«Ho sempre aperto»: ristoratore di Firenze guida la rivolta dei 10mila locali

Il ristoratore Mohamed “Momi” El Hawi in uno dei suoi locali a Firenze

“Momi” El Hawi è tra i promotori di #ioapro1501: «I clienti mi hanno aiutato a pagare le multe prese». Il movimento difeso da una trentina di avvocati coordinati da un legale del Foro di Firenze

FIRENZE. Mohamed “Momi” El Hawi ha 34 anni e 3 locali a Firenze. Da quando è scoppiata la pandemia - dice - non ha mai chiuso. Una forma di protesta «per non far mancare il servizio ai clienti». Per questo domani sarà in prima linea nella protesta contro i decreti anti-Covid. Contro le norme che impongono a bar, ristoranti, pizzerie di chiudere al pubblico dopo le 18.

La forza della disperazione - ribadisce - è più forte di tutto, anche del rischio di incorrere in multe. O del timore di beccarsi una denuncia. Momi in piazza e su Facebook - anche con i tutorial - guida la rivolta degli imprenditori al grido comune #ioapro1501. Un movimento di protesta che su Facebook in 48 ore ha raccolto oltre 10mila adesioni in Italia - dice Momi , toscano di origine egiziana- e oltre un migliaio in Toscana. Nessuno va allo sbaraglio, però: chi apre si copre le spalle con una squadra di una trentina di avvocati coordinati da Lorenzo Nannelli del Foro di Firenze.


I bandoni su, i tavoli di nuovo apparecchiati, la musica in filodiffusione. Come se il virus non fosse mai esistito. Eppure c'è, e i ristoratori lo sanno. Da mesi, d'altra parte, ci stanno facendo i conti. Ma spiegano: tutto avverrà in sicurezza, non sono i ristoranti a contribuire a far circolare il virus. Mohamed “Momi” El Hawi organizza, gestisce la protesta insieme ad altri due colleghi: Umberto Carriera di Pesaro e Antonio Alfieri di Sassuolo. «Siamo circa diecimila in Italia, un migliaio in Toscana, ma stiamo ancora facendo i conti perché i numeri crescono a vista d'occhio» spiega il ristoratore fiorentino. «Non potrebbe essere altrimenti - sottolinea - : il nostro è uno stato di necessità economica, oltre che di salute mentale». Momi racconta che nel suo lavoro ci crede, moltissimo. Da quando suo padre, Tito, arrivò in Italia dall'Egitto. Fece tappa a Roma dove lavorò come lavapiatti. Lì, tra un'insaponata alla ceramica e una lucidatura ai bicchieri, apprese i segreti della cucina. Che gli tornarono molto utili a Firenze quando aprì non uno, bensì tre locali. Tutto andava a gonfie vele, fino a quando non si è abbattuta sulla famiglia El Hawi (un po' come successo a tutti i colleghi) la scure del Covid. «Ho scelto di restare sempre aperto, in questi mesi - spiega Momi - nonostante i decreti ce lo impedissero. Una forma di protesta per non far mancare il servizio ai nostri clienti. Loro, devo dire, non sono stati mai multati. Io, invece, sì. I clienti hanno fatto in modo di pagare loro la sanzione al posto mio, lasciandomi una lauta mancia. Per dire che sono con me, capiscono quello che faccio. Sono ligio alle regole, ho sempre fatto le ricevute. Ma ci hanno tolto tutto e noi, in qualche modo, dobbiamo pur sopravvivere. Per questo protestiamo: perché ci hanno costretti ad abbassare i bandoni, ma poi non ci hanno dato ristori sufficienti. Solo briciole, rispetto alle spese che dobbiamo sostenere. Domani sera saremo aperti. E invitiamo tutti quanti ad aderire. Ristoranti, bar, locali».

E proprio in queste ore, l'avvocato Nannelli sta redigendo un'informativa che, poi, invierà a chi ha dato la propria adesione alla manifestazione. «n sostanza - spiega il legale - chi violi le disposizioni rischia una sanzione da un minimo di 400 euro a un massimo di 3mila euro. E, nel caso in cui la violazione (l’apertura fuori orario) si ripeta, i titolari rischiano la chiusura dell'attività per cinque giorni. In questo caso, coi trenta colleghi, predisporremo un unico ricorso davanti al prefetto oppure dinanzi al giudice di pace. Stiamo valutando se la vicenda possa avere anche risvolti penali. Quello che possiamo dire è che, durante la prima ondata della pandemia, sono stati 115mila titolari di attività denunciati e tutti questi casi sono stati depenalizzati. Noi, comunque, ci faremo trovare pronti. E nell'ipotesi in cui un cliente venga multato, ci accolleremo anche la sua difesa». Il gruppo è compatto e, soprattutto, non è disposto a tornare indietro. «Non è nei ristoranti che si diffonde il Covid: è questo il messaggio che vogliamo far arrivare - conclude Momi - . Noi abbiamo sempre rispettato tutti i protocolli di sicurezza e continueremo a farlo. Anche domani sera. Ma fateci lavorare». 

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