Toscana, solita Cenerentola: briciole dal Recovery fund. Soldi solo per due opere

Niente risorse per la costa, ferrovie e grandi strade. Giani dovrà rinegoziare con i ministeri per non restare a secco: i retroscena

In Transatlantico a Montecitorio raccontano che nei ministeri, fra i grand commis della burocrazia di Stato, si respiri un’antipatia crescente per i toscani. E che al caterpillar della rottamazione sia seguita la “reazione”, una controriforma allo stile guappo e al lanciafiamme del Leopoldismo con cui Matteo Renzi aveva fatto tabula rasa delle vecchie liturgie. Ecco, da quando il leader di Italia Viva è un tantino ammaccato, nelle stanze del potere si propugna una loro orgogliosa e feroce riaffermazione, un revanscismo romano contrapposto alla burbanza fiorentina. «Anche questo dunque è un lascito del renzismo», dice Stefano Mugnai, deputato di Forza Italia. E sì, se la Toscana è rimasta a secco nel Recovery plan lo si deve anche a questa crisi di rigetto che nei posti di comando si oppone a chiunque affermi la propria esistenza in vita con la “C” aspirata.

Eppure deve esserci qualcosa di più se per ora la nostra regione è rimasta tagliata fuori dal Piano nazionale di ripresa e resilienza approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio. «Non solo sembra redatto da uno studente svogliato, ripetente e per nulla brillante – continua Mugnai – ma sconta anche la debolezza politica della Toscana. Provate a fare il confronto con Lazio o Veneto». E in effetti è una battaglia impari. Nel più grande programma di rilancio che il Paese abbia mai pianificato dal Dopoguerra a oggi, e che alla fine impegnerà 311 miliardi, sono pochissimi i riferimenti alle città della regione, due o al massimo tre i progetti indicati fra quelli che riceveranno fondi.

Soprattutto nei capitoli dedicati ad infrastrutture e ambiente, quelli con interventi indicati perfino nelle mappe, il piatto toscano piange. E ancora una volta a rimetterci sembra essere la Costa, dato che gli unici finanziamenti dati per certi sono previsti per la tramvia di Firenze e un piccolo investimento per il porto di Carrara. Nulla per l’autostrada Tirrenica, nulla per la Grosseto-Fano, nulla per la riconversione della siderurgia a Piombino sebbene sia prevista invece la «decarbonizzazione dell’Ilva Taranto». Nulla per la tramvia di Pisa. Chi ha visto la bozza del 29 dicembre racconta addirittura di una beffa: in quella versione c’era il biogassificatore di Stagno, a Livorno. Dall’ultima versione è sparito.



Nel capitolo dedicato alle “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” c’è anche un riferimento alla «velocizzazione della linea tirrenica e adriatica da nord a sud», che dovrebbe avvenire «secondo il principio più elettronica e meno cemento» (sic!). Ecco, non solo è un principio non chiarissimo, ma di quel potenziamento poi non c’è più traccia nelle 167 pagine del documento. Neppure alla pagina 103, quando il piano si sofferma sul dettaglio delle «opere ferroviarie per la mobilità e la connessione veloce del Paese». Così, «i principali investimenti per l’alta velocità – si legge – riguardano la realizzazione di alcune tratte fondamentali: Napoli-Bari, Brescia-Verona-Vicenza-Padova e Salerno-Reggio Calabria».

Sarebbe previsto pure «l’incremento e la velocizzazione di sei ulteriori tratte», ma nessuna è toscana. Per il nord ovest c’è il Terzo Valico dei Giovi per collegare la Liguria alle Alpi e a Milano ci sarà un quadruplicamento di linee ferroviarie Gallarate-Rho e Milano Rogoredo-Pavia. Per il nord-est c’è il completamento del tunnel del Brennero, l’alta velocità sulla Brescia-Verona-Vicenza-Padova; e se al centro Lazio, Abruzzo e Marche avranno treni veloci fra Roma e Pescara e fra Orte e Falconara, nelle schede non si parla più della tirrenica, ma di «velocizzazione del collegamento del versante adriatico con quello tirrenico». In pratica di unire le coste. Perfino dal rafforzamento delle ferrovie regionali siamo esclusi. Sono moltissimi gli investimenti al Sud, ma anche al centro e al nord. Sulla Toscana niente. Così si legge di fondi per la Torino Cerese-Canavesana, la Udine-Cividale, la Bari-Bitritto, la Rosarno-San Ferdinando, la ferrovia Centrale Umbra, per le Nord in Lombardia, la Roma Lido, la Roma Viterbo, Circumvesuviana, la Circumtenea, Catanzaro-Cosenza, Ferrovie Appulo-Lucane, Ferrovie del Gargano e altre. Mai che sia citato un tratto nostrano. I porti d’Italia sono citati tutti. E oltre a un intervento per migliorare l’accessibilità al porto di Marina di Carrara, ci sarebbero adeguamenti per «l’ultimo miglio ferroviario o stradale», ma non per Piombino che l’attende da anni.

Diviso in sei «missioni» (dalla salute alla digitalizzazione e cultura, dall’istruzione e ricerca a lavoro e famiglia), il Piano nazionale di ripresa e resilienza si basa su diversi canali di finanziamento: uno è quello del Next genaration Eu (il Recovery fund), da cui arriveranno 223 miliardi, ma l’Italia si avvarrà anche dei soldi previsti dal bilancio dello Stato e dei fondi che la Commissione europea stanzierà per il settennio 2023-2027. Per molte missioni, a eccezione di un doveroso occhio di riguardo per il Mezzogiorno, i soldi verranno redistribuiti a seconda di quote prestabilite o comunque investiti per riforme nazionali.

Ma per infrastrutture ed economia circolare molto è già definito. Certo, quello approvato dal Consiglio dei ministri non è un testo definitivo. Regioni, Comuni e Città metropolitane potranno farsi avanti con i propri progetti, ma per ora di Toscana pare essercene ben poca. «Molte poste di investimento sono state eliminate ma non significa che non ci siano i soldi – spiega Andrea Romano, deputato livornese del Pd – Certo, saranno oggetto di trattativa fra Regione e i ministeri». Insomma, Eugenio Giani dovrà farsi sentire a Roma. «Dovrà andare a pregare in turco – sintetizza uno dei suoi più stretti consiglieri – purtroppo paghiamo l’assenza di ministri toscani». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA