Ginocchio rotto a calci. L’ospedale: «Incidente»

Ex ciclista pesta la moglie in pubblico. Nel referto: “scontro scooter-furgone”

«Questo ginocchio non te lo aggiusterai mai perché ti devi ricordare di chi comanda». Cristina (nome di fantasia, per tutelare identità e incolumità della donna) zoppica ancora, a distanza di dieci anni. Il ginocchio glielo ha spaccato a calci il suo ex marito, l’ex ciclista professionista Luca De Angeli, versiliese, oggi in carcere a Verona per tentato omicidio. L’aggressione avviene una mattina d’estate. Davanti a una concessionaria d’auto. Tanto pubblico, nessuno a difenderla. In ospedale Cristina ci arriva in ambulanza. Però, il referto ufficiale – quello agli atti dell’inchiesta e del processo all’atleta per maltrattamenti in famiglia e stalking – dice altro. Parla di un «incidente stradale», 10 giorni di referto. Un codice “verde”, sinonimo di un intervento di scarsa gravità. Riporta anche “accesso “da domicilio, senza richiesta medica”. Peccato che la storia sia un’altra.

UN'AGGRESSIONE, DUE STORIE

Ci sono due versioni di questa storia di violenza. Questa volta, però, non c’è il solito copione: “dice lui/dice lei”. C’è la versione del pronto soccorso dell’ospedale toscano e la versione della Procura e del tribunale. Non coincidono. E ancora nessuno si è chiesto davvero perché. Se il motivo sia solo perché la vittima, come sempre, al pronto soccorso è “sorvegliata” da chi l’ha pestata. La conferma è su tutti i referti agli atti dell’inchiesta per maltrattamenti: il numero di telefono appuntato è sempre quello del marito, mai quello della moglie picchiata. Così accade anche per l’aggressione davanti alla concessionaria. Eppure ci sono elementi in comune nelle due versioni della storia, quella sanitaria e quella giudiziaria. I protagonisti: Cristina, da anni picchiata dal marito. Lo stabilisce pure la sentenza del tribunale di Massa che condanna De Angeli a tre anni e quattro mesi per maltrattamenti. Maltrattamenti continuati a partire dal 1998. Infine c’è l’episodio, l’ennesimo: la gente assiste, ma sparisce quando deve testimoniare.

IL TRANELLO PER L'AMANTE

È l’8 luglio 2010. Un po’ indietro, con il tempo. Non per Cristina che da allora, nel linguaggio del marito diventa “la zoppa”. Cristina da anni è maltrattata. E tradita. Per scoprire l’amante, l’ennesima, del marito si inventa «uno stratagemma» secondo quanto scrive la giudice Marta Baldasseroni nella sentenza di condanna di De Angeli per maltrattamenti a luglio 2020. Cristina confida alla presunta amante del marito che il suo ex fidanzato «ha un tatuaggio con il suo nome (cosa non vera)». Cristina spiega: «Lo faccio per vedere se lei riferisce a Luca questa nostra conversazione». La mattina dell’8 luglio De Angeli telefona alla moglie. La invita a farsi bella: “Ti porto a fare colazione, rientro prima”. In quei giorni è fuori zona. La passa a prendere. Alle 9 sono davanti a una concessionaria. Ad aspettarli c’è la presunta amante.

IL GINOCCHIO FRATTURATO

Cristina viene fatta scendere dall’auto. Lui comincia a pestarla. «Nel piazzale della concessionaria, appreso che si trattava di una bugia della moglie per scoprire della sua relazione – scrive la giudice Baldassaroni – De Angeli aggredisce brutalmente Cristina, rompendole una gamba». E nella sentenza riporta le parole della vittima: “Incominciò a picchiarmi con un pugno, scappai dentro, ma mi raggiunse e mi massacrò di calci e pugni finché delle persone lo fermarono e mi chiusero in uno sgabuzzino in attesa dell’ambulanza”. Ricostruzione analoga è quello dalla pm Alessandra Conforti nella requisitoria del 17 luglio 2020, al processo per maltrattamenti a De Angeli: «...E con l’escamotage Cristina riesce a sapere (delle relazioni extraconiugali), dicendo una falsità a una donna che riteneva potesse essere l’amante dell’imputato. E poi l’imputato cosa fa? Le rompe un ginocchio. Le rompe un ginocchio davanti a tutti».

IL MISTERO DEL FURGONE

Perciò serve l’ambulanza. Oltre all’ambulanza, arrivano il padre di Cristina e la polizia. De Angeli pretende di salire in ambulanza con la moglie. Lei inizia a urlare. Non ce lo vuole. Viene portata al pronto soccorso, dove la scena si ripete. Il marito vuole entrare nella stanza dove la moglie viene curata. Lei implora di tenerlo lontano. Dice che è lui ad averla ridotta in quello stato. Ma il referto del pronto soccorso racconta un’altra storia. Non parla dell’aggressione. Non parla dell’accesso con ambulanza. Il documento agli atti dell’indagine recita: accesso alle 9, codice verde. Causa infortunio: “Furgone/ciclomotore”. Quale furgone? Quale ciclomotore?

DIMISSIONI SENZA FIRMA

Vengono richieste nell’ordine: radiografie del torace, della colonna cervicale, della colonna dorsale, della colonna lombosacrale, dello scheletro costale destro, del ginocchio destro e un’ecografia dell’addome completo; visita ortopedica. Il pronto soccorso propone «il ricovero per ripetere... anche radiografie ma la paziente preferisce tornare a casa per problemi familiari». Però le dimissioni non sono firmate. Né dal medico né dalla paziente. Che oggi ha una invalidità al 50% conseguenza delle «botte alla schiena e alla gamba. Io non mi sono mai potuta operare al ginocchio. Lui non me lo ha mai permesso. Voleva che quella frattura mi ricordasse che a comandare era lui. Così oggi mi ritrovo con menisco e rotula ancora lesionati. L’ultima visita l’ho fatta alcuni mesi fa. Il medico mi ha detto: signora, non so come abbia fatto per tutti questi anni ad andare avanti». Cristina non avrebbe voluto. «Me lo ha imposto lui, perché quello era il suo segno del comando. E perché il mio ginocchio rotto gli è servito ad altro. A riscuotere i soldi dalle assicurazioni. Le mie botte sono servite anche a quello: a farlo guadagnare sulla mia violenza».