Contenuto riservato agli abbonati

Infrastrutture e “vista mare”. Ecco cosa cercano le multinazionali sulla costa

Filippo Giabbani

Filippo Giabbani, direttore di Invest in Toscana, la Regione incontra tutti i rappresentanti delle grandi aziende interessate a investire nella nostra regione. Cosa chiedono, quali sono le esigenze, su cosa c'è da lavorare

Chi arriva in Toscana non se ne va. Chi ha investito, spesso in questi anni ha raddoppiato. Gucci, Balenciaga, Fendi, Eli Lilly, Gsk: gli esempi sono tantissimi. Ma non a tutte le condizioni. Uno: c’è da investire in bellezza e agevolazioni sostanziali. Due: le infrastrutture. La prima richiesta delle multinazionali è un luogo a non più di 15 minuti dal casello autostradale. Solo così la Toscana potrà attrarre nuovi investimenti e potrà recuperare la distanza che c’è tra l’area del centro e quella della costa. Ne è certo Filippo Giabbani, direttore di Invest in Toscana, colui che per la Regione incontra tutti i rappresentanti di chi vuole investire qui.



Giabbani, perché la Toscana piace ai gruppi stranieri?

«Ci sono degli aspetti di contesto, soprattutto per gli investimenti nel settore del turismo. Aspetti che non sono comparabili alle altre regioni, ma ci sono anche imprese di eccellenza che per motivi generazionali o per esigenze di dimensionamento sono molto appetibili per i fondi di investimento e per i grandi gruppi industriali».

Come si può migliorare ancora l’attrattività Toscana?

«Sul fronte regionale si può fare ben poco. Più efficaci nel proporsi, più efficaci nel seguire gli investimenti una volta fatti, studiare delle forme di incentivazione più mirate. È a livello nazionale che ci sono i veri sforzi da fare: semplificazione. Non tanto per gli oneri del fare impresa o del costo del lavoro: non siamo così fuori dalla media degli altri paesi. Parlo delle difficoltà della normativa giuslavoristica, fiscale, dalle tremila scadenze. Chi fa impresa in toscana ha grande resistenza e resilienza».

Cosa piace invece agli investitori?

«La grande capacità delle forza lavoro, le competenze, un saper fare diffuso che è vivo e vivace».

Il sindacato sostiene che c’è un rischio sfruttamento da parte delle multinazionali.

«Uno degli aspetti su cui vorremmo lavorare, al di là di intercettare nuovi investimenti, è quello di trattenere maggior valore aggiunto. Fare una cosa difficile: creare maggiori legami fra le multinazionali e i soggetti che operano in Toscana. Partnership tra aziende e istituti di ricerca».

Come sta accadendo nella filiera della moda?

Sì, ma lì siamo un passo avanti. L’indotto se lo stanno comprando. Il fatto che comunque si vada ad acquisire i primi fornitori potrebbe essere un problema perché si perde il controllo della filiera. L’ideale sarebbe contare su un tessuto a livello locale di una robustezza tale da poter creare un dialogo»

Sono quindi investitori a rischio: fagocitano e poi magari se ne vanno.

«Le multinazionali hanno una visione del mondo globalizzata e il fatto che possano decidere di andarsene lo considero un rischio che fa parte del gioco. Rispetto ad altre destinazioni abbiamo maggiori sicurezze: chi investe lo fa per le competenze e quindi ha più difficoltà ad andare via»

Qual è l’aspetto positivo?

«Le aziende in genere pagano salari più alti, trasmettono innovazione, sono più organizzate e fanno crescere l’indotto».

Gli investimenti sono quasi esclusivamente concentrati nella Toscana centrale.

«Credo che la prima cosa su cui c’è da lavorare sia l’infrastrutturazione. La Toscana centrale è più raggiungibile. Per la Toscana del sud questo è un grave problema».

Oltre alle infrastrutture cosa servirebbe alla costa per diventare più attrattiva?

«Lavorare sulle competenze. Rafforzare le dotazioni di base che poi portano a poter acquisire maggiori conoscenze specifiche»

Di fatto ci dice che non c’è nessuna possibilità concreta.

«Serve poter sfruttare le zone economiche speciali. Se rese più complete sulla defiscalizzazione ci sono ottime occasioni per Livorno e l’area dietro al porto. Benefici che potrebbero essere estesi anche a Carrara e a Piombino».

Ci sono opportunità per il prossimo futuro?

«Gli investimenti internazionali sono crollati del 50%: non mi sento di fare previsioni».

Tra Firenze, Prato e Pisa c’è il più grande polo europeo di produzione della moda. Come si può esportare in altri territori?

«Sfruttando quelli che sono i bacini di competenze facilmente riconvertibili come il calzaturiero a Cerreto Guidi, a Segromigno, a Capannori».

Ancora zone già “ricche”...

«È capitato che aziende ci chiedessero delle aree “vista mare” ma noi non siamo stati in grado di trovarle, perché ancora da bonificare. Un bel paesaggio, come avviene per il Chianti, è una leva di marketing anche per chi non fa turismo».