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Toscana a due velocità: 39 grandi aziende in crisi ma anche 7500 nuovi posti di lavoro

Piace alle multinazionali straniere ma ci sono comparti da «riorganizzare». In fondo all'articolo la lista con i nomi delle crisi aziendali in Toscana

Ogni giorno sul tavolo del dirigente per il lavoro di Michele Beudò, coordinatore dell’unità di crisi, c’è un fascicolo nuovo da valutare, quello della situazione di una delle grandi crisi aziendali che la Toscana sta affrontando. Quasi 40 casi, 14mila posti a rischio. Lavoratori che non sanno cosa accadrà loro nel futuro e che a oggi si considerano fortunati se si vedono prolungare gli ammortizzatori sociali. Un dato, tra l’altro, parzialissimo. Non tiene conto delle crisi delle piccole aziende e di tutte quelle realtà imprenditoriali che la pandemia lascerà dietro di sé.

In Regione c’è un’altra scrivania, quella di Filippo Giabbani, direttore di Invest in Toscana, su cui ogni giorno arrivano pratiche di aziende. In questo caso sono quelle straniere (o comunque le multinazionali) che in Toscana invece progettano di investire e quindi assumere. Negli ultimi quattro anni hanno investito 2, 8 miliardi di euro e creato 7. 500 posti di lavoro. Numeri (elaborati da Orbis Cross Border Investment di Bureau van Dij) che mettono la Toscana al quarto posto tra le regioni che attraggono nuovi investimenti e, al secondo, per spese in conto capitale e posti di lavoro generati: 74 in media a progetto.


In quest’ultimo caso la Toscana è seconda solo alla Lombardia che con Milano intercetta il 30% degli investimenti in Italia. «Stiamo lavorando – commenta Valerio Fabiani, consigliere delegato per il lavoro – a un nuovo metodo che unisce i due aspetti. L’obiettivo è mettere insieme la gestione delle crisi con l’attrazione degli investimenti dimostrando che una fragilità si può trasformare in opportunità».

«Un caso esemplare – continua Fabiani – è la vicenda Laika-Bekaert: qui 60 dipendenti dell’azienda in crisi saranno assunti dalla realtà della camperistica che invece è intenzionata a investire nell’area compresa tra Figline, Tavarnelle e San Casciano».

Operazioni possibili con una regia pubblica e non solo come coordinamento ma in alcuni casi anche come parte attiva. «È il caso della Inso dove la Regione partecipa attraverso Sici, Fidi Toscana, al capitale. Così come per la reindustrializzazione di Beakert il presidente Giani ha annunciato che siamo disponibili a un ingresso diretto della Regione con le stesse modalità. È arrivato il momento in cui il pubblico difenda e rilanci i comparti industriali di interesse nazionale come nel caso della siderurgia. Quello che è avvenuto a Taranto deve accadere anche a Piombino con l’ingresso di Invitalia. Un’operazione per far nascere nuovi soggetti industriali per rinnovare, difendere e rilanciare i comparti dopo che in questi anni un’idea di sistema di mercato ha fatto carne da macello del tessuto produttivo».

Un ruolo attivo e di stimolo, in alcuni settori o aziende strategiche dall’interno, con cui rilanciare un tessuto economico che si sta smagliando e coinvolgere territori, negli anni, rimasti ai margini.

Una posizione che trova il sindacato dalla stessa parte. «Il tema dell’investimento pubblico diventa centrale», commenta Dalida Angelini, segretaria Cgil Toscana. «Sindacato, imprese e istituzioni – aggiunge – devono mettersi insieme per ripensare i territori. Grosseto per esempio ha luoghi turistici bellissimi ma ha quasi esclusivamente una produzione agricola: quale azienda investirebbe in un luogo così poco collegato? Ecco quindi che la Tirrenica diventa fondamentale senzaattendere ancor. Lo stesso vale per gli interventi di digitalizzazione su cui siamo così indietro. Altrimenti è evidente che chi investe sceglie solo altri territori». «È vero che la Toscana è attrattiva ma con le multinazionali, se non curiamo le filiere, rischiamo di essere sfruttati per poi vederle andar via lasciando i cocci. Oggi è necessario investire, e non solo sul turismo, ma anche sulla nostra manifattura incentivando aziende – anche nostre – a raggiungere dimensioni più grandi. Piccolo è bello, valeva un tempo ma ora non più».Conclude Angelini: «I privati investono, e li comprendo, quando vedono un futuro, un’opportunità. Il pubblico ha il compito di creare quindi una condizione favorevole affrontando e anticipando le questioni che sono sul tavolo. Parallelamente non possiamo fare a meno di un discussione nazionale per una riforma vera degli ammortizzatori sociali. Investimenti e gestioni delle crisi aziendali devono stare insieme e su entrambi i fronti dovremmo farci trovare pronti».



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