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Strage della Concordia / La sopravvissuta: «Niente è come prima». Il fratello della vittima: «Perdono ma non dimentico»

Foto archivio: Massimo Sestini

13 gennaio 2012 - 2021, l'anniversario del naufragio. La sopravvissuta Ester Percossi: «A lungo non sono riuscita a guardare negli occhi i familiari di chi perse la vita». Il dramma di Kevin Rebello: «Il tempo non scalfisce il dolore»

“Dimenticare non vuol dire cancellare, ma ricordare senza soffrire” scriveva Paulo Coelho. Nove anni dopo quel venerdì 13 gennaio 2012 Kevin Rebello e Ester Percossi hanno ricostruito la propria vita.

Dall'archivio:


Lui dentro alle lamiere che si piegavano verso il mare della Costa Concordia ha perso il fratello Russel, cameriere di sala e ultima vittima ritrovata, nel novembre 2014, quando a Genova iniziarono a smantellare la carcassa dell’ammiraglia bianca e azzurra. Lei, quel giorno, era a bordo, con la madre e la figlia Lucrezia: abituata a gestire situazioni difficili, è ispettore dei vigili urbani, riuscì a restare lucida in mezzo al terrore. Così salirono su una delle scialuppe e riuscirono a salvarsi.

Dall'archivio:


Ma Kevin e Ester, nove anni dopo, non sono più gli stessi e ogni freddo gennaio quel doloroso ricordo con il quale convivono torna a mutarsi in sofferenza, anche se il Giglio è tornato a essere la perla dell’Arcipelago toscano, la Costa ha ripreso a navigare e il comandante Francesco Schettino è a Rebibbia, dove, per il suo “inchino” sconta una condanna a 16 anni, divenuta definitiva il 12 maggio 2017. «Questi sono i giorni più difficili dell’anno – ci dice Kevin Rebello, indiano, 47 anni, da 23 in Italia – e ogni volta che penso di essermi messo alle spalle il dolore per la perdita di Russel, mi rendo conto che il tempo l’ha solo scalfito. Perché non è stato un momento, un giorno, una settimana. Sono stati quasi tre anni in cui ho lottato, ho vissuto al Giglio, sono andato a Roma al ministero e alla Protezione civile. Ho trovato tante persone meravigliose in questa battaglia, ma sono stati lunghi mesi con un solo obiettivo, ritrovare il corpo di Russel, dargli una degna sepoltura, riportarlo vicino alla sua famiglia». Solo tre anni dopo il naufragio, a metà febbraio del 2015, Kevin è riuscito a riportare Russel in India e a celebrare il funerale.

Russel Rebello, vittima della Concordia, con il fratello Kevin


«La sua famiglia adesso vive una vita quasi normale, nel nostro Paese. Ma mio nipote Rhys, che ora ha undici anni e ne aveva solo due quando suo padre è morto, adesso inizia a capire cosa sia accaduto quella notte e perché non sia cresciuto con un babbo accanto, come tutti i suoi amici. Io ci parlo spesso e gli racconto Russel, un ragazzo generoso, sorridente, che ha dato la propria vita per salvarne molte altre, un genitore di cui andare orgoglioso».

DALL'ARCHIVIO: I SOPRAVVISSUTI UN ANNO DOPO

Un anno dopo la Concordia / "Così siamo sopravvissuti al naufragio"



Intanto il comandante Schettino è a Rebibbia, quasi da quattro anni, ne ha di fronte altri 12, colpevole per quell’inchino, per quella manovra azzardata per passare sotto costa, troppo sotto costa. «Io e la mia famiglia lo abbiamo perdonato. Siamo cattolici, per noi il perdono è un valore. Ha commesso un errore, lo sta pagando. Dispiace invece che quella notte sia rimasta solo un anniversario per la maggior parte del mondo e che qualcuno l’abbia vissuta solo come uno spettacolo o un motivo di polemica. Noi possiamo solo provare a non convivere con il dolore, ma certo non potremo dimenticare».

Ester Percossi vive a Pomezia, in quel tratto di Pontina che collega Roma a Latina e al Circeo. Quella settimana di vacanza era nata per caso, sostituendo un’amica che aveva prenotato e che, all’ultimo, non riuscì a partire.

DALL'ARCHIVIO: LA LETTURA DELLA SENTENZA DI SCHETTINO

Concordia, la lettura della sentenza: Schettino condannato in appello a 16 anni



«Vivere da sopravvissuti ti costringe a convivere con una sorta di senso di colpa nei confronti di chi non ce l’ha fatta. Per mesi ho provato disagio a guardare negli occhi i parenti delle vittime. E anche se io, mia madre e mia figlia, siamo riuscite a uscirne vive, credo di non essere più la stessa persona di prima e i ricordi di quella notte sono fortissimi e dolorosi, mi scorrono davanti agli occhi come un film di pessima qualità».

Nel caos a bordo, con la madre e la figlia stretti accanto a lei, gli altri crocieristi le tiravano i capelli e le strappavano i vestiti, spinti da paura e istinto di sopravvivenza, con i corridoi che si inclinavano minuto dopo minuto.

Ester Percossi


«Le immagini più vive sono la mia capacità di restare lucida, di chiamare i carabinieri, di trascinare madre e figlia con me verso le scialuppe. E poi il freddo, il gelo del porto del Giglio, mitigato solo dal grande calore degli abitanti meravigliosi dell’isola, che non smetterò mai di ringraziare, dal sindaco, al parroco, alle famiglie che hanno svuotato i cassetti per darci coperte e maglioni. Quando, dopo ore, ci hanno finalmente portate in traghetto sulla terraferma, mi sono resa conto che avevo ancora addosso il giubbotto di salvataggio, non me lo sono tolta neppure per dormire un po’. Ho fatto fatica a toglierlo e, ancora, posso sentirlo. No, non dimenticherò mai». —

TIMELAPSE DEL PARBUCKLING E DELLA RIPARTENZA DAL GIGLIO

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