Coronavirus e regole: l'insostenibile mancanza di rispetto

Un ristoratore fuori dal suo locale (foto di Franco Silvi)

Lo stato di emergenza non può minimamente giustificare l’incertezza che fino al primo pomeriggio di ieri avvolgeva il colore delle misure del week-end

La miscela è esplosiva: è composta da tre quinti di “burocratija” e altri due di incapacità e arroganza. Mescolata e non agitata, è l’arma dei Robin Hood al contrario, che derubano il cittadino dell’ultimo diritto fondamentale per dare forza alla Congrega dell’Approssimazione. È il diritto di non essere preso in giro, di non innescare la mina che fa saltare l’ultima frontiera dello stato di sudditanza e provoca sconquassi nella pazienza e nella comprensione di chi si trova a subire.

Lo stato di emergenza non può minimamente giustificare l’incertezza che fino al primo pomeriggio di ieri avvolgeva il colore delle misure del week-end. Questo mentre a Roma le energie erano concentrate su una crisi di governo provocata dalle turbe di un senatore con consensi da prefisso telefonico. Questo mentre qualche burocrate al ministero muoveva le pedine del suo Monopoli con i destini di cittadini, commercianti e imprenditori. No, non è accettabile: si gioca con la necessità dei ristoratori di fare acquisti per stare aperti e di organizzare il personale. Lo stesso vale per tutte le attività per le quali lo scenario è cambiato all’improvviso. E non perché sia subentrato chissà quale sconvolgimento, è stato solo perché ha vinto ancora una volta il Marchese del Grillo. Questo giornale ha sempre sostenuto e ovviamente continuerà a sostenere la necessità di una partecipazione convinta, collettiva e senza indugi alla strategia di contenimento dei rischi di contagio. È un punto irrinunciabile, al pari della pretesa di avere a che fare con timonieri credibili.