L'inferno non è finito quella notte

È come se le avessero uccise un’altra volta, quelle 32 persone che morirono nel peggiore dei modi, sul colpo o dopo atroci sofferenze, nel rogo nella notte del 29 giugno 2009, a ridosso della stazione di Viareggio.
Le hanno uccise un’altra volta e insieme con loro è stata uccisa la giustizia.

Sì, è vero, qualche spiraglio resta, si torna al processo di secondo grado e l’impianto accusatorio non viene completamente demolito. Ma c’è un’ombra cupa che si staglia a coprire le speranze: ha una forma indefinita, avvolgente e un nome inquietante. Prescrizione.

Cioè, detto in modo più semplice, la cancellazione di almeno una parte della pena pur in presenza del riconoscimento di colpevolezza. E questo grazie al tanto, troppo, tempo che è passato fra indagini, approfondimenti, processi e controprocessi. La Cassazione non può entrare nel merito delle sentenze precedenti, può solo esprimersi in merito alla legalità della pronuncia degli altri magistrati.

Però è indubbio che far cadere il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro e, di conseguenza, congelare il reato di omicidio colposo, lascia addosso una brutta sensazione. Che è quella che uno dei parenti delle vittime di questa strage ha riassunto con una frase secca: «È una vergogna!». Sì, è una vergogna, perché non siamo di fronte – come altre volte – a sentenze di primo e secondo grado costruite in modo tale da poter essere smontate.

La storia italiana è piena di storie come questa: Ustica, Italicus, Moby Prince. Storie che hanno lo stesso retrogusto. Quello amaro della giustizia negata, della beffa che va oltre le parole degli imputati che hanno ampiamente e più volte dato dimostrazione di meritarsi la condanna sul piano etico.

Su tutti Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie italiane Spa, durante un’audizione in Senato, il 20 febbraio del 2010, quando definì la strage di Viareggio «uno spiacevolissimo episodio».

Già, il cedimento strutturale di un asse del carrello del primo carro-cisterna deragliato. Una rottura provocata dalla “fatica” di questa struttura, una crepa che si sarebbe potuta vedere se fossero stati fatti gli opportuni e doverosi controlli. Il retrogusto è amaro, va oltre la beffa. È il sapore della paura dell’ingiustizia. Sì, sarà anche tutto formalmente corretto. Però questa sentenza non potrà mai convincere quelli che adesso piangono di nuovo per un lutto che si rinnova. Perché l’inferno, purtroppo, non è finito quella notte.

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