Anche gli americani dovettero accettare di lasciare il comando ai rossi

Livorno e le tradizioni antifasciste  durante e dopo la Liberazione 

L’hanno capito subito che non sarebbe stata una passeggiata, appena i partigiani sono scesi dalle colline a sud della città per liberare Livorno: la “zona nera” grande più di mezza città, più di cento bombardamenti che l’avevano piegata (e quel che era rimasto in piedi sarà sterminato dal piccone demolitore). Quanto non avevano distrutto i bombardamenti alleati, l’avevano fatto le mine dei nazisti in ritirata che avevano puntato a saturare con navi affondate ogni accosto del porto per renderlo quanto più inservibile alla logistica alleata. E allora?

Era capitato qualcosa di fuori dall’ordinario: il comando americano aveva accettato che i comunisti fossero alla guida della città che sarebbe diventato il cuore della loro logistica nel Sud Europa. Avrebbe dovuto diventare sindaco il partigiano Giorgio Stoppa ma rinunciò per timori di ritorsioni sui familiari bloccati in zona occupata dai tedeschi, il timone passò nelle mani di Furio Diaz (che diventerà un brillante studioso dell’Illuminismo) a nemmeno trent’anni.


Non sarebbe stata una passeggiata anche perché, a dispetto della fama di Stalingrado d’Italia, in realtà tanto Diaz che Stoppa sentirono forte lo scossone alla coscienza per i fatti d’Ungheria nel ’56. Non solo: a Livorno la giunta del Cln (Comitato di liberazione nazionale) riesce a reggere fino alla metà degli anni cinquanta, quando altrove la tramontana della “guerra fredda” soffia già da un pezzo e ha gelato la collaborazione del patto resistenziale. Mica che fosse rose e fiori, gli scontri politici fra le differenti sponde degli ex partigiani erano all’ordine del giorno ma c’è da ricordare che nel dopoguerra Livorno è una delle pochissime città che porta in squadra fra gli amministratori anche un anarchico come Silvano Ceccherini affidandogli una delega tosta come i servizi sociali.

Del resto, stiamo parlando di una terra che un po’ fuori dagli schemi lo è sempre stata. Basti pensare che all’avvocato livornese Giovanni Gelati, sfollato in Garfagnana e inviso al regime perché antifascista, erano stati i fascisti a chiedergli di fare il podestà di un paesino per evitare massacri. —

M.Z.

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