale Pd – quando a 15 anni presi di punta mio padre Eddo e gli chiesi a brutto muso: mamma è sparita, cos’è successo fra voi? Prima mi fece giurare che non l’avrei detto nemmeno alla mia ombra sennò mi avrebbe tagliato a fette, poi mi spiego che c’era Carrillo e mi ci portò. C’erano misure di sicurezza rigidissime, sapevano che erano in giro emissari dei servizi segreti franchisti che avevano l’incarico di farlo fuori. Un paio di settimane più tardi, andai a fare un giro in Spagna con amici: da una piazza di Siviglia presi una manciata di foglie e gliele portai. Si commosse quasi alle lacrime. Fu per me un cazzotto nello stomaco: era uno che non avrebbe versato una lacrima nemmeno se l’avessero massacrato. Di fronte ai golpisti di Tejero che entrarono in Parlamento sparando, fu uno dei due che rimasero con coraggio in piedi al loro posto. E io lo avevo fatto piangere...».

Erano anche i giorni della strage dell’Italicus: Carrillo – racconta Gigi Vanni nel libro “La parola a Enrico” – voleva partecipare a ogni costo alla manifestazione in piazza a Livorno ma c’era ovviamente un problema di sicurezza. Da Botteghe Oscure dissero sì alla richiesta di Carrillo, andò in piazza ma in modo “riservato”. Ma c’era un “ma”: quella sera avrebbe telefonato re Juan Carlos per sondare il terreno in vista del dopo Franco. Vanni non conosceva lo spagnolo, gli scrissero qualche frase da dire al re. Tutto filò liscio e l’indomani Juan Carlos richiamò. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA