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Nel laboratorio toscano del super farmaco anti-Covid: i segreti dell'anticorpo J-08, i test sull'uomo e quando sarà pronto

Siena, il team di Rappuoli ha trovato i monoclonali più potenti per mettere a punto una terapia con cui sconfiggere il Coronavirus: come funziona e le previsioni sull'arrivo negli ospedali

SIENA. Hanno trovato la cura coccolando il veleno. C’è un bollino giallo sulla porta a vetri, una molecola stilizzata e una scritta in inglese. «Bio-hazard». Rischio biologico. Laboratorio di livello 3, massima sicurezza. Ché Emanuele, Claudia e gli altri della squadra l’hanno sempre saputo: entrare qui era un azzardo come un azzardo è la ricerca. Eppure, per mesi, ogni giorno, hanno attraversato le due anticamere completando la procedura con la meticolosità di amanuensi. Si sono ricoperti di doppi strati, intabarrati che nemmeno un tuareg, spesso costretti per ore con le mani ficcate nelle cappe a tormentare vetrini contaminati con le colture spalmate di reagenti e Sars-Cov-2, le piastrine punteggiate di minuscoli pozzetti. I golfi del virus. Poteva fallire tutto. Potevano distrarsi, una gocciolina di aerosol sul guanto, il prurito a un sopracciglio, potevano ammalarsi. Hanno scovato J-08. No, non un vaccino ma il vero farmaco per guarire dal Covid-19. La terapia. L’anticorpo monoclonale, il più forte fra i 1.700 individuati nel sangue di chi ce l’ha fatta.

I test sull’uomo


Lo scopo è questo: costruire uno scudo contro il virus rubando i segreti di chi l’ha sconfitto, ingegnerizzare un’immunità partendo dalla memoria immunitaria di chi è guarito. «Era la fine di febbraio, c’era una riunione. Da tempo studiavamo i monoclonali per la resistenza agli antibiotici, ci arrivò un messaggio del prof. Ci chiedeva di convertire il lavoro, era arrivata la tempesta del Covid e noi dovevamo virare e andarle incontro: “Abbiamo il dovere morale di farlo”, ci scrisse», racconta Emanuele Andreano, 30 anni, immunologo, responsabile del progetto coordinato da Rino Rappuoli, lo scienziato di fama mondiale a cui si deve il vaccino contro la meningite B, inventore di “Reverse vaccinology 2.0”, la tecnica utilizzata per congegnare il farmaco. Fra pochi mesi potrebbe davvero confinare le conseguenze del Covid-19 ai sintomi di una semplice influenza. Nel campus all’ombra di una Siena svuotata dal lockdown, questo piano è stato l’unico con la luce sempre accesa anche di notte fra i padiglioni di Toscana life sciences, la fondazione mista pubblico-privato nata come un grande incubatore della ricerca legata alla farmaceutica e alla medicina. Da qualche settimana, il lavoro del gruppo è concluso. A fine mese, a nemmeno un anno dall’avvio, diciotto ricercatori dai 20 ai 40 anni vedranno iniziare la fase 1: gli studi clinici sull’uomo.

«Il Mad0004J08, il nome tecnico dell’anticorpo selezionato – spiega Andreano – verrà sperimentato su un gruppo di poche decine di volontari, arruolati da due ospedali, lo Spallanzani di Roma e l’Istituto di ricerca clinica di Verona». Affidata alla Menarini, la produzione è già iniziata a Pomezia anche in previsione della fase 2. La prima fase serve a valutare sicurezza e tollerabilità, e a verificare eventuali effetti collaterali. «La seconda coinvolgerà 500 pazienti malati – racconta il presidente Fabrizio Landi –. Ci sarà un gruppo a cui verranno somministrati gli anticorpi monoclonali e uno che riceverà un placebo. Quanti più pazienti del primo svilupperanno anticorpi e riusciranno a guarire, più sarà efficace il farmaco».

Pronto da maggio

I test sugli animali sono incoraggianti. Se tutto va per il verso giusto, la seconda fase partirà a metà primavera e riguarderà dieci ospedali in Italia, due in Toscana, fra cui Pisa. Fino a poco tempo fa sembrava marzo la data di questo nuovo d-day della pandemia. A causa di intoppi burocratici, ora Tls conta di ottenere da Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) le autorizzazioni a maggio e iniziare subito la distribuzione al sistema sanitario nazionale. Con la fase 3, in estate, e i test allargati a migliaia di persone e altri Paesi, potrà essere estesa all’Europa. Fin qui la ricerca è costata dai sei agli otto milioni di euro, raccolti grazie agli investimenti di Regione, Fondazione Mps e Malaria fund, un organismo della Banca europea degli investimenti. Nei prossimi giorni arriveranno anche gli aiuti della Coop, messi insieme grazie a una raccolta promossa fra i soci. E fra poco quelli assicurati dal governo attraverso Invitalia, guidata dal commissario Domenico Arcuri.

Il prezzo

Nel mondo finora sono solo due le case farmaceutiche ad aver sviluppato anticorpi monoclonali, Eli Lilly e Regeneron. Entrambe statunitensi. «Il prezzo da loro varia da 1.000 a 1.800 dollari a dose – dice Landi – ma i 12 miliardi di acquisti sono tutti sul bilancio della Casa Bianca. Può sembrare molto, ma ogni paziente in terapia intensiva, oltre a subire conseguenze drammatiche, costa al sistema sanitario dai quattro ai seimila euro al giorno. Proprio in virtù degli investimenti pubblici, le prime 200 mila dosi ordinate dall’Italia verranno fornite a un prezzo ridotto».

J-08, il super anticorpo

Ma Rappuoli e il suo team come sono arrivati a J-08? «La tecnica prevedeva di isolare in laboratorio le cellule “B” prelevate dal sangue di persone convalescenti da Covid – dice Andreano – Conservano la memoria immunitaria del virus e sviluppano gli anticorpi. Una volta messe in coltura, abbiamo cercato di individuare quali di essi reagissero alla proteina spike del virus, che innesca la risposta immunitaria». È a quel punto che il lavoro si è trasferito nel laboratorio di livello 3, che costringe alla vestizione e a una procedura rigidissima con il passaggio in due anticamere filtro. «Nella prima si indossano i guanti, i sottoscarpe, la cuffia, nella seconda devi infilarti la tuta anticontaminazione, anti-assorbente, antitraspirante, e ancora una sovra-tuta, altri guanti, altri copriscarpe, la mascherina col triplo strato Ffp3 e gli occhiali. Sì, in estate è una sauna, ma quando ci si veste si cerca di rimanere dentro il più a lungo possibile». È lì che gli anticorpi sono stati messi alla prova: 1.700 si sono dimostrati capaci di neutralizzare il virus, oltre 450 lo facevano con diversi gradi di potenza. Da questi la forbice s’è ridotta a tre candidati. «J-08 è il non plus ultra. Basso dosaggio, eliminazione del virus nel minor tempo possibile. A quel punto, una volta identificato, va recuperato il suo codice genetico e trascritto il dna su una linea cellulare responsabile della produzione dei cloni. In laboratorio si tratta di pochi ml, in un ciclo industriale si può arrivare a centinaia». Usati sui malati di tumore, di solito i monoclonali devono essere somministrati per via endovenosa. L’infusione può richiedere ore. Vista la sua potenza, J-08 potrebbe essere iniettato con una semplice intramuscolo. Una puntura e chi si ammalerà di Covid-19, anche se non ancora vaccinato, sarà salvo. 

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